In cammino verso la città-I racconti di Lara e Ruben.2-


Il cammino era impervio, ogni traccia di verde alle spalle, mentre salivano, un mare di pietre da calpestare e il riverbero del sole a ferire gli occhi. Rivoli di sudore a placare la pelle bollente, per ogni passo un dolore acuto, una vescica nuova che pulsava pressante nei calzari vecchi. Le giacche lise fungevano da copricapo, Ruben davanti a Lara a torso nudo, col dorso bruciato dal caldo impietoso. Lei a passo di marcia, allo stesso ritmo dalla partenza non parlava, fissando lo sguardo in un punto lontano tra cielo e terra.

“Non ho mai desiderato fare lo scalatore, davvero, non so se tu mi stia ascoltando, ma giuro che non fa per me questo sport!” gettò lo sguardo verso la ragazza senza fermare il passo, ma lei continuò in silenzio.

“Sei uno spasso, chi avrebbe detto che una ragazza così femminile potesse farmi tanto ridere!” ma dicendolo Ruben capì di aver fatto un passo falso, sapeva in un angolo del suo cervello di averla ferita, senza spiegarsi come.

Lara ebbe un sussulto, cercò di mascherarlo, ma non fece in tempo, così optò per uno sguardo assassino verso il malcapitato compagno che alzò le spalle in segno di resa.

“Senti, non è che volessi offenderti, credimi, sei davvero bella, ma riconoscerai che ti comporti come un generale in battaglia, sempre, senza un momento di svago… non ti ho mai visto ridere!” sperava di aver placato l’ira di Lara, voleva che capisse,”in fondo sei più piccola di me, come diavolo fai a non scherzare mai, io giuro che non ti capisco, mi fai sentire uno stupido!”.

“Perché lo sei, testa di cazzo. Dimentichi troppo in fretta il mio ruolo, io sono il capo. Non serve che tu sforzi troppo quel cervellino di passero per capirmi. Non ti riguarda la mia età, ancora di meno ti riguarda pensare che io sia una ragazza. Sono il tuo capo, ogni responsabilità è mia, se falliamo è mia la colpa e se ti succede qualcosa è ancora colpa mia. Faresti meglio a pensare meno e a fare meglio, non voglio trascinarmi dietro un moccioso con gli ormoni in subbuglio.”

Ruben ci rimase male e non provò a nasconderlo, diede un’ultima occhiata scettica alla ragazza e proseguì cantando di un ragazzo e una ragazza che si amavano, lottando contro ogni avversità per ritrovarsi un giorno, il tempo di un abbraccio, prima di perire.

Lara rimase perplessa, perché ricordava quella canzone, un passato remoto, una bimba stanca tra le braccia della madre, che giocando col suo filo di perle si lasciava cullare, fino allo sopraggiungere del sonno.

Scacciò una mosca immaginaria, stringendo i denti fino a contrarre la mascella in uno spasmo doloroso. Lei era al comando, doveva arrivare in tempo, solo questo contava. Niente più bimbe, niente più canzoni, né calore di mamma. Lara era attesa con trepidazione e sapeva bene il proprio dovere. Ogni cosa si fece sfocata, mentre i ragazzi salivano in mezzo al pietrisco. Ogni passo, un dolore, una nuova piaga nei vecchi calzari.

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