Incontro col gigante-I racconti di Lara e Ruben.3-


Giunti in cima al picco petroso, si persero a scrutare l’orizzonte, ognuno immerso nelle sue considerazioni.

Lara valutava il percorso migliore per proseguire, mentre Ruben sventolava le braccia godendosi il vento libero da ostacoli, rabbrividendo del dolce supplizio che gli recava sulla pelle bruciata dal sole.

“Così ti prenderai un accidente! Mettiti la maglia, sei impazzito? Non vorrai che perdiamo tempo a cercare di tirarti fuori da una febbre che ti mangerà ulteriormente il cervello!”

Ruben si voltò lentamente con un ghigno divertito sul viso,” Lasciami pensare Lara, tu che mi curi, che mi tocchi la fronte per misurarmi la temperatura, che mi tasti il polso per controllarmi le pulsazioni, tu che mi fai da infermiera insomma. Mi sa che me lo busco proprio un colpo, perché questa non me la voglio perdere!”

Lara distolse lo sguardo in fretta. Un subbuglio nelle viscere, di rabbia, confusione, irritazione e non le importava analizzare troppo la cosa. Quel ragazzo era un bell’impiccio, la cosa la distraeva troppo e non andava bene, per niente.

“Scordati l’infermiera, le cure del peggior cavadenti del tuo paese sarebbero dolci carezze in confronto alle mie! Non ti conviene cercarne le prove, fidati della mia parola. Sarei così incazzata se mi causassi un altro intoppo che ti farei scendere la febbre strappandoti la pelle di dosso, poi me la metterei in spalla e mi arrampicherei fino al picco più in alto, la impacchetterei per bene con tanta neve fresca dentro, poi tornerei qui e te la metterei in fronte.”

Ruben sorrise sghembo, “Tanta fatica per me! Non mi resisti, ammettilo! Non sai stare senza di me….uh, uh, scherzavo, scherzavo, stai calma, capo!”, ma non potè evitare il destro che Lara gli infilò tra le costole.

Stava per lamentarsi, quando un rumore di passi lo fece voltare verso lo stretto sentiero che affiancava la montagna.

Un uomo enorme, dallo sguardo feroce gli si parò davanti. Era vestito in modo bizzarro, con abiti di diverse fattezze cuciti tra loro, un insieme di gonne, camicie da uomo, mutandoni, pizzi, cravatte, gilet …, invece di renderlo ridicolo, gli davano un’aria di follia criminale. Ruben non poté fare a meno di chiedersi se quel vestiario strano fosse un collage a ricordo delle sue vittime. Deglutì rumorosamente e cercò Lara con la coda dell’occhio, per essere certo che stesse in guardia, ma non la trovò.

Il panico iniziò a pervadergli le viscere, mentre il gigante roteava una mazza chiodata abbattendola sul palmo della mano, senza battere ciglio, come fosse stato un semplice manganello.

Ruben cercò di recuperare lucidità mentale, di creare uno schema di mosse difensive e vie d’uscita, come gli aveva insegnato Lara. Lara? Dov’era? Impossibile che fosse scappata, quel mostro non l’aveva presa, allora, dove diamine era Lara?

Il mostro lentamente avanzò e ad ogni passò sollevava il pietrisco, con un boato sordo e una nebbia di polvere ad avvolgergli le caviglie. Lo sguardo truce, i capelli scuri raccolti in una trecciolina tenuta da un nastro rosa, un tocco infantile che non alleggeriva il suo aspetto, contribuiva a creare confusione.

Una cicatrice orribile gli attraversava una guancia, ma essendo mal cucita gli lasciava uno squarcio bianco che sembrava uno squalo l’avesse addentato. La bocca semi aperta metteva in mostra i denti ricoperti d’oro, appuntiti e aguzzi, come lo squalo che forse addentandolo era finito morso peggio.

Il collo bovino e le spalle immense erano un monito sufficiente per evitare lo scontro. Le braccia erano massicce e grosse a tal punto da rendere i suoi movimenti lenti, come fosse faticoso sollevarle. Erano percorse da cicatrici, ma a ben guardare c’era un disegno preciso, di serpenti che si attorcigliavano in spire senza capo, né coda, in un intrico senza fine. A Ruben vennero i brividi al pensiero che qualcuno avesse inflitto un taglio così preciso e continuo. Sapeva che usavano in certi luoghi una mistura che rallentava la cicatrizzazione rendendo quelle ferite un’agonia, ma assicurando la riuscita del disegno. Si chiese cosa rappresentasse quel groviglio.

Non aveva tempo di riflettere troppo, ma cercava di capire la minaccia, Lara gliel’aveva detto una marea di volte. Studia l’avversario, non partire in quarta, non colpire finché non sei certo dei suoi punti di forza e dei suoi punti deboli. Lascia che sia lui a esporsi per primo, schiva sempre, lo scopo è fargli scoprire le carte per primo.

Si chiese se la lentezza del gigante fosse dovuta allo stesso stratagemma, non doveva illudersi che fosse il peso a rallentarlo, probabilmente lo stava studiando a sua volta, voleva stanarlo. E ridurlo in brandelli!

Lara, dove sei capo?

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