Carol è tornata


Quando Carol è scappata, mamma non la prese bene. Le venne una furia tremenda, ma silenziosa.La tensione si tagliava a fette e ce la serviva puntualmente a pranzo cena e colazione.

La cosa che più la offendeva era che l’avesse lasciata lì a gestire le domande, le chiacchiere, da sola. Papà e io andavamo avanti con le nostre cose, a noi degli altri non importava.

Papà diceva che quelle grasse galline potevano continuare a chiocciare, tanto l’uovo non lo facevano mai!

Così, un giorno, mentre facevamo colazione in silenzio, con la mamma che sembrava Jack Nicholson in gonnella, arrivò la delegazione delle sante martiri dalle manine laboriose (oh, se erano laboriose, soprattutto quelle di mrs. Michaels, a detta del droghiere).

Mamma per poco non soffocava col panino imburrato, e una goccia di marmellata.

Si alzò, puntò il mento in alto con fare bellicoso e si lisciò la gonna, perfettamente sagomata sui suoi fianchi snelli, per non dire aguzzi.

“Oh, signore, che sorpresa gradita!” trillò mamma,”sono così sbadata, ho completamente dimenticato il nostro appuntamento, perdonatemi.” e così segnò il primo punto, facendo loro cenno di entrare nell’andito lussuoso della nostra dimora sempre pretenziosa.

Le dame rampanti si guardarono di sottecchi e come ogni pollaio che si rispetti, fu un’entrata di penne arruffate e beccate impietose. Sembrava avessero deciso di invaderci tutte al medesimo istante, incastrandosi nel portone, a dir poco imponente, tra una gomitata e uno strattone ruzzolarono ai piedi di mamma.

“Oh, miss Jones, lasci che l’aiuti, Josephine ha usato troppo lucidante sul marmo!”, io e papà ci guardammo e mentre lui ripiegava il quotidiano, io mi approntavo alla fuga, perché era evidente che mamma intendesse spargere sangue quel giorno.

Mentre le signore, con mamma in capo, si avvicinavano, io e papà eravamo quasi riusciti a farcela, ma lei ci inchiodò col suo sguardo ferino e fummo rovinati.

“Miss Jones, prego, si accomodi vicino alla nostra Rebecca, farò servire la colazione in cinque minuti” e così dicendo mamma sparì, e noi e loro ci guardavamo ammutoliti.

Presero tutte posto scompostamente e io ebbi la netta sensazione di essere circondata dagli squali.

“Come sei cresciuta Rebecca, la mia Hilary mi racconta dei tuoi sforzi musicali; dimmi cara, hai altri hobbies?” e così Mrs Michaels scoccò la prima freccia e io la presi in pieno petto.

“Veramente io studio il piano da undici anni ormai e quest’estate vado in Giappone per un master a numero chiuso. Non ho tempo per gli hobby, a parte le unghie, mi piace come me le fa Hilary.” e io l’avevo affondata! La sua figliola adorata non era dotata d’intelletto eccelso, ma era inarrivabile in quantitativo di alcolici assunto in una serata, in rimorchio senza contegno e faceva una french manicure stupenda.

Mrs. Michaels non ebbe modo di rispondermi, c’era un’invisibile macchia ostinata sulla gonna che richiedeva tutta la sua attenzione.

Miss. Jones mi guardò teneramente, era l’unica che ricordavo con affetto, sin dall’infanzia, sempre dolce, gentile, non capivo che ci facesse in quel gruppo di megere, ma mia madre aveva fatto carte false per entrarci, perciò non potevo commentare.

Miss Jones, l’altra, che per distinguerla dalla sorella veniva chiamata per nome, facendola inacidire di frustrazione, non mi preoccupava, finché seguitava a ingozzarsi come un’oca in procinto di cedere il fegato.

Eppure trovò un momento per prendere fiato: ” Cara Rebecca, ci chiedevamo Mrs. Michaels, la mia cara sorella Gertrude ed io, dove fosse la povera Carol. Siamo venute per porgere una mano, in qualsiasi guaio sia finita quest’anima in pena, noi dobbiamo aiutarla. Ricordate Susy, la figlia del macellaio? Che triste fine fece la creatura! ”

Ora Papà stava fumando, le offese erano state mitragliate tutte insieme, Miss Margaret Jones parlava esattamente nel modo in cui si cibava, tutto d’un fiato,senza pause e voracemente!

Susy era la figlia del macellaio, mentre papà era della più alta borghesia con ascendenti nobili, ma aveva sposato mamma, figlia di un imbianchino, che aveva fatto ogni sforzo possibile e immaginabile per adattarsi a qual mondo, riducendosi a un’isterica anoressica elegantissima copia di JackieKennedy, piuttosto che Onassis.

Susy era una testa più vuota di Hilary, si era fatta mettere incinta dal garzone del padre e il padre l’aveva ripudiata.  Viveva in un quartiere povero, ma si davano da fare con Rob e tirava su il figlio come meglio poteva.

Da noi preferivano pensare che fosse stata stuprata e che per l’imbarazzo si fosse sbarazzata della vergogna, finendo per vivere sulla strada come una mendicante drogata.

“Carol, Miss Margaret,” e ricordarle che non era lei a portare il cognome la sminuiva in partenza,” è partita per un periodo, ma tornerà presto.” m ritrovai a mentire pietosamente.

Carol era scappata da mia madre e non aveva alcuna intenzione di tornare, era salita su un furgoncino con quel fumato del suo ragazzo ed erano partiti, vaneggiando di India e di apertura della mente, di chakra e cose che non m’importavano: ero io quella che sarebbe rimasta lì, tra mamma e papà a fare da cuscinetto a tutta quella tensione, finchè mi fossi consumata l’anima!

In quella, mamma riapparve trascinando per braccio una riluttante Pamela. La ragazza che aiutava in cucina: era arrivata dal Messico con la famiglia e si era adoperata subito per lavorare, studiando nel tempo libero, molto poco come tempo.

“Ecco Carol! Dicevate?” la mamma la mise forzatamene seduta di fianco a miss Margaret, trattenendole le spalle e artigliandola contemporaneamente, con le unghie perfettamente laccate di rosso inferno.

Calò un silenzio di tomba e mamma annientò ogni mozione, ogni pensiero che ci poteva affiorare, trafiggendoci ad uno ad uno col suo sguardo perforante.

Pamela tremava visibilmente, con lo sguardo bovino cercando aiuto, ma noi chinammo il capo, eravamo impotenti.

Fu così che Pamela divenne Carol e lo fece con profitto. Rimase sempre al fianco di mia madre e fu la migliore delle figlie e la più aggraziate tra le giovani, e poi non più giovani, donne della piccola fetida alta società della città.

Io me ne andai appena fui certa della mia carriera e tornai solo per le feste canoniche, per papà, mi faceva pena.

Carol, quella vera, non tornò più.

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