La voce ancora-I racconti di Dan .1-


“Non posso, non posso.. basta!”
Una mano sulla spalla lo fece sussultare.
“Ehi, avevi detto che era finita questa storia. Con me puoi parlare, lo sai.”
Rocco lo guardava con apprensione malcelata e lui si sentì cadere giù, in un pozzo nero.
Sfoderò il suo migliore sorriso e lo spinse via: “Smettila! Di che parli? Storia antica, va tutto bene. Non ti capita di caricarti un po’ prima di affrontare qualcosa che non ti va?”.
L’amico pareva scettico, ma decise di non insistere, se Dan non voleva parlarne, non avrebbe insistito.
“Comunque passavo per chiederti se ci raggiungevi al pub stasera, è da un po’ che manchi e non è lo stesso, lo sai!”
Dan si guardò le scarpe slacciate impolverate come sempre.
“Non lo so, vedremo, magari ti chiamo, po forse ci vediamo direttamente là. “
Rocco si alzò: “Suona impegnativo Dan! Fa’ un po’ come ti pare, ma non credere che ti permetterò di fare l’eremita ancora per molto. Ciao!”
“Ma va a farti fottere!” rise amaramente , mentre l’altro era già lontano,”Non puoi capire…”
Nessuno poteva, non ci capiva nulla nemmeno lui.
Erano stati anni duri, le voci, la negazione, lo sguardo degli altri la cosa peggiore e poi, le magiche pillole che lo sollevavano da ogni emozione. Avevano funzionato. Per il tempo di un’illusione.
Tutti ad armarsi per combattere il mostro che si dibatteva nel suo cervello.
Tutti a dir la loro, parole, sproni, pianti e urla.
Non poteva più sopportarlo, sapeva che le pillole erano una scemenza, non aveva nulla da curare, da estirpare forse.
Gli apparve una volta ancora l’espressione di sua madre quando l’aveva beccato col cacciavite premuto contro la tempia forte, il rivolo di sangue che gli sporcava la maglietta, mentre lei strillava, folle,più folle di lui.
L’ambulanza, cercare di spiegare, ma nessuno l’ascoltava, avevano già deciso. O accettava quella versione o sarebbero stati sorci verdi di quelli grossi.
A un certo punto aveva smesso di parlare, in quel posto asettico di sentimenti, ma carico di pensieri, pensieri che correvano come blatte sul pavimento.
Evitava di incrociare lo sguardo degli altri “ospiti”, da sempre la pazzia lo metteva in soggezione, se per quelli era lo stesso, meglio.
Non capiva perché doveva mandare giù le pillole, perché si sentivano tranquilli solo se la sua mente era sopita? E poi pretendevano di sondargli il cervello addormentato.
Non drogarti figliolo, ma se fai le bizze ti conviene imbottirti bene!
La seconda fase, quando aveva capito di essere solo, maledettamente solo, aveva deciso di uscire da lì, e come tutti, aveva recitato la sua bella panzana: stress, tanto stress, la scuola, i voti alti, competizione serata e la ragazza, ah sì, la ragazza che gli aveva spezzato il cuore! Il nome? Il nome… si chiamava, ma sì, certo che è vero, si chiamava Susi, era che non gli andava di ricordarla e anche loro recitarono la loro parte bene, se era credibile potevano fingere di credergli e spedirlo a casa: un altro ragazzo rimesso in sesto.

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