Conoscenza-I racconti di Dan .3-


Dan aveva passato alcuni giorni evitando tutto e tutti.

I suoi non se la presero, sospettava anzi che non affrontare la pazzia del figlio li facesse respirare meglio.

Gli amici si tenevano lontani, come lui aveva quasi preteso, coi suoi silenzi, le sue risposte mai arrivate ai messaggi sul cellulare, alle e-mail sul PC, alle chiamate lasciate squillare a vuoto.

Ora era solo, finalmente e dolorosamente solo.

Nessuno a chiedere qualcosa che non poteva dare, nessuno che lo guardava giudicandolo o compatendolo, nessuno accanto.

Disteso sul letto con le luci spente stava lasciando scorrere le ore senza riuscire a trovare sonno.

Furia dormiva fuori, nel giardino enorme di quella casa troppo grande per gente che si perdeva sempre.

Sua madre amava il cane a modo suo, come un cane, non era Furia, non era un botolo peloso sgraziato e simpatico, per lei era un cane, da vaccinare, da pulire, di cui ricordarsi per i pasti e per le passeggiate con sacchetto e paletta.

Dan lo avrebbe lasciato dormire in camera, come tante altre volte, se non fosse stato tanto necessario per lui restare solo, voleva stare così solo da stare male, perché per molto tempo non aveva provato il silenzio dei suoi pensieri banali, senza sentire che altri pensieri alieni gli si rimestavano dentro.

Sapeva che lei si era solo ritirata in un angolo del suo cervello, ma anche così andava bene, stava ritrovando lucidità e non doveva fingere, e le pastiglie erano ancora lì, da giorni, inutili come sempre.

Si tirò il lenzuolo sul mento, con la sensazione infantile di corazza di cotone contro gli incubi troppo grandi della notte estiva.

-Buonanotte Sara, domani ti cerco, promesso. Buonanotte.-

Chiuse gli occhi sorridendo mentre una sensazione di calore lo lasciò sereno.

Il sonno lo colse improvviso e Dan si ritrovò in un corridoio nero, scuro, dalle pareti impalpabili, con la netta sensazione di avere compagnia, ma di non avere accesso agli altri, di qualunque entità fossero.

Rimase fermo, in quel tunnel che intravedeva appena e non avrebbe saputo dire se la luce soffusa fosse di fronte, dietro o sopra di lui, c’era e basta.

Fece qualche passo incerto, con la paura che gli attanagliava un cuore che non sentiva battere in petto.

Cercava qualcosa o qualcuno, perché tutto ha un senso e lui era impaziente di capire quale fosse il motivo che lo aveva portato lì.

“Dan?”

Lui si girò, ma non vide nulla, solo quella tenebra illuminata da una nebbia di luce.

“Dan, sono Sarah.”

“Sara? Dove sei?”

Si sentì sfiorare da un tocco lieve e istintivamente si prese il braccio per stringere la mano che percepiva su di sé.

“Perché non ti vedo? Ti ho sentita.”
Una risata argentina si espanse tutt’intorno.

“Non mi vedi, perché io mi vergogno, sono abituata a presentarmi a te senza le mie sembianze e ora mi sembra strano mostrarmi…!

Dan voleva gridare dalla frustrazione, “Ti rendi conto che mi hai abitato il cervello, vedendo tutto ciò che lo attraversava, non dovrei essere io in imbarazzo?”

“Hai ragione, scusa.”

Una ragazza della sua età gli stava di fronte.

Era eterea, incorporea, eppure la vedeva: i capelli neri come la notte le fluttuavano attorno, gli occhi ansiosi erano un cielo limpido, pelle chiara, nasino e bocca disegnati, era bella nella semplice divisa scolastica.

Non sapeva che dire e gli uscì la prima frase che gli venne in mente: “Perché sei in divisa?”

La ragazza rise sorpresa: “Non lo so, ero vestita così l’ultima volta che ricordo, ero uscita da scuola.”

“Ma tu non sei italiana. Sara è Sarah, ecco perché mi sembrava che lo pronunciassi con la lingua arrotata! Sei inglese?”

“Sì, lo sono Dan. Non so come sia finita qui e non conosco l’italiano, ma a quanto pare ci capiamo, o io lo sto parlando grazie a qualche capacità acquisita.”

Dan sorrise: “Io me la cavo un po’ con l’inglese, ma andiamo avanti così, non vorrei dovermi ricredere sulle mie capacità. Sto sognando, sei nella mia testa?”

Sarah gli si avvicinò: ”Mi avevano detto che in sogno ci saremmo potuti vedere, ma solo se tu mi avessi accettata. Immagino quindi che ora mi tu mi creda..”

Dan alzò le mani, o un ricordo di esse, o una proiezione mentale corporea: “Ok, ti ho già detto che voglio dare una chance a questa storia, ma andiamoci piano, va contro tutto ciò che conosco. Sei viva o sei..” non riuscì a terminare, non voleva ferirla, era difficile.

Sarah si limitò ad alzare le spalle con aria afflitta.

Dan allungò una mano e le toccò un braccio in segno di conforto. Rimase incredulo per la sensazione realistica che provo al tatto.

Sarah stava trattenendo le lacrime, con lo sguardo che correva intorno per non incrociare quello di Dan, poi crollò, fiondandosi tra le sue braccia.

Dan rimase incerto, incapace di muoversi, non era bravo in queste cose. La cinse con un abbraccio goffo e la lasciò sfogare.

“Pensi che mi si bagnerà la maglietta anche in sogno?”

Sarah lo guardò da sotto, sorrise con le labbra un po’ incerte e lo strinse forte, evidentemente confortata dal suo calore.

Dan si sentì svanire, risucchiare.

“Che mi succede, non voglio lasciarti sola!”

Sarah lo guardò mesta allontanandosi: “Non preoccuparti, ti stai svegliando. Torna, ok? Non voglio più stare sola qui.”

Dan non riuscì a rispondere, fu tutto troppo rapido.

Sapeva di essere sveglio, ma voleva tornare a sognare, stringeva le palpebre cocciutamente, ma niente.

Si prese le ciocche tra le mani e tirò sospirando frustrato.

Non voleva pensare e avere la voce nella testa, non voleva sentirla prigioniera dentro di sé, temeva che si sarebbe aperto il cranio con un apriscatole in un impeto di pazzia lucida. Proprio adesso che sapeva di non essere pazzo.

“E adesso?”

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