Uno e uno, uno solo.


Non ti accostare a me, non mescolarti che non torneresti intero, non potresti. Non scivolare sulla mia pelle, potresti volerlo e se poi mi volessi davvero? Puoi immaginare di vivere per me, di perderti in me?
Non credo, è meglio camminare a passi ordinati, meglio sfiorarsi e poi, poi decidere al momento: ignorarsi, prendersi, che importa? È un momento e ci si riveste.
Vuoi la mia pelle? Non credo; non vorresti neanche le ossa.
Dai, fa niente, non ti toglie niente: sei bravo lo stesso, un bravo bambino, lo sai? Sei uomo, lo so, un uomo vero, ok? Sono io, sono sempre io, con la mente imbronciata.
Sognavo di volare, non alto, solo volare, ma non ho imparato.

La tua ossessione, la mia sconfitta


E se tu ti fermassi adesso, che ne sarebbe di me? Le tue mani, forti, forti come il tuo  sesso contro di me.

“Lasciami.” Più vicino, più vicino, che io ti possa sentire, ho bisogno di te, così tanto che non lo tollero.
Mi stringi così forte da fare male, ma io devo sapere che mi tieni, ho paura di cadere, eppure sono già precipitata, in un baratro denso di pece, di cui tu hai bruciato le pareti, mi sciolgo.

“Lasciami” e ti accolgo, col mio calore, io ti avvolgo e ti sento fremere, il respiro che accelera, e poi, cadi, cadi anche tu nel mio baratro incandescente: non ti tieni più. Mi annusi, disperatamente: i capelli, l’orecchio e poi, giù, mi sposti le ciocche col naso per accedere al mio collo bollente.

Non voglio più niente, non mi importa del mondo, non sono altro che pelle, pelle che vive e canta e s’inebria del tuo desiderio, del tuo fiato che arpeggia e mi vibra a fondo, quelle corde che mute stavano, da qualche parte in una stanza vuota, al centro del petto.

Vorrei tirarti i capelli per tenerti di più, per appigliarmi ancora, tu che sei tutto altro, tutto ciò che non voglio. Non ho bisogno di te e meno ho bisogno di te e più muoio, muoio ogni istante che mi allontana dal tuo tocco.

“Lasciami”. Non ne posso più, devo sapere, devo vedere e mi aggancio, al tuo sguardo folle, con la mia fame senza fondo. La tua bocca, la tua bocca da mordere, leccare, assaporare.

Hai vinto tu.

 

Ossessione di te


“Lasciami.”
Ma non fuggivi, non tiravi tu e restavi immobile a fissare il pavimento. Duro come il mio desiderio di te.
Ti stringevo e cercavo il tuo odore, fra i capelli, nelle orecchie a conchiglia, sul collo liscio, caldo e teso.
“Lasciami.”
E un po’ di più ti appoggiavi a me, per esserne certa, per saggiare il tuo potere, mentre io ti tenevo, prigioniero del mio bisogno di te.
Pensavo fossero le forme, pensavo fossero le misure, ma quando ho perso ogni valore, ogni grammo di onore per te ho scoperto il segreto, il mistero dell’ossessione: il tuo odore.
Certe donne usano litri di aroma floreale, studiato per inebriarti i sensi, ma la carne è animale, è altra cosa, meno sofisticata, e ho sorpreso me stesso, quando ho scoperto te.
Una così non l’avrei guardata due volte, prima. Carina, un po’ maliziosa, una donna insicura, di quelle che c’è chi le nota e chi non le vede per niente. Poi, non lo so, non lo so bene..
Un giorno sei lo stronzo arrogante di sempre, e il giorno dopo un semplice sguardo ti folgora. Siccome io sono un bastardo curioso e non mi levo un prurito finché non ho la pelle sotto le unghie, ci ho rimuginato. Stai a vedere che quella faccina lì ha delle idee…
E così mi sono condannato, io, per mia volontà, da solo.
Più scappavi e più correvo e se ti fermavi poi, io ho perso il cervello!
Mi vergognavo di starti dietro e non me ne fregava niente se ti offendevo, io non potevo, dai, certe cose si sanno: non eri cosa per me.. non vanno così le cose, non l’ho deciso io.
Non è solo il fisico, bisogna sapersi muovere e a te non è che fregasse molto del mio ambiente: io sono quello in cima e tu stai alla base, è un dato di fatto.

Finché il pollo non si gettato dalla piramide per un po’ di pelle, un po’ del tuo calore.

“Lasciami.”
Finalmente mi guardi e io adesso dovrei riprendere sangue al cervello? No, impossibile, è sceso tutto, tocca! Ma mica te lo dico, che a trattarti male non riesco più, non mi diverte, perché quelli come me tu non li hai mai cercati e non mi correrai dietro. Io, non lo so, non lo so se posso tornare su, magari resto qui ancora un momento.
Se poi, mi guardi la bocca, io non posso, non posso che mangiarti.

 

Scacco Matto


E così mi urli “ti odio!”
Come fosse aria leggera
E la paura mia più grande si rivela
‘ché se io fossi più solida
Non s’apprenderebbe il cuore,
Ma liquida io più del sangue che scorre da quella ferita aperta
ch’è la vita e non cura,
né suppura il rancido fiele che sgorga.

Vita di coltre


In sonno corrono storie,
Si svolgono angosce
Come da velluto perle.
Immobile il corpo vive
Tra le palpebre sconfitte
Animazioni sonore.
Senza coda le emozioni
Dagli alberi contorti
Scendono evolute.
Ossessioni profonde
Dai sensi carnali
Giocano pure.
Ricordi e timori stanno
Tra le braci ardenti
Del cuore stanco.
Sorrisi e non più visi
Su concavi sguardi
Rapiscono sospiri.
Presto s’arriva Veglia
Levando la coltre
E tutto disperde.

Sconvolta fino al midollo (e non c’è brodo che tenga)


Ho appena scoperto che c’è il compleanno del blog qui. Sono due anni ed era iniziata con felicediesseredonna, avrei potuto chiamarlo anche felicediesserestolta, increduladiessereviva, ignaradiesserepersa…

Ok, l’umore è giù giù , dalle parti degli Abissi.

Potrei risolvere molti drammi personali, se solo avessi una diversa etica, una moralità meno stressante. Con me stessa, devo poter dormire la notte, devo poter guardarmi negli occhi, se e quando alzo lo sguardo allo specchio.

La paura di non poterlo fare, lega le gambe e trasforma i piedi in ceppi. Vorrei fregarmene, ma dovrei avere la forza di sostenere le conseguenze senza pentimento. Non ne sono capace. Porca zozza, io non ci riesco!
Vorrei lasciar perdere quella persona che a tante turbe mentali mi ha condannata, che ancora appare nei sogni col consorte e mi spaventa, ancora nel profondo, solo l’idea di loro.
Esser figli di chi mai si frequenterebbe nella vita, non è facile. Anzi, è un disastro. In più non ho più nessuno con cui condividere tutto questo. Non scrivo per cercar commiserazione, mi basto io per questo, e la cosa si fa un po’ pietosa, devo però buttare giù lo sgomento, altrimenti riverserò bile dagli occhi colpendo chi non ha colpa.

Sono vittima, essendo arrivata a giochi aperti a sto mondo, di rincorri e scappa; ti cerco, ma non ti rispondo;  mi lamento, ma non ti coinvolgo, e anche per te solo il peggio di me…
Non voglio ripercorrere episodi traumatizzanti, la notte ha già dato, ma è incredibile quanto internet sia generoso. La trovo un po’ ovunque, tranne che nella mia vita e la faccenda dello stare attenti a ciò che cerchi è vera, ma io preferisco sapere.

Diciamo solo che anche passati trent’anni, constatare di valere meno di un conoscente per la propria madre, pesa. C’è il mio ruolo, ciò che pensa debba essere, ma niente di me, non sono mai, mai potuta essere me stessa e non so neanche di cosa parlare. Preferirei non saperne più niente, perché il sangue è sangue sì, e c’è la riconoscenza, ma… ma. Ma non si può vivere a vita un ruolo che non si riconosce e sentirsi obbligati verso chi si sa essere causa di tanti danni della propria psiche.

Odio, mi spiace, condividere queste emozioni, però devo scrivere e scrivere per spurgare l’anima dall’amarezza che mi assale sovrastando i miei argini e sommergendo tutto.

Con tanta solitudine, ci si sente in colpa ad agognare che anche l’ultimo ormeggio si sciolga.

Il fatto è che ho altre cime che non siano un cappio.

Non stai bene, lo so che non stai bene, ma non intendiamo la stessa cosa. Ed è terribile. Chiunque vedrebbe nei tuoi occhi il mondo capovolto, ma tu cerchi lui e solo lui, che cammina a gambe all’aria e mi spaventa.

Abbi cura di te o persevera nella tua follia, solo, ti prego, lasciamene fuori del tutto.