Chimera d’amore. Vero dolore


Mi sei mancato, sempre.
Ho camminato con te per sentieri che non hai mai conosciuto, ti ho portato in stanze meravigliose.
Il tuo sguardo nel mio, che non hai mai tenuto, io l’ho conservato.
I baci generosi che non ci siamo scambiati, ho vissuto infinite volte e ti ho accarezzato con una dolcezza struggente che non saprai .
Mi hai venerato come agognavo, mi hai sfiorato teneramente, mi hai segnato, morso, tenuto saldamente.
Sono stata tua, totalmente come non sai capire.
Momenti non vissuti, mai toccati, conservati nella mente.
Se solo cadessero le barriere, l’orgoglio sarebbe un soffice pulviscolo e le paure chimere.
La stanchezza di tutto ciò che non sappiamo esprimere è una diga immensa.
Abbiamo tutto, quando abbiamo qualcuno.
Non abbiamo nessuno veramente.
Troppe le lezioni per tenere, chiudere, nascondere, soffocare, reprimere.
Non c’è coppia in frammenti d’amore, non c’è un intero tra le crepe.
Ho bisogno di te, ma non ti avrò mai.
Questo solo è il mio dolore, perenne.

Il lago del soldato.


Il lago è fermo, le sue acque immobili riflettono l’ambiente e i miei umori.
Non fidarti, tutto ciò che è fermo nasconde l’abisso che attende.
Sotto la superficie ogni cosa si confonde, la meraviglia si perde.
La limpidezza rivela la melma che afferra e non rende.
Seduto immobile, congelato nel quadro che osservo da dentro, il mio tormento si muove, ma non trapela.
Ogni vita che ho preso, ogni volto per sempre fermo in un sorpreso orrore, chiama il suo pegno.
Ho servito con onore, le medaglie splendono, le mie acque brillano.
Il mio inferno si nasconde, brucia di fiamme che lambiscono ogni mio umano sentimento.
Resto qui, sulle sponde del lago ad attendere che il mostro mi divori o mi porti con sé.

Ricordi di un’amicizia


Mi volevi bene. Te ne ho voluto immensamente.
Abbiamo sognato il futuro ed era così semplice da essere impossibile, perché le cose facili sono sogni semplici.
La realtà è assai più complessa, piena di strappi e vicoli nascosti.
Abbiamo camminato per le strade della nostra città, sicure perché insieme.
Ho creduto che l’amicizia fosse per sempre, che la vita fosse più grande e accogliente, nonostante tutto.
Invece fa sorprese e porge vassoi di esche avvelenate.
Nel mio dolore è cambiato tutto, ero altrove, non so dove.
La tua serenità e la mia disperazione: un muro.
Mi sono sentita inferiore.
La mancanza d’amore brucia il cuore e crea paure immense.
Quei momenti però restano preziosi, immutabili nel tempo.
Odore di foglie rosse nel vento, risate e sospiri, emozioni appena sbocciate e confidenze sussurrate.
Ricordi limpidi, le macchie non li hanno sporcati e ringrazio di averti persa prima che il peggio ti toccasse, prima che il mio buio ti sfiorasse.
Per quei giorni felici sarai la migliore amica finché respiro.

Dello scrivere


Scrivere è vivere scorrendo, su un pezzo di carta, uno schermo acceso, un tratto di spiaggia.
Scrivere è non soccombere, lasciare un segno, un po’ di onestà umana.
Scrivere è il sogno mai speso, un desiderio inespresso condiviso col mondo.
Scrivere è un amore esteso, una passione protesa che afferra e ti sorprende.
Scrivere è l’unico modo per essere me stessa, ammesso e non concesso.
Scrivere è la storia che l’uomo racconta, la verità che non pretende realtà.
Scrivere è l’amore più grande che conosco, a cui sono fedele, per sempre.

Una moneta di rame


Una moneta di rame, sul tavolo della cucina.
Il sole fa capolino dalla finestra aperta.
La moneta di rame sembra così bella, preziosa come un campo di grano che nuota nel vento.
L’odore dell’estate pervade l’ambiente, una lacrima ha valore anche quando non c’è testimone.
Ho perso il sonno nei sogni spezzati, ho perso la strada verso il mio cuore.
Stringo le braccia per non cadere, mi tengo unita per esistere.
Il sole mi schiaccia e la vita mi chiama.
Una moneta di rame sembra preziosa.
Una preghiera cade nell’immenso celeste.
Aiutami, aiutami e non lasciarmi sola.
Troppo rumore in una bocca che parla, portate via da me le parole che non so prendere.
Ho i pensieri che riempiono la mente, come fiori che sbocciano, popcorn che scoppiano.
Una moneta di rame tra le mie dita, piccola la vita .
Preziosa.

L’uomo dei sogni


Ho caldo, non dovrei aggiungere altro: il caldo mi ferma, mi gonfia, mi alliena.
Il gatto mi guarda storto e io gli faccio il medio.
“Che vuoi?” Mi disprezza un istante ancora e poi con lentezza, tanto per chiarire quanto mi teme, si volta e mi mostra il culo.
Per intenderci, non porta nulla per nascondere e questa onestà mi destabilizza sempre.
Vivo con questa creatura che mostra tutto senza imbarazzi, che si lecca e vomita e mi pare normale, disgustoso, ma naturale e io quasi non mi guardo allo specchio per spogliarmi.
“Lo so, le cavolo di convenzioni sociali, il pubblico decoro!”
Vorrei essere diversa.
Sono qui, davanti allo schermo magico, che di fantastico ha poco o niente, fa solo compagnia. Pensare che accendo la TV per non sentirmi sola, mi affossa completamente.
Sollevo una gamba sullo schienale del divano, così sono stravaccata del tutto, una signora.
Guardo i volti attraenti che non mi emozionano più. Troppo perfetti, belli, ma così tanto che non c’è connessione. Posso mica permettermi di immedesimarmi in quei volti? Non c’è emozione se uno non ci si infila un po’ nella storia. Per quanto immaginaria, ci devo credere, in qualche modo mi ci devo ritrovare e ho capito che non è la storia carente, ma la bellezza troppa.
Una volta nei film anche i più belli sudavano, eccome. Per me era la prova che fossero umani.
Un uomo dall’aspetto un po’ rude sta guidando su una strada senza fine, USA sicuramente, lo spazio che lo circonda è aperto, non un albero che lo racchiuda. Che sensazione liberatoria.
Mi trovo a stringerlo tra le braccia, il vento tra i capelli, non riesco a respirare, devo abbassare la testa e coprire il viso sulla sua schiena.
Non è possibile, sto sognando.
Guardo in basso e con sommo orrore mi scopro in camicia da notte, scalza.
Ho le vertigini, stringo più forte.
“Stai tranquilla, tieniti forte e non pensare a niente.”
Cosa? La voce è profonda, calda e un po’ graffiata.
Quest’uomo ha un odore… di pelle, dev’essere la giacca che è impolverata.
Mi appoggio su di lui e mentre lo stringo sento un calore nuovo diffondersi in me.
Il suo dorso è ampio e io mi sento consapevole di essere donna.
Un uomo tra le braccia, è questo che mi fa sentire donna? Penso sia l’emozione che provo, questo mi fa sentire femmina.
Sento il suo ventre che si tende mentre guida e che si estende respirando. Sono commossa da quest’intimità .
Lui si appoggia leggermente a me e le mie mani scivolano più in basso, sono sopra il bordo dei jeans.
Ride piano, mi ricorda il caffè.
“Stai bene?”
Ci penso su, so che sto bene, ma non so cosa dovrei dire, non capisco ancora cosa ci faccio su questa moto.
“Sì. Non so se è normale che stia così bene.”
“Certo che è normale, ti ho aspettata tanto.”
Aderisco di più al suo corpo massiccio, ho voglia di piangere.
“Sento che ti ho ritrovato, ma non ti conosco. Non ha senso.”
“Sai chi sono, ma non lo vuoi credere.”
La strada scorre sotto di noi, mentre le mie mani scorrono sul suo petto perché ho bisogno di sapere che è vero, in ogni muscolo, in ogni suo respiro.
“Così sei pericolosa, non mi provocare.”
Sento l’emozione nella sua voce.
Il senso di colpa mi colpisce come un pugno nello stomaco. L’ho abbandonato, nel passato, nei ricordi di giochi dispersi nel tempo.
“Ti sognavo.”
“Ti ho aspettato, l’ho promesso.”
“Ero piccola. Dovevo crescere e mi avresti aspettato.”
“Già. L’ho fatto.”
“Ma i sogni non sono realtà.”
“Quanto tempo della tua vita passi dormendo?”
“Un terzo della mia vita credo.”
“Quindi un terzo della tua vita non esiste.”
“No, io… non lo capisco davvero. I sogni sono un prodotto della mente.”
“E la tua realtà? Se dormi dov’è la tua realtà, quando sogni?”
“Esiste, ma io mi estraneo.”
“Sei sicura che questo non sia vero, mentre la realtà è il posto in cui impari e interagisci per tornare qui, più consapevole di te?”
“Siamo in un’altra dimensione? Ho sognato mia nonna a volte.”
“Qui tutto torna, da qui ognuno parte.”
“Quindi si sogna nella dimensione in cui si va dopo la morte.”
“Non lo so tesoro, io non lo ricordo più. Ti ho aspettato a lungo e il tempo non c’è, non come lo scandisci tu, perché a me non serve.”
“Chi sei?”
“Colui che ti ha aspettata e da cui tornerai sempre.”

Non lasciarmi, mai.


Non avrei dovuto, non dovevo, non dovevo… L’affanno mi soffoca, il tamburo nelle orecchie mi assorda, ho freddo, un freddo che mi azzanna le ossa.
Le foglie sono un tappeto marcio sotto le mie suole imbevute di pioggia.
Mi batto la testa coi palmi aperti: un’idea, una cazzo di idea !
La luce è così bassa, che non so orientarmi, né spazio né tempo sembrano avere un senso, qui.
Non dovevo allontanarmi, mi hanno avvisato.
Spero che qualcuno mi schiafferà in faccia un “te l’avevo detto!”. Giuro che non mi lamenterò, anzi prego, prego, prego che sia così.
Ci fosse un animale almeno! Sono solo.
Il cellulare non prende. Posso farci foto, un selfie magari! Inutile…
Forse no, posso fare foto mentre mi sposto, devo cercare un particolare che posso riconoscere, forse evito di camminare in tondo.
Sono uno stupido idiota, ma spero che sia un’idea utile.
Fotografo un tronco caduto e una lattina di Coca abbandonata; la metto bene in vista affianco.
Continuo così, l’immondizia non manca.
Cerco di sentire l’autostrada in lontananza: niente.
Vorrei aprire gli occhi nella mia stanza e che questa fosse solo la storia di un libro.
Sanno sempre cosa fare loro, personaggi immaginari, potrei anche inventarmi un pirla che se la cavi meglio di me, ma non ho idea di cosa fare. Spremo le meningi ed esce solo marmellata.
Mi fermo a riprendere il fiato, il sudore si ghiaccia subito e i brividi mi mandano in bestia. Non può essere vero! Sono meglio di così! Sono un coglione, lo sapevo.
Mi staranno cercando? Penseranno che me ne sono andato in qualche angolo per stare solo. Come sempre.
L’ultima volta ho fatto una tale scenata a Carlo che starà minacciando chiunque suggerisca che io mi sia perso.
Mi ero ritagliato un angolino poco lontano dal nostro accampamento, ma sono stato così assorbito dalla lettura che ho perso il senso del tempo. Carlo era fuori di testa: quando mi hanno trovato mi ha tirato su per la felpa, lui così minuto e mi ha preso a schiaffi. Un pugno per fortuna non gli verrebbe mai in mente!
Mi sono incazzato di brutto: lo sanno che non sono uno stupido, mi dispiace che si siano preoccupati, ma non si permettano più, mai più di cercarmi come fossi un disperso. Capito Carlo?
Non ho voluto dormirci assieme per tre giorni, era così avvilito… Ho ceduto perché, beh, perché sono uno stronzo arrapato e lo adoro semplicemente.
Ora, mi sento una merda. Immagino che sia preoccupato, che si stia torcendo le mani cercando contro ogni suo istinto di organizzare un gruppo di ricognizione.
L’ho trattato così male quella volta che ancora lo scopro a guardarmi amareggiato. Tengo tutti a distanza, ma lui non se lo merita. Mi ha dato tutto. Io l’ho tollerato. In casa, quando ha chiuso coi suoi, quei porci omofobi, l’ho accolto senza entusiasmo, come se fosse giusto, ma non straordinario per me.
Invece, ero felice, così felice che ho imbrogliato, ho mascherato le mie reazioni.
Scorro le immagini sullo schermo, non sto più girando in tondo, spero di uscire da qualche parte a un certo punto.
Mi fisso sull’immagine di Carlo, ho il petto pesante. Mi manca e non lo vedo da poche ore.
Ride nella foto sfocata. Ho un groppo in gola, mentre le lacrime inattese scorrono libere.
Io non piango. Io, a quanto pare lo faccio.
Mi scappa e l’idea di aprire la patta con questo freddo mi angoscia.
Devo evitare di stare contro vento. Non sbaglio più, parola mia!
Ricomincio a camminare, ormai non penso. Ho solo immagini di Carlo nella mente.
Vorrei rifare tutto, essere una persona migliore, quello che ho sempre voluto essere con lui. Non so da dove mi venga questo freno, questo mio orgoglio assurdo. Non voglio psicanalizzare troppo. Ogni volta che avrei voluto abbracciarlo, fargli un complimento, mi sono bloccato. Sono così idiota che quando voglio toccarlo, mi avvicino casualmente, lo sfioro e aspetto che lui, che non mi resiste e ha molte meno fisime, si volti raggiante e mi abbracci stretto. Allora, in quel momento, sono felice. Sono un inetto.
“Giorgio! Giorgiooooo!”
Non è vero, non ci credo, ho allucinazioni auditive! Anche visive!
“Carlo.” Ho ingoiato la lingua.
Un peso lanciato da una molla mi atterra addosso e cado a terra sconfitto.
Baci e solo baci, sul mio viso. Occhi, naso, fronte, bocca: mi arrendo.
“Mi hai trovato.” Sussurro, ho paura di svegliarmi.
Lui sorride, è così bello! “Certo che ti ho trovato, ti troverò sempre!” Ride.
Io mi trovo a ridere con lui e piangere senza più imbarazzo.
“Mi hai cercato lo stesso.”
“Non ho paura se ti arrabbi, non ti lascio andare. Non lascio che ti perdi.”
Lo abbraccio stretto.
“Ecco, non lasciarmi , bravo. Non lasciarmi mai.”