Non lasciarmi, mai.


Non avrei dovuto, non dovevo, non dovevo… L’affanno mi soffoca, il tamburo nelle orecchie mi assorda, ho freddo, un freddo che mi azzanna le ossa.
Le foglie sono un tappeto marcio sotto le mie suole imbevute di pioggia.
Mi batto la testa coi palmi aperti: un’idea, una cazzo di idea !
La luce è così bassa, che non so orientarmi, né spazio né tempo sembrano avere un senso, qui.
Non dovevo allontanarmi, mi hanno avvisato.
Spero che qualcuno mi schiafferà in faccia un “te l’avevo detto!”. Giuro che non mi lamenterò, anzi prego, prego, prego che sia così.
Ci fosse un animale almeno! Sono solo.
Il cellulare non prende. Posso farci foto, un selfie magari! Inutile…
Forse no, posso fare foto mentre mi sposto, devo cercare un particolare che posso riconoscere, forse evito di camminare in tondo.
Sono uno stupido idiota, ma spero che sia un’idea utile.
Fotografo un tronco caduto e una lattina di Coca abbandonata; la metto bene in vista affianco.
Continuo così, l’immondizia non manca.
Cerco di sentire l’autostrada in lontananza: niente.
Vorrei aprire gli occhi nella mia stanza e che questa fosse solo la storia di un libro.
Sanno sempre cosa fare loro, personaggi immaginari, potrei anche inventarmi un pirla che se la cavi meglio di me, ma non ho idea di cosa fare. Spremo le meningi ed esce solo marmellata.
Mi fermo a riprendere il fiato, il sudore si ghiaccia subito e i brividi mi mandano in bestia. Non può essere vero! Sono meglio di così! Sono un coglione, lo sapevo.
Mi staranno cercando? Penseranno che me ne sono andato in qualche angolo per stare solo. Come sempre.
L’ultima volta ho fatto una tale scenata a Carlo che starà minacciando chiunque suggerisca che io mi sia perso.
Mi ero ritagliato un angolino poco lontano dal nostro accampamento, ma sono stato così assorbito dalla lettura che ho perso il senso del tempo. Carlo era fuori di testa: quando mi hanno trovato mi ha tirato su per la felpa, lui così minuto e mi ha preso a schiaffi. Un pugno per fortuna non gli verrebbe mai in mente!
Mi sono incazzato di brutto: lo sanno che non sono uno stupido, mi dispiace che si siano preoccupati, ma non si permettano più, mai più di cercarmi come fossi un disperso. Capito Carlo?
Non ho voluto dormirci assieme per tre giorni, era così avvilito… Ho ceduto perché, beh, perché sono uno stronzo arrapato e lo adoro semplicemente.
Ora, mi sento una merda. Immagino che sia preoccupato, che si stia torcendo le mani cercando contro ogni suo istinto di organizzare un gruppo di ricognizione.
L’ho trattato così male quella volta che ancora lo scopro a guardarmi amareggiato. Tengo tutti a distanza, ma lui non se lo merita. Mi ha dato tutto. Io l’ho tollerato. In casa, quando ha chiuso coi suoi, quei porci omofobi, l’ho accolto senza entusiasmo, come se fosse giusto, ma non straordinario per me.
Invece, ero felice, così felice che ho imbrogliato, ho mascherato le mie reazioni.
Scorro le immagini sullo schermo, non sto più girando in tondo, spero di uscire da qualche parte a un certo punto.
Mi fisso sull’immagine di Carlo, ho il petto pesante. Mi manca e non lo vedo da poche ore.
Ride nella foto sfocata. Ho un groppo in gola, mentre le lacrime inattese scorrono libere.
Io non piango. Io, a quanto pare lo faccio.
Mi scappa e l’idea di aprire la patta con questo freddo mi angoscia.
Devo evitare di stare contro vento. Non sbaglio più, parola mia!
Ricomincio a camminare, ormai non penso. Ho solo immagini di Carlo nella mente.
Vorrei rifare tutto, essere una persona migliore, quello che ho sempre voluto essere con lui. Non so da dove mi venga questo freno, questo mio orgoglio assurdo. Non voglio psicanalizzare troppo. Ogni volta che avrei voluto abbracciarlo, fargli un complimento, mi sono bloccato. Sono così idiota che quando voglio toccarlo, mi avvicino casualmente, lo sfioro e aspetto che lui, che non mi resiste e ha molte meno fisime, si volti raggiante e mi abbracci stretto. Allora, in quel momento, sono felice. Sono un inetto.
“Giorgio! Giorgiooooo!”
Non è vero, non ci credo, ho allucinazioni auditive! Anche visive!
“Carlo.” Ho ingoiato la lingua.
Un peso lanciato da una molla mi atterra addosso e cado a terra sconfitto.
Baci e solo baci, sul mio viso. Occhi, naso, fronte, bocca: mi arrendo.
“Mi hai trovato.” Sussurro, ho paura di svegliarmi.
Lui sorride, è così bello! “Certo che ti ho trovato, ti troverò sempre!” Ride.
Io mi trovo a ridere con lui e piangere senza più imbarazzo.
“Mi hai cercato lo stesso.”
“Non ho paura se ti arrabbi, non ti lascio andare. Non lascio che ti perdi.”
Lo abbraccio stretto.
“Ecco, non lasciarmi , bravo. Non lasciarmi mai.”

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