Il villaggio


C’era una volta e forse c’è ancora, un villaggio sconosciuto al mondo. Ciò si doveva al fatto che si appoggiasse sul dolce declivio di una valle nascosta tra le ripidissime vette di una catena montuosa maledetta.
Tali vette erano ritenute infauste dato il numero di morti che annoverava: nessuno, da che si sapesse, era mai tornato da quelle cime. I viandanti che attraversavano quelle terre, si segnavano alla vista di quelle zanne minacciose e tacevano per tradizione, fino a quando erano certi di averle lasciate lontane. Temevano infatti di esprimere desideri o timori involontariamente e che spiriti dispettosi sarebbero scesi dalle vette stregate per realizzare i loro incubi peggiori.
Le mamme ammonivano i figli raccontando le storie di povere anime impazzite al solo passaggio in quelle lande desolate.
I ragazzi credevano e temevano la maledizione poiché in ogni villaggio c’era qualche esempio vivente di guscio umano.
Tutti ignoravano perciò che aldilà di quelle ripide montagne ci fosse la vita, persone che abitavano pacifiche ignorate dalla curiosità umana.
La vita in quel villaggio scorreva tranquilla, ognuno aveva il suo mestiere e collaborava per il benessere comune.
Non c’era modo di essere ricchi, ovviamente, poiché la ricchezza deriva dal maltolto e non ci sono bottini senza guerre e conquiste in terra altrui.
Berta amava mettere trappole per conigli, era la sua abilità. Il padre rimasto solo, cercava di lasciarla libera per quanto possibile, temendo di frenare il suo fare gioioso. Ovviamente i Savi avrebbero presto deciso del destino della ragazza, votando in Consiglio Segreto. Fu così che Berta restò isolata dagli altri, per quanto concesso, felice di sgattaiolare fuori di casa appena finite le poche necessarie faccende domestiche.
La ragazza ignorava il perché della malinconia del padre, avendo perso la madre da piccola, non si stupiva dello sguardo assente. Lucash preferiva così, inutile raccontarle di posti lontani, di persone care e mai riviste, tanto più che se i Savi l’avessero scoperto a parlarne, sarebbe stato bandito a vita.
Essere bandito dal villaggio significava vagare senza mezzi, in cerca di impossibili vie attraverso le cime maledette.
Un suicidio senza lettera, un omicidio con mani pulite.
“Senti papà, ho trovato un posto perfetto per cacciare, vedrai quanti conigli venderò al mercato, ti potrai comprare l’unguento per la gamba!”
Lucash sospirò commosso, sua figlia lo adorava e avrebbe fatto qualsiasi cosa per vederlo felice e in salute.
“Berta, piccola, voglio che al mercato questa volta compri la più bella stoffa per confezionarti un abito. No, non discutere, é necessario. Lo sai.”
La ragazza sbuffò, ma il sorriso le tornò in fretta, le era impossibile intristirsi a lungo.
“Va bene, così le zie saranno soddisfatte e noi staremo in pace per un po’. Sono proprio decise, eh? ”
Lucash ridacchiò, perché quelle megere erano totalmente decise a liberarsi di lui e mettere le grinfie su Berta.
“Tu fai come ti dico, io ti confezionerò l’abito più bello che si sia visto e loro saranno obbligate a ritirarsi nel loro covo.”
Berta rise divertita, entrambi sapevano che nelle storie raccontatele da piccola per addormentarla, Lucash descriveva una delle zie quando appariva una strega. Una delle tre, a rotazione. Berta se ne era accorta presto e spesso il modo in cui approcciava le zie era stato motivo di ansia e imbarazzo per il padre. La colpa era sua, ma ne era valsa la pena.
“Se cresci ancora un po’, dovrò fare una casa più grande. Vai a spendere un po’ di energia va’ !”
Berta baciò il padre sulla guancia ruvida e corse via senza richiudere la porta. Lucash non la sgridava mai per questo, approfittava della svista per scorgerne la sagome in lontananza, fino a che spariva nel folto del bosco.
“Va tutto bene, ancora.”
Si alzò senza smettere di osservare la gatta sulla sedia a dondolo.
“La proteggerò sempre, come puoi vedere.”
Si sollevò l’orlo del pantalone, avvolgendolo fino al ginocchio.
“Prego, serviti pure.” La gatta con un balzo fu sul suo polpaccio, azzannando la carne senza pietà.
Lucash aspirò l’aria tra i denti, il dolore era forte, come sempre.
“Solo il sangue Perla, lo sai, non imbrigliare.”
La gatta si staccò e per dispetto lo graffiò sul segno del morso. Il bruciore era insopportabile.
“Vado a ripulirmi, spero starai bene ora.” L’animale gli aveva già voltato le spalle acciambellandosi nuovamente sulla sedia comoda.
“Va tutto bene…”

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