Il primo incontro


Nel locale in cui spesso faccio colazione, c’è un’atmosfera intrigante. Mi cattura la luce calda che inonda la stanza senza violarla. Tutto è accogliente. Dal mobilio semplice, in legno color pastello, alle lavagnette con le scritte colorate dai gessetti.
Mi rintano qui, trovo un sorriso e un angolo di pace.
Da un po’ mi chiedo chi sia quel sorriso. Non me lo tolgo dalla testa.
Cerco il coraggio di chiedere ai proprietari, ma non lo trovo da nessuna parte.
Il coraggio è una caratteristica che non mi appartiene.
Quindi, mi risolvo di accontentarmi rubando qualche sguardo a quel volto particolare.
Una foto appesa insieme ad altre. Sono evidentemente parte della memoria e della vita della coppia che possiede il locale.
Mi sento così stupida!
Come si può invaghirsi di una persona che si è vista solo in foto?
Nulla di strano per me.
Passo le giornate scrivendo storie che funzionano abbastanza bene, sulle pagine.
Ho avuto una giusta intuizione e ora ho dato via, mio malgrado a una serie infinita di racconti che sono piuttosto apprezzati.
Non me lo spiego, non ci provo neanche.
Immagino che i miei sogni e la mia fantasia incontrino i desideri di altre persone diverse da me.
Tutti sono diversi da me, non in senso filosofico, ma realistico.
Oggi, devo essere rimasta più del solito a fissare quel volto nella cornice, perché il titolare mi ha sorriso con condiscendenza, quando sono andata a pagare la consumazione.
L’ho fissato col mio migliore sguardo da ebete, senza capire il suo sorrisino arguto, finché è scoppiato a ridere. Dritto in faccia a me, fragorosamente. La mia mortificazione non si può quantificare.
Ho incassato la testa nelle spalle e l’ho guardato di sottecchi.
“Non mancare sabato. Torna a casa. Lo vedrai di sicuro, se passi il pomeriggio qui.”
“Chi, io,ma poi, perché?”
Lui mi fa l’occhiolino.
“Perché dici? Vedrai. Fidati di me. Tutti hanno da giocare la loro carta una volta nella vita.”
Mi scappa un sorriso, perché è il gesto più gentile e affettuoso che ricevo da troppo tempo.
Annuisco commossa.
“Ci sarò.”

***

Entro di soppiatto, mi sento in imbarazzo, ma il titolare e la moglie mi salutano concitati e perciò non mi resta che arrendermi e andare loro incontro.
Mi sorridono come sempre e mi abbracciano anche.
Non sono abituata e sento la pelle troppo aderente, se avesse una zip, ne uscirei.
“Non essere nervosa, dai. Vai al tuo solito posto e scegli cosa vuoi bere e mangiare e rilassati.”
“Va bene, grazie. Vorrei un Earl Grey e una fetta di quella bellissima crostata.”
“Lo sapevo, mio marito pensava avresti optato per la torta di mele, ma io conosco la mia ragazza.”
Mi pizzicano gli occhi.
Sono così sfigata che con poche parole questa donna meravigliosa si porta via un pezzo del mio cuore. Lei mi sorride comprensiva e mi spinge dolcemente verso il mio posto.
Il tempo scorre lentamente e piano piano la mia agitazione cede il passo al conforto che trovo sempre in questo posto.
Mi godo il momento, mentre batto i tasti ispirata sul mio portatile.
Un fremito mi scorre lungo la schiena.
Mi sconvolge, un’emozione così intensa e inattesa.
Mi blocco di colpo e sollevo lo sguardo sul sorriso più bello che abbia mai visto dal vivo, ma che ormai conosco così bene.
Il sorriso si distende.
“Finalmente ci conosciamo.”
Vorrei dire che mi sono alzata con fare elegante, sorridendogli a mia volta e presentandomi con voce carezzevole.
Vorrei tanto.
Sono invece rimasta ghiacciata sul posto, con la bocca spalancata in una O oscena e battendo le palpebre, come in attesa di una qualche sorta di miracolo.
Il suo sorriso vacilla, mi guarda incerto in attesa.
Potrebbe attendere per sempre, io sono una causa persa.
Mi guarda e io mi sento avvolgere dalle fiamme, so di essere paonazza dall’imbarazzo.
Mi osserva ancora e poi scoppia a ridere, forte, ma così forte, che tutti si voltano e ogni volta che cerca di calmarsi, mi guarda e torna a ridere.
“Oh… io, ecco, io. Sì, ciao.”
Faccio per alzarmi e incrocio la caviglia con la gamba della sedia, mi prende il panico e prego di non cadere, ma non ho pregato nel modo giusto perché cado rovinosamente e fragorosamente a terra, sul sedere.
Lo guardo e sento con mio orrore che non sono in grado di frenare le lacrime.
Sono totalmente sopraffatta dalla vergogna.
Proprio quando penso che ora lui abbia ragione di ridere di me, lui si lancia verso di me e si accovaccia prendendomi le mani.
Il suo sguardo è preoccupato.
“Non è nulla, perdonami ti prego. Sono stato uno stupido, ma quando sono nervoso, non do il meglio di me. Che dici, riproviamo?” Mi sorride e mi aiuta a sollevarmi.
Mi sento un calore dentro, meno violento di prima e più avvolgente.
“Sì, scusa. Anch’io ero nervosa.”
Restiamo per ore a chiacchierare, mentre quelli che scopro essere i suoi zii ci ruotano in torno convinti di essere discreti.
Ma non cambierei nulla.
Il nostro primo incontro è stato perfetto.

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