Lo strappo


Non l’opera d’una lama che ti offende nella carne, crudele e vendicativa, ma una logorante tensione che tira , impietosa e non desiste. Insensibile alla tua pena, indifferente al tuo dolore. Tira e tende, fino allo squarcio, fino a che la tua pelle si laceri maldestramente. Inutile ricucire lembi che mai più combaceranno. Tuttalpiù lo strappo si cela.

risvegli e incubi


i tuoi occhi
oltre me
vivono
lontano,
da me

mi batto il petto,
grido
mi graffio
scalpito
piango

come fosse
normale
spazi (tu),
nel mondo
ti basti

nel buio sento
braccia forti
strette
al mio petto,
fantasmi

parlo,
non senti
guardo,
non vedi
lascio

ciò che ero
non sarò,
il cuore spento,
un fioco
desiderio

non si cancella
non si riparte
solo avanti
a spinte,
a inciampi

errori?

sogni grandi!

per umani

piccoli

nulla

di carne

sangue

e ossa

troppo

fragili.

Per sempre e poi basta


Per un istante, un momento solo, l’abbraccio amoroso, tenero, annientante. Tra le braccia il mio rifugio, nel respiro la promessa, nella spinta la salvezza. Piccola, indifesa, presa. Illusione e bisogno, la resa totale, cadere per non morire. Giorno in giorno, passa tutto e scorro, mi trasformo. Nel petto stretto il ruggito, mentre belo il mio lamento e non perdono. Ho sbagliato e non perdono, ho perso troppo tempo. Ti guardo dormire, so chi sei e mi pento, mi detesto. Seppelisco cuore e radici e mentre affondo sogno. Rifugio di braccia, respiro di vita , mano che stringe la mia. Non mi trovo e corro ancora, tra vicoli più lunghi e bui. Tutto mi assale e nulla si posa, ho spalle affrante. Tu eroe, tu conoscitore, remi in vasca. Dove andrai senza mare? Apri la porta di casa. Scorre dentro, tra flutti in tempesta e dighe ferme. Tra il battito impazzito e la gabbia sul petto. Finché respiro, finché vivrò e poi pace.

Giocavamo a nascondino


Risultati immagini per hide and seek in the dark

Giocavamo a nascondino.
Sempre. Il gioco che accontentava tutti o che piuttosto evitava discussioni.
Io lo odiavo, come odiavo l’enciclopedia medica di mia nonna che puntualmente sfogliavo fino a farmi venire la nausea e gli incubi.

Si procedeva a fare la conta e già da lì, mi saliva l’ansia, l’emozione mista a terrore.
Sarei stata io sotto? Avrei dovuto correre a scovare tutti  e mentre cercavo uno, un altro si liberava? Avrei fatto brutta figura?
Alla fine, quel pensiero avvilente mi faceva preferire l’altra opzione. Di poco.
Meglio nascondermi bene e un po’ lontano piuttosto che stare nei paraggi e rischiare di essere beccata.

Parte il conteggio e mi vengono i brividi: tutti scappano e cozzano tra loro, risate e imprecazioni.
Io parto verso le cantine del condominio e il cuore mi palpita in gola.
Ho paura, so che non ha senso, ma ho paura.
Giù è buio, freddo e grigio.
L’estate non entra in quel regno di cemento.
Cerco di ascoltare, devo capire quando gli altri escono dalle loro tane.
Devo tornare su e non essere presa, catturata.
Sono una preda e mi scappa la pipì, terribilmente.
Il mio unico pensiero è trattenerla. Ogni volta che giochiamo a nascondino finisco per farmi travolgere dalle vertigini della caccia.
Perché qui si gioca alla caccia, si gioca alla preda e al cacciatore; si gioca alla guerra, al nemico che ti sorprende e non c’è salvezza.
Ho paura, anzi, sono pietrificata e mi scappa la pipì così tanto!
Lo sfarfallio nella pancia peggiora tutto. Una sensazione esilarante, quasi bella.
Ricorderò per sempre quella paura, il grigio delle cantine, l’attesa.
Non ricordo nulla della risalita, di chi si salvava, di chi finiva preso.
Ho solo memoria di quella paura segreta.

Vita


un taglio netto, inciso sulla pelle,
un sorriso sghembo
una lama che lacera e apre
parole di plastica che bruciano
l’odore è acre.

l’abisso fumoso intinge le vesti di inferno
volteggiando si cade
più in alto di ieri
nel mondo capovolto
si vola

case, cose, città di carta e fiamme di ossa,
volando si cade su
chi muore ricorda
e rimane affisso
sulla porta

l’uscio si chiude e tutto si scorda
di giochi, di brame
voglia di te
l’oblio lava
e culla.

non resta che il sogno e il bardo
il canto e l’illusione
la festa e il terrore
tra vita e morte
l’attesa.

Della bellezza (dell’asino) e del curioso esplorare (trovandola)


Beauty contest.

Miss, queen e top su top on top of this beautiful world.
Fashion coi suoi divieti e i suoi must, must, must !
C’è un problema, per me: non è bellezza, forse piuttosto uno spot per l’impennarsi dell’ormone, uno solleticare un facile ardore, ma tiepido, se siamo onesti.
Si vende, tutto si vende e quando quel corpo lì, quel viso là, fa fremere le folle, allora va da sé la ricerca del clone.
Clone su clone, la star war hollywodiana si è estesa al mondo intero, complice una certa ingenuità anche in rete.
Assottiglia il punto vita e il sedere e il seno esplodono con prepotenza, come le spalle che nell’uomo appaiono subito più larghe. Sei sei così, la gente freme, qualcuno ti vorrà e mi torna in mente una canzone di George Michael”Star people”: Maybe your mama gave you up boy (it’s the same old same old) Maybe your daddy didn’t love you enough girl…

(we miss you so much George)

Strumentalizzare sulla fragilità delle persone è il gioco più antico e garantisce la vittoria (sempre?).
Però, però… l’arte si ribella, sempre si ribella, seppure con poca fantasia, a volte.
Che sia in una immagine catturata con un click, che sia indelebile nel tratto di una pennellata o nella prosa del racconto… la bellezza è svelata, sempre svelata.
Se si freme di fronte alla perfezione delle fattezze, è pur sempre vero che la vertigine nel ventre, quello scuotimento che abbatte tutte le certezze, viene da un’inatteso momento, istante di erotico stupore.
Chiunque, chiunque può provocarlo e chiunque può esserne turbato e forse non ci vogliono turbati, scossi, in grado di aprire la mente, alzare lo sguardo dalla bibita gassata, dal televisore e scoprirci vivi !
Nel difetto c’è lo stupore, quando viene tolto il velo e il mistero aleggia ancora su un seno imperfetto, un addome proteso, nello sguardo schivo e ardente, nel sapere di avere di fronte un momento unico e irreplicabile.
Allora, ode al momento di estasi tra due ignote imperfette creature che del loro incontro sanno cogliere il bello. A tutta la bellezza celata e che nessuno potrà immortalare, che il mondo segretamente brama, ma si nega.
Nel recedere della chioma meno folta, nelle pieghe che raccontano i tuoi sorrisi, tra le cosce da afferrare a mani piene  e le braccia poco muscolose che hanno sorretto famiglie intere… io vedo lo splendore, una bellezza che nessuno merita, che va donata, conquistata.

Il gallo inglese.


La giornata prometteva pioggia.
La sentiva nelle ossa, prima ancora di aprire gli occhi, nello squallido stanzino umido dell’ostello inglese.
Il bisogno di alleggerire la vescica era opprimente, ma avrebbe significato alzarsi, vestirsi e percorrere il corridoio fino alla stanza da bagno, in fondo.
Certo, un bagno in comune con gli altri ospiti…
Fucking awesome!
Si rotolò nelle lenzuola appiccicaticce , puntò coraggiosamente il naso fuori dal calore scarso delle coperte e l’odore di muffa lo sconfortò.
“Tanto vale alzarsi una volta per tutte.”
Con velocità e precisione eccellenti si lanciò sul maglione e sui jeans lasciati sulla sedia la sera prima. Se li infilò sul pigiama. Già, qui doveva indossare un bloody pigiama, perché la pensione in cui pernottava era l’unico posto in tutta Inghilterra senza riscaldamento! C’era il caminetto, mister, se gradisce!
Comunque, quando scarseggia il contante c’è poco da lamentare.
L’avrebbe trovata, l’avrebbe cercata fino a farsi sanguinare i piedi, ma avrebbe recuperato i suoi soldi!
Infilati i piedi nelle luride scarpe sportive, prese l’occorrente per la doccia e si affrettò, nella speranza di arrivare prima di quello studente con la stazza di un gigante troppo nutrito.
Avevano quasi gli stessi orari e la gentilezza del ragazzone lo metteva a disagio, perché avrebbe preferito fosse un rozzo semi-analfabeta, così avrebbe potuto sfogarsi, rivalersi in arroganza e arguzia.
Sì, lo sapeva di avere le sue cose irrisolte, chi non le ha?
Invece, quell’orso biondo gli sorrideva sempre, si scusava sempre, perché poi?  Insisteva che usasse prima lui, mister please, il bagno. Tanto all’Università sarebbe arrivato in tempo.
Il mister quindi accettava e non osava confessare di non avere fretta, se non quella di braccare la bastarda e recuperare il maltolto.
“Non c’è.”
Bene, vero?
Visto? Non c’era bisogno di agitarsi tanto, mica il loro incrociarsi ogni mattina era scritto su contratto e siglato col sangue!
Avrebbe dovuto sbrigarsi in ogni caso, non fosse mai che il gran palestrato si svegliasse tardi e avesse bisogno con urgenza del bagno!
Entrò risoluto nella stanza e richiuse la porta, ovviamente senza chiave, perché la signora vedova della pensione aveva il terrore che gli ospiti avessero un malore in bagno. In effetti il marito era morto così, la buonanima, e Mrs. Johnes aveva dovuto far buttare giù la porta per soccorrerlo!
Preso dall’immagine della povera signora in preda all’isteria, si spogliò con la destrezza dell’abitudine dei gesti quotidiani e si rallegrò che la stanza fosse calda. Finalmente, la stufa era stata accesa di buon’ora!
Si voltò e aprì l’anta scorrevole della doccia.
“Fuckin’ Hell!”
L’orso palestrato…
Biondo, grande e soprattutto grosso!
Quanto…? No way!
“I’m sorry, so sorry!”
Lo diceva e ripeteva, ma la mano sembrava morta lì, inchiodata all’uscio della doccia e i suoi occhi incollati alle fattezze dell’imbarazzatissimo studente nerboruto.
“Hey, mate?”
Finalmente si decise a sollevare lo sguardo e con un sorriso sghembo si scusò. Ancora.
In quel momento, solo in quel momento si rese conto d’esser nudo e non volle fare connessioni bibliche. Gosh!
Se ne accorse infatti dallo sguardo della’altro che nel suo sconfortante disagio occhieggiava le sue pendule e più intime fattezze. Insomma, semi-pendule, perché era appena sveglio, ancora non aveva alleggerito la vescica, insomma… Si sa!
Finirono per ridacchiare, entrambi, un po’ isterici.
Finalmente, con l’ultimo giro di scuse, si accinse a chiudere la doccia.
“Non serve che tu esca, ho finito, devo solo sciacquarmi.”
“Non so, ti ho già disturbato abbastanza.”
“Insisto, fa un cavolo di freddo assurdo lì fuori. Ormai non c’è molto da nascondere, no?”
“Eh già, hai ragione pure tu. Ti spiace se faccio pipì? Non ce la faccio più.”
“No, tranquillo. Non ho questi pudori. Ho tre fratelli.”
Niente pudori, eh? Ve bene, ci credette, quasi.
“Io ho solo una sorella. Stronza, per cui non sono cresciuto con altri maschi in giro per casa. Mio padre era riservato e pudico. Però, non so perché, io non lo sono affatto.”
Il ragazzone rise mentre usciva dalla doccia nella sua glorio.. nella sua imponente nudità.
Ci mise il suo tempo ad afferrare l’asciugamano appeso dietro la porta e non se lo avvolse subito attorno, ma si limitò ad asciugarsi con movimenti energici e ciondolamenti pesanti.
Beh, l’imbarazzo evidentemente era colato giù, con l’acqua della doccia!
Perciò anche lui si prese il suo tempo per alzarsi, stiracchiarsi e con un occhiolino infilarsi nella doccia.
Sentì la risata calda del ragazzone prima di aprire lo spruzzo d’acqua.
Forse quell’ostello non era poi così freddo.