Originale imperfezione


Fino all’ultimo alito di vita in me, sarò forte contro il tuo demone interiore. Tengo il mio forte al petto, il mio gemello diverso, il sussurro nella notte. Che la tua voce non si confonda mai col mio disprezzo. Nel mio cuore ho troppi strappi cuciti senza professione. Vedo il mio difetto, le crepe, il mio sentimento infetto. Conosco il bisbiglio che mi sgorga dal petto e non ha il tuo nome, il tuo personale tormento. Sarò uno scudo contro il tuo veleno. Le tue vesti ipocrite non porteranno il mio nome. Puoi gettare ogni mia azione nel fango, calpestala e farne scherno. Non sarà vero mai, nulla di ciò che lascia la tua bocca . Tuo il pennello, e il disegno di me. Tua l’interpretazione. Somigliante o meno, sarà il tuo sguardo e mai, mai il mio vero me. Ogni quadro parla del pittore. Il soggetto è solo oggetto dell’occhio che pesa, misura e sogna. Io sarò un’unica possibilità, il tempo di un arcobaleno. Il mondo avrà impressa l’impronta di me fino al passo di colui che la calpesta e sarò solo il ricordo di un odore e un’immagine sbiadita dal sole.

Bacio freddo, cuore d’inferno


La prudenza di non farsi ferire imprudentemente.
Col fuoco non c’entra, sono i no, le parole non dette, gli sguardi vacui.
Vorrei bruciare, vorrei quel fuoco sotto pelle; il tocco del tuo sguardo, concentrato, tanto da farti sudare, da farti piangere dal bisogno, dal desiderio.
Per me, solo per me.
Tra il telefono e il resto di ogni tuo pensiero, dietro ogni tua distrazione, vola via un pezzo, pezzo per pezzo, per pezzo …
Non c’è più un tozzo di carbone acceso.
Posso darti il tuo piacere di me, il mio corpo liscio, agile e spento.
Prendi, serviti pure. Il mio piacere è altrove.
Tra i bagliori di una consumante passione che non mi appartiene. Nella mia mente c’è l’universo e ogni microrganismo d’intelletto, concetto e immaginazione.
Non conosco quella via, di mezzo. Sono professata accettazione. Scorro col corso del mio quotidiano tormento. Coscenziosa determinazione.
Serbo il fuoco della mio tormento segreto e mi vesto di placida sopportazione.
Basta volgere lo sguardo altrove, ricorda! Altrove. Il mio cazzo di sguardo maledetto e pieno di inferno.

Il giardino segreto (in me)


I miei pensieri si fondono in immagini, da sempre. Li osservo e aspetto, a volte li prendo, li afferro. Li tocco con piacere carnale. Mi sveglio di musica che scorre nel cervello, mi spavento se non sono pronta. Pronta alla tua presenza, a una telefonata, al divertimento. Sono una strana persona. Sarcastica. Solitaria. Affettuosa. Leale e sincera in modo irritante, non è falsa modestia. La gente si irrita. Nessuno vuole quella bilancia. Nessuno vuole salirci. Non lo chiedo, ma è un mondo fatto di paragoni e competizione. Gli altri si irritano, ma non sono io che perdo sempre? Sopporto tanto, troppo e alla fine chiudo. Con cemento e ferro. Senza risentimento ti cancello. Non è a cuor leggero, avrò gli incubi, per l’incredibile abuso d’aver accettato tanto ingiusto trattamento. Avrò sempre l’istinto di andarmene, rimanendo. Ogni porta e finestra è una via di fuga che con la mente sfondo per correre in cielo e saltare, gridando e ridendo. Mentre siedo in silenzio. Ho uno sguardo pesante e scoprirlo mi ha ferito. Evito spesso di fissare troppo le persone, perché ora so. Cerco altre parti del volto, mentre parlo. Mi vergogno di mostrare tanta “intensità”, mi vergogno che il mio sguardo sia giudicante. A ognuno il suo. Cerco solo un angolo di pace.

Intro in verso (dell’introverso)


D’ introverso mi vesto e mi spoglio. Di sorrisi e parole che sgorgano. Bisogno di te e risa. Lasciami sola un giorno, anche tre. Cercami e ascoltami, ma non interrompere. Ti osservo, ti vedo e conservo. D ‘introverso mi vesto e mi abbiglio. L’introverso che amo in me.

 

 

Il Gioco


Sono corpi, sono menti e bisogni,
vestiti di carne muscoli e ossa.
Ti muovi e li scansi, spingi e soffi,
i nervi esposti sulla pelle rotta.
Odori, voci, colori mai uguali,
intimi indirizzi di DNA umani.

Brucia lo sguardo come brace,
scotta il tuo cuore di paglia.
Nel petto un grido che tace
si apre con venti di sabbia.
Girano i giorni sul giogo
d’eterno si veste l’immoto.

Troppe le notti a morirsi,
l’attesa svilente d’amore.
Le ore buone per pentirsi,
il tempo di mietere spose.
Gridano i pianti e le risa
nel gioco d’azzardo: la vita.

In memoria


Braccia scarne e occhi immensi,
pacifici cuori e tumultuosi sensi,
oppressi.

Dormono i sogni tra le ciocche e le lenti,
tra i battiti di cuori stretti, persi,
stanchi echi.

Fredda è l’aurora come l’ora tocca,
si dilegua il tempo e la coscienza,
gelida dimora.

Le grida strazianti di chi è memoria,
il silenzio pesante grida vendetta
e non s’ignora.

Membra scarne e sguardi specchi
di ciò che sei, potresti e ti volti,
chiudi gli occhi.

Il male è immenso s’alza e non chiede,
non attende, colpisce e prende,
ciò che vuole.

Brava gente e meschina insieme,
poco importa, se non chi guarda
e non si rivolta.

Se la vita è cara, preziosa da tenere,
tanto più è degna per le altre
da spendere.

La paura di morire di sale ci blocca,
di scuse immonde la bocca riempie,
morbo che abbonda.

I passi tra i passati passi si mescono,
sul cielo lo sguardo uguale ,
un senso stesso.

La certezza di morire


L’unica certezza, una scossa, una porta chiusa e più non c’è risposta.

Le ossa rotte, aride, polvere.

I sogni di ali spezzate, trascinati da onde infrante, voci lontane.

Fermo il cuore si tace, giace.

Ogni carezza, sospiro, l’odore erotico tra memorie riposte aleggia.

Il cranio solo testardo resiste.

La bocca carnosa rattrapisce, rigida e severa non svela e non tradisce.

Dell’unica certezza che tutti ghermisce, l’umanità intera perisce.