Diario di un’ introversa


Soffro di ansia e ci convivo. Perché vivo. So che ci sono traumi e quali sono. Non si cancellano, lasciano le tracce, come una mappa di cicatrici sotterranee tra mente e cuore. Sono la persona che non telefona, qualche volta scrive. Penso alle persone care e non le cerco. Devo averle di fronte. Abbandoni, bugie. Ci sono i motivi, ma non tutti reagiscono così. Se squilla il telefono non sono mai contenta. Neanche se ci fosse sullo schermo il nome di una persona che mi piace. Il primo pensiero è “cazzo!”, perché devo decidere entro un lasso limitato di tempo di accettare. Se la telefonata è lunga, è un supplizio. Non ho più spazio per la noia, ma ho bisogno di tempi “vuoti”, liberi da parole, persone, confronti. La delusione dei discorsi tanto per, di chi ti cerca per bisogno, per sentirti vicino, ma che non c’era o peggio, ha messo il carico da cento quando eri a un passo dal cadere è indelebile. Amare la gente, o piuttosto, esserne affascinata, ma temerne il potere di scalfirti l’anima con leggerezza, forse senza neanche saperlo, è una difficile creatura bifronte. Ognuno di noi sopravvive come può alle tempeste della propria esistenza. Non si può sempre scegliere, tra famiglia amici e il luogo in cui si vive. Trovo sia già una grande conquista riconoscere ed accettare la propria natura e scegliere di proteggerla. Quando con tono lieve dici di essere introversa e ti si ride in faccia, come se avessi detto una sciocchezza o avessi manifestato una troppo perversa attitudine. Allora, sembra meno grave e meno colpevole preferire la distanza da chi ama la tua empatia, ma non ti rende la stessa cortesia. Da un’introversa altamente sensibile a chiunque si riconosca simile. Vi vedo, vi sento, vi abbraccio.

Si Era


C’erano giorni di pioggia, da correre, il volto al cielo.
C’era un sole da scaldare la pelle, ogni odore e colore acceso.
Si coglievano i soffioni per spargerli in cielo;
si correva su colline per rotolare tra le risate.
C’era odore di cocco e mare, alghe e sale.
C’era la neve e scarponi per sciare.
Si scriveva sui diari le canzoni per amare.
Si prendeva un aereo per non tornare.
C’erano notti da ricordare e anonimi incontri.
C’erano momenti per piangere e sospirare.
Si sognava e imprecava tra lacrime sangue.
Si era piccoli battiti ribelli con anime grandi.

Creatura di tenebra


In corpo di serpe che striscia
le viscere tenere morde.
Raccolta in spire sussurra,
la lingua fremente ti sfiora.
Le budella avvinghia,
afferra e attorciglia,
spremendoti vita dagli occhi.
La temi la vecchia baldracca
che zitta nel buio aspetta
balzando ti afferra la gola.
Lattiginosi i suoi occhi
la pavida mente scrutano,
la chiamano tutti Paura.

La sensibilità che ci condanna


Riconoscere di essere altamente sensibili, ipersensibili ci chiamano a volte con tono accusatorio, è difficile. Amare le persone, ma esserne travolte. Vederne troppi aspetti e avere difficoltà di fronte ai toni accesi e alle sfumature. Immergersi nel genere umano con il brivido che precede il concerto del tuo gruppo preferito, rock ovviamente, per poi restare gelati nella folla che ti schiaccia, dalle luci accecanti e la musica così forte da sovrastare la voce del leader, che volevi cogliere più di ogni altra cosa. Un’esperienza esaltante, ma troppo… troppa. Così è vivere quando non si riesce bene a scindere gli aspetti fondamentali da quelli trascurabili. Si è facili alla spinta positiva, come allo scendere nell’ umore nero, appena un certo tono di voce, una svolta imprevista, un’offesa ci toccano come una lama rovente nel burro. Diventa indispensabile poter prendere le distanze quando si rischia di esplodere, perché nulla ci inorridisce più che mostrare le viscere. Non sappiamo però vivere soli, per l’attrazione che condividiamo con gli altri. Amiamo amare e siamo pateticamente leali. Guai a chi ci tradisce, nel senso più ampio. La fiducia non torna mai del tutto e soprattutto diventa una nuova ferita che ci fa dubitare del nostro valore e di quanto siamo amabili. Quando ogni cosa che esponi di te è senza filtro, quando non sai trovare un compromesso tra la totale onestà e il chiudersi a riccio, la persona cui dai fiducia ha un’enorme potere, troppo e che non ha chiesto. Non sai amare senza totalizzare. Chi se ne va, torna sempre, perché essere amati da noi è un’esperienza irripetibile. Peccato che quando chiudiamo una porta è per sempre. A meno che non sia la famiglia. Lì i problemi per noi sono immensi, perché la lealtà associata all’amore ci impedisce di chiudere anche quando restare fa male. Sappiamo rispondere, con precisione chirurgica dissezionare le falsità che ci sottopongono, salvo lasciare un filo di salvezza che non recideremo. Siamo figli, compagni e genitori leali. Anche se non ci vedono, anche se ci sfruttano, anche se ci feriscono. Personalmente, scrivendo respiro, allenandomi mi libero della rabbia e cantano da sola mi libero. Poi, torno al mondo che mi soffoca, alle persone che amo fino a morirne un po’ ogni giorno.

Vero quanto un selfie


La sincerità non si lega alla mediocre giustificazione che certa gente ha pronta, per poter esprimere gratuitamente giudizi non richiesti su altri da sé. La sincerità si applica alla propria persona: è lo sguardo onesto con cui guardiamo al nostro interiore e il modo in cui lo offriamo al mondo. La sincerità si manifesta nelle nostre azioni, non celando e omettendo ciò che abbiamo fatto e siamo. In fondo gli altri non sono migliori, questo è vero, per cui perché mascherare ciò che facciamo, anche se abbiamo sbagliato? Ovviamente, mentire per salvaguardare la propria incolumità è lecito, purtroppo grazie a gente intollerante e realmente pericolosa ci sono circostanze in cui si è obbligati a nascondere. Diffusamente, la gente mente in libertà, per vanità e pigrizia. Un mondo di ragnatele tessute di menzogne, di vite intrecciate senza mai profondamente conoscersi. Finirà che per epitaffio avremo un selfie col Photoshop e sarà la rappresentazione più onesta di come abbiamo vissuto.