Della bellezza (dell’asino) e del curioso esplorare (trovandola)


Beauty contest.

Miss, queen e top su top on top of this beautiful world.
Fashion coi suoi divieti e i suoi must, must, must !
C’è un problema, per me: non è bellezza, forse piuttosto uno spot per l’impennarsi dell’ormone, uno solleticare un facile ardore, ma tiepido, se siamo onesti.
Si vende, tutto si vende e quando quel corpo lì, quel viso là, fa fremere le folle, allora va da sé la ricerca del clone.
Clone su clone, la star war hollywodiana si è estesa al mondo intero, complice una certa ingenuità anche in rete.
Assottiglia il punto vita e il sedere e il seno esplodono con prepotenza, come le spalle che nell’uomo appaiono subito più larghe. Sei sei così, la gente freme, qualcuno ti vorrà e mi torna in mente una canzone di George Michael”Star people”: Maybe your mama gave you up boy (it’s the same old same old) Maybe your daddy didn’t love you enough girl…

(we miss you so much George)

Strumentalizzare sulla fragilità delle persone è il gioco più antico e garantisce la vittoria (sempre?).
Però, però… l’arte si ribella, sempre si ribella, seppure con poca fantasia, a volte.
Che sia in una immagine catturata con un click, che sia indelebile nel tratto di una pennellata o nella prosa del racconto… la bellezza è svelata, sempre svelata.
Se si freme di fronte alla perfezione delle fattezze, è pur sempre vero che la vertigine nel ventre, quello scuotimento che abbatte tutte le certezze, viene da un’inatteso momento, istante di erotico stupore.
Chiunque, chiunque può provocarlo e chiunque può esserne turbato e forse non ci vogliono turbati, scossi, in grado di aprire la mente, alzare lo sguardo dalla bibita gassata, dal televisore e scoprirci vivi !
Nel difetto c’è lo stupore, quando viene tolto il velo e il mistero aleggia ancora su un seno imperfetto, un addome proteso, nello sguardo schivo e ardente, nel sapere di avere di fronte un momento unico e irreplicabile.
Allora, ode al momento di estasi tra due ignote imperfette creature che del loro incontro sanno cogliere il bello. A tutta la bellezza celata e che nessuno potrà immortalare, che il mondo segretamente brama, ma si nega.
Nel recedere della chioma meno folta, nelle pieghe che raccontano i tuoi sorrisi, tra le cosce da afferrare a mani piene  e le braccia poco muscolose che hanno sorretto famiglie intere… io vedo lo splendore, una bellezza che nessuno merita, che va donata, conquistata.

Il gallo inglese.


La giornata prometteva pioggia.
La sentiva nelle ossa, prima ancora di aprire gli occhi, nello squallido stanzino umido dell’ostello inglese.
Il bisogno di alleggerire la vescica era opprimente, ma avrebbe significato alzarsi, vestirsi e percorrere il corridoio fino alla stanza da bagno, in fondo.
Certo, un bagno in comune con gli altri ospiti…
Fucking awesome!
Si rotolò nelle lenzuola appiccicaticce , puntò coraggiosamente il naso fuori dal calore scarso delle coperte e l’odore di muffa lo sconfortò.
“Tanto vale alzarsi una volta per tutte.”
Con velocità e precisione eccellenti si lanciò sul maglione e sui jeans lasciati sulla sedia la sera prima. Se li infilò sul pigiama. Già, qui doveva indossare un bloody pigiama, perché la pensione in cui pernottava era l’unico posto in tutta Inghilterra senza riscaldamento! C’era il caminetto, mister, se gradisce!
Comunque, quando scarseggia il contante c’è poco da lamentare.
L’avrebbe trovata, l’avrebbe cercata fino a farsi sanguinare i piedi, ma avrebbe recuperato i suoi soldi!
Infilati i piedi nelle luride scarpe sportive, prese l’occorrente per la doccia e si affrettò, nella speranza di arrivare prima di quello studente con la stazza di un gigante troppo nutrito.
Avevano quasi gli stessi orari e la gentilezza del ragazzone lo metteva a disagio, perché avrebbe preferito fosse un rozzo semi-analfabeta, così avrebbe potuto sfogarsi, rivalersi in arroganza e arguzia.
Sì, lo sapeva di avere le sue cose irrisolte, chi non le ha?
Invece, quell’orso biondo gli sorrideva sempre, si scusava sempre, perché poi?  Insisteva che usasse prima lui, mister please, il bagno. Tanto all’Università sarebbe arrivato in tempo.
Il mister quindi accettava e non osava confessare di non avere fretta, se non quella di braccare la bastarda e recuperare il maltolto.
“Non c’è.”
Bene, vero?
Visto? Non c’era bisogno di agitarsi tanto, mica il loro incrociarsi ogni mattina era scritto su contratto e siglato col sangue!
Avrebbe dovuto sbrigarsi in ogni caso, non fosse mai che il gran palestrato si svegliasse tardi e avesse bisogno con urgenza del bagno!
Entrò risoluto nella stanza e richiuse la porta, ovviamente senza chiave, perché la signora vedova della pensione aveva il terrore che gli ospiti avessero un malore in bagno. In effetti il marito era morto così, la buonanima, e Mrs. Johnes aveva dovuto far buttare giù la porta per soccorrerlo!
Preso dall’immagine della povera signora in preda all’isteria, si spogliò con la destrezza dell’abitudine dei gesti quotidiani e si rallegrò che la stanza fosse calda. Finalmente, la stufa era stata accesa di buon’ora!
Si voltò e aprì l’anta scorrevole della doccia.
“Fuckin’ Hell!”
L’orso palestrato…
Biondo, grande e soprattutto grosso!
Quanto…? No way!
“I’m sorry, so sorry!”
Lo diceva e ripeteva, ma la mano sembrava morta lì, inchiodata all’uscio della doccia e i suoi occhi incollati alle fattezze dell’imbarazzatissimo studente nerboruto.
“Hey, mate?”
Finalmente si decise a sollevare lo sguardo e con un sorriso sghembo si scusò. Ancora.
In quel momento, solo in quel momento si rese conto d’esser nudo e non volle fare connessioni bibliche. Gosh!
Se ne accorse infatti dallo sguardo della’altro che nel suo sconfortante disagio occhieggiava le sue pendule e più intime fattezze. Insomma, semi-pendule, perché era appena sveglio, ancora non aveva alleggerito la vescica, insomma… Si sa!
Finirono per ridacchiare, entrambi, un po’ isterici.
Finalmente, con l’ultimo giro di scuse, si accinse a chiudere la doccia.
“Non serve che tu esca, ho finito, devo solo sciacquarmi.”
“Non so, ti ho già disturbato abbastanza.”
“Insisto, fa un cavolo di freddo assurdo lì fuori. Ormai non c’è molto da nascondere, no?”
“Eh già, hai ragione pure tu. Ti spiace se faccio pipì? Non ce la faccio più.”
“No, tranquillo. Non ho questi pudori. Ho tre fratelli.”
Niente pudori, eh? Ve bene, ci credette, quasi.
“Io ho solo una sorella. Stronza, per cui non sono cresciuto con altri maschi in giro per casa. Mio padre era riservato e pudico. Però, non so perché, io non lo sono affatto.”
Il ragazzone rise mentre usciva dalla doccia nella sua glorio.. nella sua imponente nudità.
Ci mise il suo tempo ad afferrare l’asciugamano appeso dietro la porta e non se lo avvolse subito attorno, ma si limitò ad asciugarsi con movimenti energici e ciondolamenti pesanti.
Beh, l’imbarazzo evidentemente era colato giù, con l’acqua della doccia!
Perciò anche lui si prese il suo tempo per alzarsi, stiracchiarsi e con un occhiolino infilarsi nella doccia.
Sentì la risata calda del ragazzone prima di aprire lo spruzzo d’acqua.
Forse quell’ostello non era poi così freddo.

 

 

Il primo incontro


Nel locale in cui spesso faccio colazione, c’è un’atmosfera intrigante. Mi cattura la luce calda che inonda la stanza senza violarla. Tutto è accogliente. Dal mobilio semplice, in legno color pastello, alle lavagnette con le scritte colorate dai gessetti.
Mi rintano qui, trovo un sorriso e un angolo di pace.
Da un po’ mi chiedo chi sia quel sorriso. Non me lo tolgo dalla testa.
Cerco il coraggio di chiedere ai proprietari, ma non lo trovo da nessuna parte.
Il coraggio è una caratteristica che non mi appartiene.
Quindi, mi risolvo di accontentarmi rubando qualche sguardo a quel volto particolare.
Una foto appesa insieme ad altre. Sono evidentemente parte della memoria e della vita della coppia che possiede il locale.
Mi sento così stupida!
Come si può invaghirsi di una persona che si è vista solo in foto?
Nulla di strano per me.
Passo le giornate scrivendo storie che funzionano abbastanza bene, sulle pagine.
Ho avuto una giusta intuizione e ora ho dato via, mio malgrado a una serie infinita di racconti che sono piuttosto apprezzati.
Non me lo spiego, non ci provo neanche.
Immagino che i miei sogni e la mia fantasia incontrino i desideri di altre persone diverse da me.
Tutti sono diversi da me, non in senso filosofico, ma realistico.
Oggi, devo essere rimasta più del solito a fissare quel volto nella cornice, perché il titolare mi ha sorriso con condiscendenza, quando sono andata a pagare la consumazione.
L’ho fissato col mio migliore sguardo da ebete, senza capire il suo sorrisino arguto, finché è scoppiato a ridere. Dritto in faccia a me, fragorosamente. La mia mortificazione non si può quantificare.
Ho incassato la testa nelle spalle e l’ho guardato di sottecchi.
“Non mancare sabato. Torna a casa. Lo vedrai di sicuro, se passi il pomeriggio qui.”
“Chi, io,ma poi, perché?”
Lui mi fa l’occhiolino.
“Perché dici? Vedrai. Fidati di me. Tutti hanno da giocare la loro carta una volta nella vita.”
Mi scappa un sorriso, perché è il gesto più gentile e affettuoso che ricevo da troppo tempo.
Annuisco commossa.
“Ci sarò.”

***

Entro di soppiatto, mi sento in imbarazzo, ma il titolare e la moglie mi salutano concitati e perciò non mi resta che arrendermi e andare loro incontro.
Mi sorridono come sempre e mi abbracciano anche.
Non sono abituata e sento la pelle troppo aderente, se avesse una zip, ne uscirei.
“Non essere nervosa, dai. Vai al tuo solito posto e scegli cosa vuoi bere e mangiare e rilassati.”
“Va bene, grazie. Vorrei un Earl Grey e una fetta di quella bellissima crostata.”
“Lo sapevo, mio marito pensava avresti optato per la torta di mele, ma io conosco la mia ragazza.”
Mi pizzicano gli occhi.
Sono così sfigata che con poche parole questa donna meravigliosa si porta via un pezzo del mio cuore. Lei mi sorride comprensiva e mi spinge dolcemente verso il mio posto.
Il tempo scorre lentamente e piano piano la mia agitazione cede il passo al conforto che trovo sempre in questo posto.
Mi godo il momento, mentre batto i tasti ispirata sul mio portatile.
Un fremito mi scorre lungo la schiena.
Mi sconvolge, un’emozione così intensa e inattesa.
Mi blocco di colpo e sollevo lo sguardo sul sorriso più bello che abbia mai visto dal vivo, ma che ormai conosco così bene.
Il sorriso si distende.
“Finalmente ci conosciamo.”
Vorrei dire che mi sono alzata con fare elegante, sorridendogli a mia volta e presentandomi con voce carezzevole.
Vorrei tanto.
Sono invece rimasta ghiacciata sul posto, con la bocca spalancata in una O oscena e battendo le palpebre, come in attesa di una qualche sorta di miracolo.
Il suo sorriso vacilla, mi guarda incerto in attesa.
Potrebbe attendere per sempre, io sono una causa persa.
Mi guarda e io mi sento avvolgere dalle fiamme, so di essere paonazza dall’imbarazzo.
Mi osserva ancora e poi scoppia a ridere, forte, ma così forte, che tutti si voltano e ogni volta che cerca di calmarsi, mi guarda e torna a ridere.
“Oh… io, ecco, io. Sì, ciao.”
Faccio per alzarmi e incrocio la caviglia con la gamba della sedia, mi prende il panico e prego di non cadere, ma non ho pregato nel modo giusto perché cado rovinosamente e fragorosamente a terra, sul sedere.
Lo guardo e sento con mio orrore che non sono in grado di frenare le lacrime.
Sono totalmente sopraffatta dalla vergogna.
Proprio quando penso che ora lui abbia ragione di ridere di me, lui si lancia verso di me e si accovaccia prendendomi le mani.
Il suo sguardo è preoccupato.
“Non è nulla, perdonami ti prego. Sono stato uno stupido, ma quando sono nervoso, non do il meglio di me. Che dici, riproviamo?” Mi sorride e mi aiuta a sollevarmi.
Mi sento un calore dentro, meno violento di prima e più avvolgente.
“Sì, scusa. Anch’io ero nervosa.”
Restiamo per ore a chiacchierare, mentre quelli che scopro essere i suoi zii ci ruotano in torno convinti di essere discreti.
Ma non cambierei nulla.
Il nostro primo incontro è stato perfetto.

Creatura


E perciò ho saltato.
Lo so, sarei potuto uscire dalla porta, ma dovevo rovinare sul cespuglio di rose maledetto.
Non ce la facevo più, c’è poco da spiegare. Ho perso la testa, mi sono infilato le scarpe e la giacca e … ho saltato.
Mi sento stupido, mentre perdo la forza della disperazione e i muscoli iniziano a rallentare.
Sono contratto, dentro e fuori.
Conficcare le unghie nel tronco dell’albero su cui mi appoggio, mi fa sentire più saldo.
Che poi si stiano spezzando, mi dà più sollievo.
Sollevo la mano e incantato osservo il sangue che scorre.
Non resisto e scorro con la lingua il contorno delle mie dita, raccogliendo il nettare prezioso.
Rosso.
Vedo rosso e il sangue pulsa potente nelle vene.
Ho un solo richiamo e lo seguo.
Corro, senza tempo, senza meta, corro e non sento le suole aprirsi sotto le piante dei miei piedi scorticati.
Corro tra i crampi, sobbalzo, cado e riparto, in realtà non mi fermo, neanche inciampando, mi spingo sulle mani e riprendo velocità.
Sento il sudore asciugarsi sulla pelle, lo sento freddo, rabbrividisco, dal contrasto col calore che mi brucia dentro.
Sono imbrattato di fango e corro, sento le spine conficcarsi nei piedi, sento la pelle lacerarsi e corro.
Di colpo, senza preavviso, il fuoco che mi divora si spegne e io semplicemente crollo, sul posto.
Per la prima volta, da quando sono impazzito, mi guardo intorno.
E’ buio, un buio livido, un grumo di sangue rappreso, nero.
A proposito di sangue, sollevo le mani e rabbrividisco: molte delle mie unghie sono saltate, strappate, altre spezzate e sollevate. Non scorre più sangue, è rappreso, come un guanto a coprire le mie mani.
Come le vedo, mi chiedo?
So che è buio, eppure vedo il mio stato di disgrazia.
Fa freddo?
Non lo so nemmeno.
Mi raccolgo, chiudendo le braccia intorno alle ginocchia intorpidite.
Sollevo lo sguardo al cielo.
Ho bisogno di risposte.
Cerco un senso, mentre anticipo il panico che sta montando in fondo al petto.
Non mi chiedo più chi sono, mentre passo la lingua sulle punte delle mie… zanne.
Cosa sono?

 

Il villaggio. Le scoperte di Borg


“Eccomi padre.”
L’uomo cui somigliava così tanto, lo osservava dal lato opposto della stanza. L’espressione imperscrutabile, il volto drappeggiato dal bagliore delle lingue di fuoco che danzavano vivaci nel focolare.
Per la prima volta Borg non si sentì piccolo. Era abbastanza intelligente da non sottovalutare il padre, l’uomo era così rigido nell’applicazione delle regole da essere crudele; eppure non c’era altro, il padre era rivestito di una minacciosa intolleranza, ma sotto, tolta la corazza, non c’era altro. Niente.
Brad, al suo fianco era nervoso, lo sentiva nel suo respiro, nel suo cercare il contatto.
Il ragazzo si raddrizzò nella sua imponente figura, finalmente sicuro di sé, delle sue scelte, delle sue capacità.
“Avvicinati.”
Si mosse con misurata lentezza, intenzionato a farne una questione di scelta, piuttosto che di ubbidienza.
“Tu no, tu vai in camera ragazzo. Studia.”
Brad sussultò e con un cenno si allontanò.
Incredibile che pensasse che la sua presenza fosse in qualche modo d’aiuto al fratello maggiore, ma questo sciolse un po’ la tensione interiore di Borg. Tanto tempo perso a cercare di piacere a quest’uomo disprezzando chi invece per lui c’era sempre stato.
Lo stupì scoprire di superare in altezza il padre imponente.
“Sei cresciuto ancora. Sei forte. Non vorrai buttarti via dietro a quella ragazzina?”
Brad per poco non soffocò con la propria saliva. Ragazzina?
“Oh, intendi Brenda?”
“Mi sbaglio forse?”
“Non è che un’amica innocua padre. Il figlio del pescatore mi sta aiutando con lo studio ed è una sua cara amica. Perciò può capitare che si stia insieme.”
“Kajey. Quel ragazzo è molto intelligente, un vero peccato. La sua famiglia è troppo umile, non ha speranze. Non è una cattiva idea la tua però. Solo un uomo che aspira a grandi cose capisce di avere bisogno di altre persone. Tu sei destinato per nascita a onorevoli incarichi, ma l’intelligenza del tuo amico va sfruttata per il bene della comunità.”
Borg si sentì nauseato. L’approvazione del padre per l’utilità di una sua amicizia con Kajey era deprimente.
“Borg, ragazzo, dobbiamo risolvere il problema del fratello. Non va bene. Non va affatto bene. Ho una certa influenza coi Savi. Posso consigliare una buona posizione per te e l’altro ragazzo come tuo consulente, ma quell’altro è così femmineo che io credo getterà una grande macchia sull’intera famiglia.”
Borg si sentì morire. Aveva un desiderio insano di prendere a pugni quel volto così simile al suo.
L’avrebbe trasformato in una maschera di sangue fino a non poterlo riconoscere più.
Si vergognò della violenza di quei pensieri e riprese il controllo delle proprie emozioni.
“Padre, ti assicuro che è un bravissimo ragazzo.”
“Lo so figliolo, lo so benissimo. Si è decisamente comportato egregiamente. I suoi voti sono eccellenti. Il fatto è che la sua devianza è immorale, inaccettabile. Non è nulla di cui dobbiamo preoccuparci. Dovrò però faticare di più per lasciare Kajey come tuo consulente.”
Borg sospirò impercettibilmente.
“Padre, sei certo che mi daranno l’incarico che speri?”
Il padre lo scrutò per un attimo in silenzio e poi quasi sorrise, quasi.
“Certo, lo so da sempre. Non avere dubbi, soprattutto ora che il tuo comportamento è tornato sulla retta via.
Devo ammettere che le tue nuove amicizie ti giovano. Bada bene però a non fidarti di quella ragazzina. Il suo sangue è maledetto. Inevitabilmente troverà il modo di esprimersi. Mi spiace per il tuo amico, se questo è il suo destino.”
“Sì, padre.”
Il padre sembrava soddisfatto.
“Vai a cenare, tua madre, quella povera testa sciocca, si è molto preoccupata per te. Le basterà un po’ della tua compagnia per tornare felice. E’ solo una donna, non pretendere che capisca di altre cose che non siano la famiglia e la casa. In questo però è la migliore.”
Poteva essere così ottuso? Eppure doveva pensarlo veramente.
“Certo, padre. Vado.”
“Bene.” con una paterna pacca sulla spalla, il padre lo congedò.
Borg entrò in cucina riluttante, questo era peggio del confronto col padre.
La donna gli si gettò addosso con un gridolino di gioia.
“Borg, mi ero tanto preoccupata!”
Istintivamente la voleva allontanare, ma si trattenne, ripensandoci e la strinse a sé.
Capì che gli sarebbe mancata, fu come una rivelazione.
Sentì una stretta al petto e la strinse di più. Conservò il suo odore, quello che da piccolo sempre l’aveva confortato.
Si pentì di non averle dato quel po’ di attenzioni che sarebbero bastate a renderla felice.
Sarebbe stato un uomo migliore.
Uno degno di un eroe.

Il villaggio. Il patto


“Cosa vuoi? Non sei la benvenuta qui.”
La donna perse un po’ della sua alterigia, la bocca stretta, strinse i pugni e lo guardò con determinazione.
Lucash capiva che c’era qualcosa di terribilmente sbagliato nella strega.
“Parla!”
“Devi farmi entrare, poi mi ascolerai e deciderai.”
L’uomo la squadrò con malcelato disprezzo. Perla si insinuò fra le sue gambe e si fermò di fronte alla donna, il piccolo capo rivolto in sù.
Ash ricambiò il suo sguardo, per la prima volta Lucash la vide ammorbidirsi.
Ebbe una fulminea visione di una giovane donna felice, bella, dai lineamenti eleganti.
Ash incrociò il suo sguardo e lui fu certo che la donna lo avesse capito.
“Entra.”
Si voltò e senza cerimonie lasciò che lo seguisse.
Ash si sedette vicino alla finestra, il tepore dell’ultimo sole della giornata le dava un’illusione di calore umano.
“Ti è successo qualcosa. Il tuo sangue è cambiato. Questi sono i tempi del cambiamento Ash. Non sono io a dovertelo spiegare, ma ho bisogno che tu capisca che non sono stupido o ingenuo come vi piace pensare. Finiamola con i giochetti.”
Lucash si accorse che la donna era concentrata sulle sue labbra e ci mise poco a capire la sua titubanza.
“Non senti, mi chiedo chi sia così potente da stregare la strega.”
Rise sprezzante, non c’era divertimento in lui, ma non c’era neppure compassione.
“Dici bene Lucash. Io sono stata gabbata. Non posso svelarti i retroscena però. E’ giunto per me l’ora di pagare, nonostante io mi fossi illusa molto tempo fa di avere già concesso tutta me stessa.”
Ash corse con lo sguardo alla gatta. Il dolore che provava fu per la prima volta evidente.
“Ho rinunciato alla mia umanità, non chiedo scusa perché non c’è perdono che io possa o desideri ottenere. Non da chi lo vorrei. Ti chiedo perdono però, perché hai perso la verità. Sei stato ingannato e non da mia sorella. Lei no. Lei è sempre stata limpida e sincera.”
Lucash si sentì morire. La conferma di ciò che aveva incominciato a capire, ma che non riusciva ad accettare.
“Gemma non mi ha portato qui con l’inganno?”
“No.”
“Non era vostra complice nel rapimento dei bambini?”
“No, no Lucash. Non si trattava proprio di rapimento, ma lei non ha mai avuto nulla a che fare con tutto questo.”
“Io ti dico donna che i bambini che cercavo quando sono stato stregato, perché non mi sono perso, sono stati rapiti!”
Ash si ammutolì.
“La colpa è mia, non ho saputo controllare. Non ho saputo vegliare.”
“Tua sorella, lei ha fatto cose orribili.”
“La colpa è mia.”
“Parlami di Gemma.”
“Lei ha avuto la sventura del suo destino. L’abbiamo cresciuta noi, orfana di madre e abbandonata dal padre. Non poteva innamorarsi, povera sorella bellissima. Non poteva essere corteggiata. So che soffriva per l’isolamento del villaggio, ma ognuno deve accettare il suo destino. Nessuno l’avrebbe presa. Per causa nostra.”
“Mi ha salvato, quindi, nel bosco.”
“Ti ha salvato due volte. Non c’è amore più grande del suo. Sei fortunato.”
Lucash scoppiò a ridere e ne fu sorpreso. Rise forte e si asciugò le lacrime. La cognata lo osservava in silenzio.
“Fortunato, dici? La donna migliore che avessi mai potuto desiderare mi amava con tutta se stessa e io l’ho disprezzata per colpa vostra e voi l’avete permesso, ne avete goduto. Gemma non si è opposta, non si è mai difesa. Perché? Perché se mi amava non si è difesa dal mio errore?”
“Per noi, per non tradirci.”
“Quasi esatto, ci sei vicina Ash. Per te, solo per te. Ha rinunciato a chiarirsi con me, perché avrebbe dovuto oscurare la tua persona. Tu, l’unica madre che ha conosciuto.”
“Sai cose ora che prima non sapevi.”
“Le ho viste.”
Ash si bloccò, stupita dalla rivelazione.
“Sei potente.”
Lucash ridacchiò.
“Sarei polvere a quest’ora se non lo fossi. Sei ingenua quando si tratta delle tue sorelle. Tutto ciò che è successo a Gemma è stato orchestrato con cura.”
La donna annuì, un lampo di furia passò nei suoi occhi antichi.
“Non mi è ancora chiaro però il motivo della tua visita.”
Ash sospirò.
“Ti prometto la mia lealtà. Ne avrai bisogno. Non la vorrai, ma ti sarà necessaria. Porta con te Perla. Glielo dobbiamo, tu ed io.”
Lucash soppesò le parole della strega e accettò mal volentieri.
“Mi aiuterai quando necessario. Avrò cura di Berta e di Perla, ma non pensare che sia merito tuo. Non l’avrei mai lasciata indietro. Pagherò ancora, darò ciò che devo fino alla morte, per ridare giustizia alla sua esistenza. Non credo ci sia modo di redimerti. Il mio Signore è grande, l’ho imparato dalla culla, ma non so se tu possa essere salvata e non me ne importa. Ora va’ e tieni a bada i tuoi segugi.”
Ash si alzò e uscì nell’imbrunire. Il vento freddo la scosse mentre si incamminava con passo veloce. Sentì Gemma avvolgerle la mente, come un abbraccio.

Il villaggio. Ash


“Ti strapperò i capelli, uno ad uno li tirerò e non verserai una lacrima strega.”
Ash si strinse nelle spalle e sospirò.
“Il vostro tempo è giunto, per colpa vostra la montagna è maledetta. Siete creature immonde e quei mostri hanno alimentato le tenebre per troppo tempo ormai.”
La donna strinse i pugni e continuò a fissare il proprio riflesso nella pozza.
Il volto era quello di un’altra però, una donna splendida, dai capelli corvini, lucidi come seta. La bocca rossa come le bacche selvatiche e gli occhi d’ambra che la scrutavano con odio feroce.
Ash stava immobile, solo l’orlo della lunga veste in movimento.
“Io sono Vendetta, il mio nome si poserà sulla vostra bocca prima di cedere l’anima alla montagna e appartenere alle tenebre per sempre.”
Lacrime silenziose scorrevano sul volto smunto della donna immobile.
“Ora strappa ogni capello che hai sulla testa, io aspetto, c’è tempo. Tu non temi il tempo e neanch’io lo temo, vedi? Ora siediti e ubbidisci al mio comando. Quando avrai terminato, lascerai i tuoi capelli di strega sull’erba. Peccato che sia destinata a bruciare. Sei tossica, lo capisci? Sei velenosa.”
Ash annuì impercettibilmente e si accasciò a terra.
Iniziò a strapparsi i capelli, attenta a non spezzarli, posandoseli con cura in grembo.
Le lacrime scorrevano libere, dalla bocca chiusa un mugolio straziante, un lamento angosciante accompagnava ogni suo gesto.
Dondolava piano, il dolore tremendo, mugolando e piangendo.
Il vento gelido la faceva tremare, ma non rallentava mai, non un istante.
Lo specchio d’acqua s’increspò e un grido minaccioso ne sgorgò, come fosse un getto d’acqua si lanciò nell’aria che vibrò.
Come un’esplosione, il suono potente appiattì l’erba accerchiando la donna terrorizzata.
Ash si ammutolì. Sbatté le palpebre. La testa ormai pelata. I capelli raccolti in grembo.
“Sì, questo è un dono che ti faccio, se preferisci puoi prenderlo come un avvertimento, so che sei intelligente e non metterai in dubbio la mia autorevolezza. Il tuo mondo d’ora in poi sarà privo di ogni suono. Udirai solo nella tua mente col ricordo, con i sogni e con la mia presenza costante. Sarà orribile, non illuderti mai. Sei fortunata. Lo capirai. Non provocare più la mia ira. Ora lascia i tuoi capelli avvelenati come ti ho ordinato. Va’ e non parlare di me, mai.”
Ash si alzò lentamente, i suoi movimenti rigidi, gli occhi sgranati.
Posò i capelli sull’erba che con un sibilo si accartocciò, incenerita.
Un passo dietro l’altro si incamminò verso casa, senza voltarsi mai.
Giunta sull’uscio si fermò.
Chiuse gli occhi, sospirò e si passò le mani sul cranio liscio.
Prese un fazzoletto dalla tasca del grembiule e si coprì il capo annodandolo sotto il mento.
Ora sì che il suo aspetto era quello di una strega!
Raddrizzò le spalle e impettita entrò in casa.
“Ash, che ti è successo?”
Dust la accolse già carica di ansia. La donna minuta la scrutava, la preoccupazione evidente sul volto.
Se solo fosse per lei quella preoccupazione, invece del suo bisogno di protezione…
Ash sfruttò al meglio la connessione psichica con la sorella, la voce della quale era per lei ormai solo silenzio.
“Nulla, ho dato un tributo alla montagna. Ora, mi sarai grata. Vai, occupati delle pelli che nostra nipote ci ha lasciato. Lavora bene Dust e lasciami in pace.”
La donna la guardò incerta e poi convinta le sorrise.
“Grazie sorella! Il tuo potere ci protegge, ti lascio riposare ora. Vedrai, farò un buon lavoro!”
Se ne andò con passo veloce.
Ash restò altera, percepiva il divertimento di Crumbs in un angolo della mente.
Si incamminò verso la cucina e la trovò intenta a rimestare un intruglio. La cena di certo.
Restò in silenzio, in attesa.
La sorella si voltò e non nascose il divertimento alla sua vista.
“Una nuova moda? Mi perdonerai vero se non cedo alle lusinghe del tuo concetto di bellezza?”
Gettò la testa indietro e spalancò la bocca.
Ash in quel momento fu grata di non poter udire quella risata orrenda.
“Mi fa piacere trovarti così allegra, infatti penso che se il mio sacrificio risulta così divertente, sarò ben lieta di cedere a te l’onore la prossima volta. Vorrei provare anch’io un po’ della tua spensieratezza.”
La sorella si scurì in volto e Ash percepì nitidamente il suo rancore.
“Potresti guardarti allo specchio cara.”
Ash riuscì a leggerle le parole sulle labbra e fece una smorfia divertita.
“Certo Crumbs. Domani andrai al mercato all’alba per le interiora di porco che il tuo amico ti conserva. Prevedo farà caldo al tuo ritorno.”
Quella si limitò ad annuire.
Ash si sedette e attese.
Attese i suoni che le erano negati.
Attese l’unica sorella che l’amava.
Attese il padre che non tornava.
Attese lui che non sapeva.