Diario di un’ introversa


Soffro di ansia e ci convivo. Perché vivo. So che ci sono traumi e quali sono. Non si cancellano, lasciano le tracce, come una mappa di cicatrici sotterranee tra mente e cuore. Sono la persona che non telefona, qualche volta scrive. Penso alle persone care e non le cerco. Devo averle di fronte. Abbandoni, bugie. Ci sono i motivi, ma non tutti reagiscono così. Se squilla il telefono non sono mai contenta. Neanche se ci fosse sullo schermo il nome di una persona che mi piace. Il primo pensiero è “cazzo!”, perché devo decidere entro un lasso limitato di tempo di accettare. Se la telefonata è lunga, è un supplizio. Non ho più spazio per la noia, ma ho bisogno di tempi “vuoti”, liberi da parole, persone, confronti. La delusione dei discorsi tanto per, di chi ti cerca per bisogno, per sentirti vicino, ma che non c’era o peggio, ha messo il carico da cento quando eri a un passo dal cadere è indelebile. Amare la gente, o piuttosto, esserne affascinata, ma temerne il potere di scalfirti l’anima con leggerezza, forse senza neanche saperlo, è una difficile creatura bifronte. Ognuno di noi sopravvive come può alle tempeste della propria esistenza. Non si può sempre scegliere, tra famiglia amici e il luogo in cui si vive. Trovo sia già una grande conquista riconoscere ed accettare la propria natura e scegliere di proteggerla. Quando con tono lieve dici di essere introversa e ti si ride in faccia, come se avessi detto una sciocchezza o avessi manifestato una troppo perversa attitudine. Allora, sembra meno grave e meno colpevole preferire la distanza da chi ama la tua empatia, ma non ti rende la stessa cortesia. Da un’introversa altamente sensibile a chiunque si riconosca simile. Vi vedo, vi sento, vi abbraccio.

Tra le braccia, tue


Tienimi qui,
tra le tue braccia stringimi
e che non spazi un respiro
tra noi.

Lascia la mia pelle
sulla tua fammi stendere
l’inebriante odore
del cuore.

Tieni il mondo
a distanza lascialo
corre infelice e io qui,
con te.

Mi nascondo
nell’incavo perfetto
il naso premuto
sulla tua spalla.

Nudi e sorpresi
come il primo giorno,
nati d’amore
e ma più soli.

Oasi


Nulla che ti leghi a me,
nulla che sia catene pesanti,
ferro ai polsi che segna,
ma le braccia mie avvolgenti.

Come fasce d’infante
io ti tengo al mio cuore
più caro di ogni bene,
ti cullo al petto ansante.

Intrecci di braccia e di gambe
rimane di noi
due tronchi fusi
e rami di abbracci.

Mentre il vento soave
del tuo alito tiepido
percorre le rovine
di ciò che rimane.

Le voci sono tenebre
che oscurano la mente
parole amare che velenano
e non conosco antidoto .

Cerco un’oasi di pace
immergendomi nel verde
e boschi e acque di spirito sacro
voci nuove in animo purificato.

Amarsi


E con la bocca catturò le sue labbra assaporando con fame disperata il suo sapore.

Il fiato caldo nella bocca, la saliva come nettare, la lingua ad abbracciar la lingua.

Le mani stringevano le sue chiome, setose e piene.

Il battito sul battito palpitava in sincronia, mentre il respiro avvicinava il suo seno al petto.

Le mani presero a correre lungo i declivi più dolci, stringendo colline e lisciando pianure, nel viaggio frenetico di un assetato che cerchi la sorgente.

Gli ansiti febbrili in ascesa armoniosa, mentre gli occhi sondavano i giardini del cuore e si pascevano sazi.

E stringere più forte per superare le carni, per fondersi e unirsi una volta per tutte, mentre l’anima errante torna al suo tenero nido, gridando il suo ritorno alla culla gloriosa.

Cresce, cresce la tensione amorosa, mentre prende e lascia e tiene e abbandona.

Non ci sono muri, né pavimenti per chi si ama, solo cieli infocati di aurore infinite e manti setati su cui giacere ebbri.

Stringendola forte, la possedeva ancora, ancora una volta perso tra i flutti di pura estatica gioia.

E lei pianse lo stupore di tanta passione, la bellezza di quell’amore che carne e sangue nuovamente chiedeva, nel darne per sempre ancora vita.

Posò il capo sul suo solido petto lasciandosi cullare dai suoi fianchi in movimento e mentre la vertigine saliva un’altra volta, un lieve morso a riprova del possesso, ancora adesso e domani ancora.

Gli occhi negli occhi tremanti le membra, un altro bacio, più lungo, più tenero e una promessa silente di infinito cuore, al di là del tempo fugace, della mortale essenza.

Un gemito e un lampo, e la rincorsa s’arresta e si trascina piano, la salita è al culmine e per mano tenendola forte la portò su, più su e poi, si lanciarono in caduta libera, entrambi gridando, di gioia.. di gioia.

Arte e Ragione


Inchinandosi le pose un bacio sul piede scalzo.

La ragazza intimorita gli sorrise da sotto le palpebre schiuse, ma l’uomo restò chino, immobile.

Allora, lei sospirò, curiosa di vedergli gli occhi, celati dai capelli sparsi sul volto.

Protese la delicata mano verso di lui e con un cenno tremante gli toccò il mento.

Fu un’emozione nuova, inattesa, ma si diede coraggio e con un cenno gli sollevò il volto da poterlo scrutare.

Mai uomo fu più bello, mai uno sguardo più penetrante, i suoi occhi erano braci, liquidi diamanti neri che splendevano incastonati in un volto perfetto.

Maschio, comprese il significato nel momento stesso in cui percorse le linee decise che lo tratteggiavano: il naso dritto e fiero, gli zigomi taglienti, la mascella arrogante, la bocca disegnata in un sorriso spavaldo.

Quegli occhi l’avevano allacciata e non sapeva più liberarsi e non voleva più affrancarsi.

Lui la squadrò serio e poi le fece un sorriso aperto, una luce rincuorante che l’avvolse in un abbraccio di sole.

Le sfiorò le dita e la lasciò fremente, non capiva,non sapeva, ma si fidava ciecamente.

Le prese la mano e si sollevarono insieme, le baciò a fronte e lei  sorrise felice.

E così, tenendosi per mano accadde che Arte e Ragione si avviarono sul lungo viale dell’Amore.

Terremoto in terra e nel cuore


 

 

Non riesco a scrivere di cose che mi frullano, mi tocca troppo dal centro del petto. State tutti bene? Ho troppa gente nel cuore che vive tra le regioni scosse ed è brutta, davvero brutta. la famiglia l’ho quasi sentita tutta.

Voi, state bene? Ho sentito scosse quand’ero bambina, niente di devastante, mai, neanche da lontano. Ho finito di lavorare e ho RaiNews di fronte, percepisco l’ansia dei giornalisti e mi chiedo loro chi hanno in mente mentre parlano, a chi stanno pensando.

Si può sapere, non sapere, aspettarselo prima, quanto vuoi, ma viverlo è un’altra questione!

Date notizie, tutti!!

Anche solo un io tutto ok, va bene?

Grazie, ora io smaltisco l’adrenalina, in attesa di vostre notizie.

Un abbraccio immenso a tutti voi che vi trovate nel cuore di questa terra roboante, speriamo che finisca presto e soprattutto che nessuno debba morire per colpa delle strutture incapaci di reggere!

Un mondo di gioia isterica prima dell’abbraccio.


Che il mondo appartenga ai gioiosi, agli esultanti, agli entusiasti, alla beata giovinezza e alla sgargiante contentezza!

Una luce accecante che tutto abbaglia. Risvegliarsi un domani e sono tutti in fiore, tutto un ciao! Che gioia incontrarti!  e inviti e incontri a tutte le parti.

Immagina svegliarti e trovare il sole, oggi, domani, sempre e niente siccità, non t’impensierire, perché la gioia sarebbe così tanta che il nostro pianeta sarebbe risolto da sé, senza intervenire. Poi, un mondo così felice non cercherebbe più soluzioni, a cosa? Va tutto bene! Niente più inquinamento, ‘ché la gente passerebbe il tempo a far l’amore a portare i figli a  rincorrersi sui prati e poi giù a rotolar dai pendii più dolci. Studiare per imparare, niente ambizioni! Nessuno vorrebbe superare un altro, la gioia è immensa e si diventa generosi, pensando solo vantaggio altrui.

Canzoni e canzoni a tutto fiato, niente più grunge, blues, jazz, rock metallico, ma un’allegra carrettata di Zecchino, Celentano, le canzoni della domenica a Messa, quelle con la chitarra, delle gite fuori porta!

I vecchi coi bambini in sintonia, le madri coi padri in un eterno abbraccio. Niente reclami, è tutto perfetto. Niente richieste, è tutto già dato. Nessuna domanda, la fiducia è totale. Un mondo splendente di allegria celestiale.

Piaciuto?

Sì?

Davvero?

Sicuro?

E’ ciò che desideravi in fondo, noo?

Come no?

E che facciamo adesso? Aggiungiamo qualche ombra? Giusto per rendere il quadro meno accecante. Magari per dargli un po’ di profondità, un po’ di sfumatura.

Trovi che il mondo così finisca nell’ignoranza? Che importa se sono felici tutti, stanno sempre lì tra i prati a correre e a fare l’amore!

Sembra riduttivo forse, vero? La mente umana è più complessa, in cerca di stimoli, di ombre, per vedere la giusta luce…

Viene da pensarci sul perché il Caravaggio sia così emozionante, perché quella ricerca interiore per trovare uno scopo, nella sua contrizione ci stimoli così tanto;

perché l’amato è sempre immaginato come una lunga ricerca, molto prima di un traguardo;

perché la conoscenza si poggia sul bisogno, sulla mancanza di sapere, di soluzione;

perché un mondo risolto appaia isterico, perché i giorni sempre assolati procurino angoscia.

Ci vuole l’ombra, la pioggia, il blues, la rabbia, la malinconia, la tristezza, perché siamo un ricambio di stagioni che ha bisogno di cedere sempre il passo al momento nuovo.

Immagino sai un po’ il senso dello yin e dello yang. Un abbraccio tra gli opposti, una fusione.

L’abbraccio è un momento, un incontro, un mare di sensazioni, uno degli scambi umani che preferisco in assoluto.

L’abbraccio è tra due diversità sempre, a meno che non ci si abbracci da soli, ma non vale mica tanto.