Nonna


mi avvolge di te l’odore e torno in sale abbandonate,
bambina che corre tra le stanze,
nel tempo che non è più.

posso quasi toccare il legno scuro e tracciarne le rughe,
come le tue che a me parevano gemme,
a te parolacce.

la pace che trovo, il groppo in gola e l’abbandono,
non è più e il mio attaccamento?
come fumo tra la nebbia.

non c’è più nulla, spazzate via le stanze, i volti,
perso tutto di mano in mano,
neanche una fotografia.

ho sognato forse il sole sulla pelle? le foglie..
storie e libri di altri giorni e le emozioni
ancora posate, lì.

Ho il ricordo, solo le voci e gli odori,
come abiti e naftalina, da riporre,
per conservare.

 

Mal(incon)ìa


Malinconia è il senso di perdita,
tornare a un luogo,
a un dove di nebbia.

Malinconico il mio cuore
che aspetta e stringe
un impossibile dolore.

Nostalgico abbandono,
i sensi in allerta,
mani aperte sul vuoto.

Una brezza lontana,
un odore antico
risata argentata.

Sarà il volto perso,
il calore di un corpo,
un altro universo?

Malinconia è la certezza,
dell’unico amore
l’immutabile perdita.

Rumble mumble


Rumble, il dottore dice, nessuno tace e sogno il mondo in voci strane.
I colori distinguono le bugie e tutto appare così limpido, certo, se sei verde appassito, è evidente!
Mi cullo nel sonno, anche se piango e poi mi sveglio, senza più trovare pace.
Tre ore per notte a stordirmi di parole, tra le righe romanzate partorite da qualcuno, per non essere me.
Gli occhi gratinati dietro le palpebre ed è un giorno nuovo e sempre uguale, dove le speranze sono miraggi.
Se solo parlasse la pelle, sarebbe tutto più facile.
Se solo ti stendessi su me e mi vedessi, e non dovessi più temere, tutto ciò che serve, che manca, che non risolvi e non so cambiare.
La musica pompa il sangue, respiro e canto.
Non si può rifare, mai niente, tutto è segnato e scritto.
Nulla rimane lo stesso e tutto può cambiare.
Posso affrontare tutti gli ostacoli, saltarli e passarci sotto e ti do la mia parola che li prenderò a calci, per andare avanti.
Non so scavalcare i muri che hai eretto intorno e la spazzatura che non vuoi gettare via.
Sempre a un braccio da te, non sei il mio migliore amico e non capisco che amore puoi significare.

Mille corde tese


Ci sono corde tese, tra le braccia e i rami,
ci sono foglie verdi che coprono le mie mani,
le mie membra esposte tra le corde e i nodi
i tendini saltano e si arricciano,
verrai? saprai salvarmi?

Il vento soffia e suona il mio tormento
ogni corda che vibra io soffro
non puoi sollevarmi, non sai trovarmi?
dondolo e grido e piango imprecando
mi spezzo, mi spezzo!

Mille corde tese tagliano la carne
scorre il fluido vitale, scorre scarlatto
abbasso il capo e osservo la pozza
ai miei piedi si raccoglie
rossa di sangue si rapprende.

Sento i tuoi passi lontani
ti ho chiamato fino a sgolarmi
ma non ascolti
e ora resto qui, appesa
tra questi rami di vita
sospesa.

 

Il primo incontro


Nel locale in cui spesso faccio colazione, c’è un’atmosfera intrigante. Mi cattura la luce calda che inonda la stanza senza violarla. Tutto è accogliente. Dal mobilio semplice, in legno color pastello, alle lavagnette con le scritte colorate dai gessetti.
Mi rintano qui, trovo un sorriso e un angolo di pace.
Da un po’ mi chiedo chi sia quel sorriso. Non me lo tolgo dalla testa.
Cerco il coraggio di chiedere ai proprietari, ma non lo trovo da nessuna parte.
Il coraggio è una caratteristica che non mi appartiene.
Quindi, mi risolvo di accontentarmi rubando qualche sguardo a quel volto particolare.
Una foto appesa insieme ad altre. Sono evidentemente parte della memoria e della vita della coppia che possiede il locale.
Mi sento così stupida!
Come si può invaghirsi di una persona che si è vista solo in foto?
Nulla di strano per me.
Passo le giornate scrivendo storie che funzionano abbastanza bene, sulle pagine.
Ho avuto una giusta intuizione e ora ho dato via, mio malgrado a una serie infinita di racconti che sono piuttosto apprezzati.
Non me lo spiego, non ci provo neanche.
Immagino che i miei sogni e la mia fantasia incontrino i desideri di altre persone diverse da me.
Tutti sono diversi da me, non in senso filosofico, ma realistico.
Oggi, devo essere rimasta più del solito a fissare quel volto nella cornice, perché il titolare mi ha sorriso con condiscendenza, quando sono andata a pagare la consumazione.
L’ho fissato col mio migliore sguardo da ebete, senza capire il suo sorrisino arguto, finché è scoppiato a ridere. Dritto in faccia a me, fragorosamente. La mia mortificazione non si può quantificare.
Ho incassato la testa nelle spalle e l’ho guardato di sottecchi.
“Non mancare sabato. Torna a casa. Lo vedrai di sicuro, se passi il pomeriggio qui.”
“Chi, io,ma poi, perché?”
Lui mi fa l’occhiolino.
“Perché dici? Vedrai. Fidati di me. Tutti hanno da giocare la loro carta una volta nella vita.”
Mi scappa un sorriso, perché è il gesto più gentile e affettuoso che ricevo da troppo tempo.
Annuisco commossa.
“Ci sarò.”

***

Entro di soppiatto, mi sento in imbarazzo, ma il titolare e la moglie mi salutano concitati e perciò non mi resta che arrendermi e andare loro incontro.
Mi sorridono come sempre e mi abbracciano anche.
Non sono abituata e sento la pelle troppo aderente, se avesse una zip, ne uscirei.
“Non essere nervosa, dai. Vai al tuo solito posto e scegli cosa vuoi bere e mangiare e rilassati.”
“Va bene, grazie. Vorrei un Earl Grey e una fetta di quella bellissima crostata.”
“Lo sapevo, mio marito pensava avresti optato per la torta di mele, ma io conosco la mia ragazza.”
Mi pizzicano gli occhi.
Sono così sfigata che con poche parole questa donna meravigliosa si porta via un pezzo del mio cuore. Lei mi sorride comprensiva e mi spinge dolcemente verso il mio posto.
Il tempo scorre lentamente e piano piano la mia agitazione cede il passo al conforto che trovo sempre in questo posto.
Mi godo il momento, mentre batto i tasti ispirata sul mio portatile.
Un fremito mi scorre lungo la schiena.
Mi sconvolge, un’emozione così intensa e inattesa.
Mi blocco di colpo e sollevo lo sguardo sul sorriso più bello che abbia mai visto dal vivo, ma che ormai conosco così bene.
Il sorriso si distende.
“Finalmente ci conosciamo.”
Vorrei dire che mi sono alzata con fare elegante, sorridendogli a mia volta e presentandomi con voce carezzevole.
Vorrei tanto.
Sono invece rimasta ghiacciata sul posto, con la bocca spalancata in una O oscena e battendo le palpebre, come in attesa di una qualche sorta di miracolo.
Il suo sorriso vacilla, mi guarda incerto in attesa.
Potrebbe attendere per sempre, io sono una causa persa.
Mi guarda e io mi sento avvolgere dalle fiamme, so di essere paonazza dall’imbarazzo.
Mi osserva ancora e poi scoppia a ridere, forte, ma così forte, che tutti si voltano e ogni volta che cerca di calmarsi, mi guarda e torna a ridere.
“Oh… io, ecco, io. Sì, ciao.”
Faccio per alzarmi e incrocio la caviglia con la gamba della sedia, mi prende il panico e prego di non cadere, ma non ho pregato nel modo giusto perché cado rovinosamente e fragorosamente a terra, sul sedere.
Lo guardo e sento con mio orrore che non sono in grado di frenare le lacrime.
Sono totalmente sopraffatta dalla vergogna.
Proprio quando penso che ora lui abbia ragione di ridere di me, lui si lancia verso di me e si accovaccia prendendomi le mani.
Il suo sguardo è preoccupato.
“Non è nulla, perdonami ti prego. Sono stato uno stupido, ma quando sono nervoso, non do il meglio di me. Che dici, riproviamo?” Mi sorride e mi aiuta a sollevarmi.
Mi sento un calore dentro, meno violento di prima e più avvolgente.
“Sì, scusa. Anch’io ero nervosa.”
Restiamo per ore a chiacchierare, mentre quelli che scopro essere i suoi zii ci ruotano in torno convinti di essere discreti.
Ma non cambierei nulla.
Il nostro primo incontro è stato perfetto.

Tu ed io e poi nulla


E se tu …
nulla, ti dico nulla, non importa, perché importa troppo.
Non lo capisci?
Mi nascondo in me.
Fuoco e ombra, tutto mi avviluppa e mi torce, dentro.
Sto dicendo addio.
Sto salutando ogni tremito, ogni vibrazione che percorre la mia pelle.
Addio le mie labbra, così protese sul vuoto, su uno strapiombo di incertezze.
Un freddo che mi invade la mente e chiude tutto.
Ogni serranda che cade fa un rumore secco
e io mi spavento.
Se ti dico che so che non mi ami e non accuso,
tu mi dici stupida, che forse è ciò che cerco.
Non lotto più, non lotto per le bugie.
Non cerco illusioni, né dolci sonni.
Voglio un abbraccio stretto, una mano che stringe,
non piangere più, niente più lacrime.
Non per te, lo so, non sono così buona.
Piango l’addio, le scelte, la fine di cose belle.
Non era per me.
Lo sapevo, forse, volevo, ma
Sapevo.
Ce l’hai nel cuore, quel poco valore,
quel poco più di niente e sai che si vede.
Ci cresci assetata d’amore, di calore.
Si vede, si sente.
L’amore che non ti copre in culla,
ti mancherà sempre.
Sarai un vampiro che brama,
una sete che non si estingue.
Mentre le cose quotidiane mordono,
io aspetto un ritorno, un segno.
La vita è occuparsi di cose banali,
carnali certezze, santi noiosi oneri.
Passano i giorni, le stagioni.
Passano e travolgono e prendono
i miei tesori cari, i miei fragili appigli.
Guardo te, perché ci sei, mi dico ci sei.
Tu che mi ignori, che ti volti e aspetti
che mi vesta di certezze e oneri.
Addio alla passione, addio cuore,
addio alle canzoni, alle risate,
alle promesse da mantenere, da deludere.
Addio a me che mi accusi di essere triste.
Lasciami la tristezza per sapermi viva.

Finalmente


Non potevo crederci, non volevo!
L’ho seguito svuotandomi le tasche, in fissa con quella voce, mi sarei venduto pur di pagarmi i viaggi e si fosse fermato mai!
Ormai, mi conoscono anche quelli dello staff, sono una barzelletta.
Io sorrido e seguo.
Un giorno il tastierista mi ha fermato (sì, lui ha fermato me), voleva sapere perché non avessi mai chiesto si incontrare il mio idolo.
L’ho guardato storto e poi ho riso.
Non è il mio “idolo”, lo adoro sì, ma non è un dio. Non chiedo di incontrarlo per poi avere un incontro di un paio di minuti in cui balbettare e arrossire, mentre gli ripeto quanto mi piace, che ho comprato tutti i suoi cd, special edition ovviamente, e lo seguo ovunque, ma questo non dovrei neanche dirglielo, lo sa già.
Il tipo ha riso, poi mi ha guardato, sembrava aver capito qualcosa che io non ho colto, mi ha fatto l’occhiolino e poi mi ha salutato a rivederci.
Ci rivedremo per forza, ho pensato!
Da allora mi hanno lasciato sempre un pasto pronto prima dei concerti e i tecnici fissi sono diventati di casa, non mi piace pensare il contrario. Io sono la mia casa, se qualcuno si siede al mio fianco, beh, lui sta da me.
Le coriste mi vezzeggiano e mi mettono in imbarazzo con le loro moine, le toccatine e le risatine. Mi sembra di essere più “ino” e io non ho nulla di ‘ino per intenderci, perché ne vado fiero.
In ogni caso, sono a ruota e dopo un po’ di tempo abbiamo smesso di fingere di incontrarci nello stesso posto per caso.
Mi hanno detto di non fare lo scemo e viaggiare con loro.
Non sapevo che il mio volto sarebbe girato, insomma, non me ne frega niente, io sono solo ossessionato dalla sua voce.
Mi ha chiamato Lalla e la bomba è scoppiata, dritta in faccia a me!
Ora sono il ragazzo, la mascotte del gruppo, la gente mi cerca su twitter, instagram… chi riesce a scattarmi una foto sembra vinca un premio di notorietà.
Dico, ma scherziamo? Io sarei noto perché corro dietro a un gruppo noto, e non sono nessuno, per poi essere causa di notorietà per qualsiasi sfigato riesca a rubare uno scatto di me, il nulla?
Lalla ha insistito per giorni perché vedessi certe foto, ma io non voglio vedermi.
Poi, mi ha mandato quello scatto.
Il mio mondo si è fermato.
Non sono più io, il nulla, lo sfigato, l’ossessionato.
Lui mi ha ridefinito e io ho capito la mia ossessione e ora la mia forza di trazione ha preso una diversa direzione.
Lo scatto mostra me che rido imbarazzato mentre le coriste mi fanno le moine e in fondo, seduto dall’altra parte della stanza, c’è lui che guarda me.
Lui mi guarda in un modo che pure io che sono la negazione di tutto e testardo come altri non ce n’è, ho capito.
Il suo sguardo è rapito e carico di brama, il suo sorriso appena accennato e le sue gote rosse.
La mia reazione è stata violentemente fisica.
Ho ceduto, ho guardato tutte le immagini rubate di me su internet. Non erano di me, erano di noi!
Il mondo parla di noi e io non ho mai parlato con lui!
Ci sono immagini in cui io lo guardo totalmente perso, poi lui guarda me e sono in sequenza, un balletto mozzafiato.
Solo io sono così stupido, o siamo in due?
La forza trainante è cambiata, perché ora sento il bisogno di attirare lui.
Oggi, ho deciso di cambiare le carte che stiamo giocando. Ho deciso di dare un calcio al tavolo e mandarle tutte all’aria.
Come al solito è in un angolo a canticchiare, mentre gli altri fanno gli affari loro, lui canta sempre e io mi avvicino affascinato, libero per la prima volta dal mio freno interiore.
Lui mi sente, nel senso che mi percepisce prima ancora che sia possibile udirmi, o vedermi e lo vedo che si blocca, immobile, non fiata sicuramente.
Sono al suo fianco e mi abbasso su di lui, il mio volto sul suo collo, il mio fiato leggero. Rabbrividisce.
Lo annuso e mi innamoro del suo odore, della sua pelle e del suo calore.
Lo stringo delicatamente, lo avvolgo teneramente.
Lo bacio sotto l’orecchio.
La sua voce, sottile, timidamente mi accoglie. “Finalmente…”
Allora rido.
Finalmente.