Mille corde tese


Ci sono corde tese, tra le braccia e i rami,
ci sono foglie verdi che coprono le mie mani,
le mie membra esposte tra le corde e i nodi
i tendini saltano e si arricciano,
verrai? saprai salvarmi?

Il vento soffia e suona il mio tormento
ogni corda che vibra io soffro
non puoi sollevarmi, non sai trovarmi?
dondolo e grido e piango imprecando
mi spezzo, mi spezzo!

Mille corde tese tagliano la carne
scorre il fluido vitale, scorre scarlatto
abbasso il capo e osservo la pozza
ai miei piedi si raccoglie
rossa di sangue si rapprende.

Sento i tuoi passi lontani
ti ho chiamato fino a sgolarmi
ma non ascolti
e ora resto qui, appesa
tra questi rami di vita
sospesa.

 

Il primo incontro


Nel locale in cui spesso faccio colazione, c’è un’atmosfera intrigante. Mi cattura la luce calda che inonda la stanza senza violarla. Tutto è accogliente. Dal mobilio semplice, in legno color pastello, alle lavagnette con le scritte colorate dai gessetti.
Mi rintano qui, trovo un sorriso e un angolo di pace.
Da un po’ mi chiedo chi sia quel sorriso. Non me lo tolgo dalla testa.
Cerco il coraggio di chiedere ai proprietari, ma non lo trovo da nessuna parte.
Il coraggio è una caratteristica che non mi appartiene.
Quindi, mi risolvo di accontentarmi rubando qualche sguardo a quel volto particolare.
Una foto appesa insieme ad altre. Sono evidentemente parte della memoria e della vita della coppia che possiede il locale.
Mi sento così stupida!
Come si può invaghirsi di una persona che si è vista solo in foto?
Nulla di strano per me.
Passo le giornate scrivendo storie che funzionano abbastanza bene, sulle pagine.
Ho avuto una giusta intuizione e ora ho dato via, mio malgrado a una serie infinita di racconti che sono piuttosto apprezzati.
Non me lo spiego, non ci provo neanche.
Immagino che i miei sogni e la mia fantasia incontrino i desideri di altre persone diverse da me.
Tutti sono diversi da me, non in senso filosofico, ma realistico.
Oggi, devo essere rimasta più del solito a fissare quel volto nella cornice, perché il titolare mi ha sorriso con condiscendenza, quando sono andata a pagare la consumazione.
L’ho fissato col mio migliore sguardo da ebete, senza capire il suo sorrisino arguto, finché è scoppiato a ridere. Dritto in faccia a me, fragorosamente. La mia mortificazione non si può quantificare.
Ho incassato la testa nelle spalle e l’ho guardato di sottecchi.
“Non mancare sabato. Torna a casa. Lo vedrai di sicuro, se passi il pomeriggio qui.”
“Chi, io,ma poi, perché?”
Lui mi fa l’occhiolino.
“Perché dici? Vedrai. Fidati di me. Tutti hanno da giocare la loro carta una volta nella vita.”
Mi scappa un sorriso, perché è il gesto più gentile e affettuoso che ricevo da troppo tempo.
Annuisco commossa.
“Ci sarò.”

***

Entro di soppiatto, mi sento in imbarazzo, ma il titolare e la moglie mi salutano concitati e perciò non mi resta che arrendermi e andare loro incontro.
Mi sorridono come sempre e mi abbracciano anche.
Non sono abituata e sento la pelle troppo aderente, se avesse una zip, ne uscirei.
“Non essere nervosa, dai. Vai al tuo solito posto e scegli cosa vuoi bere e mangiare e rilassati.”
“Va bene, grazie. Vorrei un Earl Grey e una fetta di quella bellissima crostata.”
“Lo sapevo, mio marito pensava avresti optato per la torta di mele, ma io conosco la mia ragazza.”
Mi pizzicano gli occhi.
Sono così sfigata che con poche parole questa donna meravigliosa si porta via un pezzo del mio cuore. Lei mi sorride comprensiva e mi spinge dolcemente verso il mio posto.
Il tempo scorre lentamente e piano piano la mia agitazione cede il passo al conforto che trovo sempre in questo posto.
Mi godo il momento, mentre batto i tasti ispirata sul mio portatile.
Un fremito mi scorre lungo la schiena.
Mi sconvolge, un’emozione così intensa e inattesa.
Mi blocco di colpo e sollevo lo sguardo sul sorriso più bello che abbia mai visto dal vivo, ma che ormai conosco così bene.
Il sorriso si distende.
“Finalmente ci conosciamo.”
Vorrei dire che mi sono alzata con fare elegante, sorridendogli a mia volta e presentandomi con voce carezzevole.
Vorrei tanto.
Sono invece rimasta ghiacciata sul posto, con la bocca spalancata in una O oscena e battendo le palpebre, come in attesa di una qualche sorta di miracolo.
Il suo sorriso vacilla, mi guarda incerto in attesa.
Potrebbe attendere per sempre, io sono una causa persa.
Mi guarda e io mi sento avvolgere dalle fiamme, so di essere paonazza dall’imbarazzo.
Mi osserva ancora e poi scoppia a ridere, forte, ma così forte, che tutti si voltano e ogni volta che cerca di calmarsi, mi guarda e torna a ridere.
“Oh… io, ecco, io. Sì, ciao.”
Faccio per alzarmi e incrocio la caviglia con la gamba della sedia, mi prende il panico e prego di non cadere, ma non ho pregato nel modo giusto perché cado rovinosamente e fragorosamente a terra, sul sedere.
Lo guardo e sento con mio orrore che non sono in grado di frenare le lacrime.
Sono totalmente sopraffatta dalla vergogna.
Proprio quando penso che ora lui abbia ragione di ridere di me, lui si lancia verso di me e si accovaccia prendendomi le mani.
Il suo sguardo è preoccupato.
“Non è nulla, perdonami ti prego. Sono stato uno stupido, ma quando sono nervoso, non do il meglio di me. Che dici, riproviamo?” Mi sorride e mi aiuta a sollevarmi.
Mi sento un calore dentro, meno violento di prima e più avvolgente.
“Sì, scusa. Anch’io ero nervosa.”
Restiamo per ore a chiacchierare, mentre quelli che scopro essere i suoi zii ci ruotano in torno convinti di essere discreti.
Ma non cambierei nulla.
Il nostro primo incontro è stato perfetto.

Tu ed io e poi nulla


E se tu …
nulla, ti dico nulla, non importa, perché importa troppo.
Non lo capisci?
Mi nascondo in me.
Fuoco e ombra, tutto mi avviluppa e mi torce, dentro.
Sto dicendo addio.
Sto salutando ogni tremito, ogni vibrazione che percorre la mia pelle.
Addio le mie labbra, così protese sul vuoto, su uno strapiombo di incertezze.
Un freddo che mi invade la mente e chiude tutto.
Ogni serranda che cade fa un rumore secco
e io mi spavento.
Se ti dico che so che non mi ami e non accuso,
tu mi dici stupida, che forse è ciò che cerco.
Non lotto più, non lotto per le bugie.
Non cerco illusioni, né dolci sonni.
Voglio un abbraccio stretto, una mano che stringe,
non piangere più, niente più lacrime.
Non per te, lo so, non sono così buona.
Piango l’addio, le scelte, la fine di cose belle.
Non era per me.
Lo sapevo, forse, volevo, ma
Sapevo.
Ce l’hai nel cuore, quel poco valore,
quel poco più di niente e sai che si vede.
Ci cresci assetata d’amore, di calore.
Si vede, si sente.
L’amore che non ti copre in culla,
ti mancherà sempre.
Sarai un vampiro che brama,
una sete che non si estingue.
Mentre le cose quotidiane mordono,
io aspetto un ritorno, un segno.
La vita è occuparsi di cose banali,
carnali certezze, santi noiosi oneri.
Passano i giorni, le stagioni.
Passano e travolgono e prendono
i miei tesori cari, i miei fragili appigli.
Guardo te, perché ci sei, mi dico ci sei.
Tu che mi ignori, che ti volti e aspetti
che mi vesta di certezze e oneri.
Addio alla passione, addio cuore,
addio alle canzoni, alle risate,
alle promesse da mantenere, da deludere.
Addio a me che mi accusi di essere triste.
Lasciami la tristezza per sapermi viva.

Finalmente


Non potevo crederci, non volevo!
L’ho seguito svuotandomi le tasche, in fissa con quella voce, mi sarei venduto pur di pagarmi i viaggi e si fosse fermato mai!
Ormai, mi conoscono anche quelli dello staff, sono una barzelletta.
Io sorrido e seguo.
Un giorno il tastierista mi ha fermato (sì, lui ha fermato me), voleva sapere perché non avessi mai chiesto si incontrare il mio idolo.
L’ho guardato storto e poi ho riso.
Non è il mio “idolo”, lo adoro sì, ma non è un dio. Non chiedo di incontrarlo per poi avere un incontro di un paio di minuti in cui balbettare e arrossire, mentre gli ripeto quanto mi piace, che ho comprato tutti i suoi cd, special edition ovviamente, e lo seguo ovunque, ma questo non dovrei neanche dirglielo, lo sa già.
Il tipo ha riso, poi mi ha guardato, sembrava aver capito qualcosa che io non ho colto, mi ha fatto l’occhiolino e poi mi ha salutato a rivederci.
Ci rivedremo per forza, ho pensato!
Da allora mi hanno lasciato sempre un pasto pronto prima dei concerti e i tecnici fissi sono diventati di casa, non mi piace pensare il contrario. Io sono la mia casa, se qualcuno si siede al mio fianco, beh, lui sta da me.
Le coriste mi vezzeggiano e mi mettono in imbarazzo con le loro moine, le toccatine e le risatine. Mi sembra di essere più “ino” e io non ho nulla di ‘ino per intenderci, perché ne vado fiero.
In ogni caso, sono a ruota e dopo un po’ di tempo abbiamo smesso di fingere di incontrarci nello stesso posto per caso.
Mi hanno detto di non fare lo scemo e viaggiare con loro.
Non sapevo che il mio volto sarebbe girato, insomma, non me ne frega niente, io sono solo ossessionato dalla sua voce.
Mi ha chiamato Lalla e la bomba è scoppiata, dritta in faccia a me!
Ora sono il ragazzo, la mascotte del gruppo, la gente mi cerca su twitter, instagram… chi riesce a scattarmi una foto sembra vinca un premio di notorietà.
Dico, ma scherziamo? Io sarei noto perché corro dietro a un gruppo noto, e non sono nessuno, per poi essere causa di notorietà per qualsiasi sfigato riesca a rubare uno scatto di me, il nulla?
Lalla ha insistito per giorni perché vedessi certe foto, ma io non voglio vedermi.
Poi, mi ha mandato quello scatto.
Il mio mondo si è fermato.
Non sono più io, il nulla, lo sfigato, l’ossessionato.
Lui mi ha ridefinito e io ho capito la mia ossessione e ora la mia forza di trazione ha preso una diversa direzione.
Lo scatto mostra me che rido imbarazzato mentre le coriste mi fanno le moine e in fondo, seduto dall’altra parte della stanza, c’è lui che guarda me.
Lui mi guarda in un modo che pure io che sono la negazione di tutto e testardo come altri non ce n’è, ho capito.
Il suo sguardo è rapito e carico di brama, il suo sorriso appena accennato e le sue gote rosse.
La mia reazione è stata violentemente fisica.
Ho ceduto, ho guardato tutte le immagini rubate di me su internet. Non erano di me, erano di noi!
Il mondo parla di noi e io non ho mai parlato con lui!
Ci sono immagini in cui io lo guardo totalmente perso, poi lui guarda me e sono in sequenza, un balletto mozzafiato.
Solo io sono così stupido, o siamo in due?
La forza trainante è cambiata, perché ora sento il bisogno di attirare lui.
Oggi, ho deciso di cambiare le carte che stiamo giocando. Ho deciso di dare un calcio al tavolo e mandarle tutte all’aria.
Come al solito è in un angolo a canticchiare, mentre gli altri fanno gli affari loro, lui canta sempre e io mi avvicino affascinato, libero per la prima volta dal mio freno interiore.
Lui mi sente, nel senso che mi percepisce prima ancora che sia possibile udirmi, o vedermi e lo vedo che si blocca, immobile, non fiata sicuramente.
Sono al suo fianco e mi abbasso su di lui, il mio volto sul suo collo, il mio fiato leggero. Rabbrividisce.
Lo annuso e mi innamoro del suo odore, della sua pelle e del suo calore.
Lo stringo delicatamente, lo avvolgo teneramente.
Lo bacio sotto l’orecchio.
La sua voce, sottile, timidamente mi accoglie. “Finalmente…”
Allora rido.
Finalmente.

Brevissima storia d’amore


Le voci tra loro s’incrociavano e sciamavano in onde incessanti.
La folla mi spaventa, l’intimità è così densa, prevaricante il tocco di volti sconosciuti, il loro odore mi sovrasta.
Eppure c’è un fremito, un’insidiosa trappola nel mio ventre che scatta quando il tuo sguardo mi cattura, sei così intrigante.
C’è questo dannato impacciato uomo che mi soffoca e ho bisogno di salire sul tuo vagone.
Non mi aspetti, strega!
Spingo per passare e questa gente si fa più spessa.
Avanzare! Lo vogliamo capire o NO?
No, no,nonnono…
Mi allungo, mi stendo, e sì che non sono basso!
Ti ho vista. Mia!
Inizio a spintonare senza pietà, salvo solo i bambini nella mia irruenza.
Mi è partito l’omino che attizza il fuoco nel mio basso ventre.
Il mio sangue pompa e la testa mi si fa leggera.
Corro, come uno stupido, come un disperato, mi lancio sui gradini.
Sono disperato, sono sicuro. Mia.
Mi lancio e mi freno. Calmo.
Quasi sento l’odore, sono in preda ai sensi.
Alzo lo sguardo e tu sei lì, seduta e sorniona.
Mi inchiodi con quegli occhi allungati, un lieve sorriso da gatta che ha appena finito il pasto e si liscia il pelo sazia.
Oh, ma non hai capito, bellissima strega che con me avrai fame, ancora e ancora?
Ti sorrido soddisfatto.
Non chiedo, mi allungo sul sedile di fronte al tuo e allargo le gambe. Presa!
Hai le pupille dilatate, il tuo faccino arrossato è più dolce.
Hai perso l’aria spavalda, mia magnifica preda e io ti sorrido perché così mi piaci di più.
“A che fermata..” Sussurri e non riesci a parlare, le parole ti si bloccano in gola. Candida e snella gola.
Io sono conquistato, preso.
Sogghigno. “Non lo so ancora.”
Sorridi tenera. “Ho un nuovo lavoro, mi trasferisco.”
Perfetto.”Il lavoro mi segue. Vado dove voglio.”
Sollevi quel sopracciglio leggero, sei curiosa.
“Scrivo e non ho fissa dimora, non avevo scelto dove posarmi.”
“Avevo?”
“Sì, avevo. Ora ho deciso.”
Mi guardi con gli occhi grandi, sgranati.
“Sicuro?”
Ci capiamo, voglio che tu sia sicura di me, fin d’ora.
“Sicuro.”
“Non sai il mio nome.”
“Cambia ciò che provo?”
“No, ma…”
“Cambia ciò che provi tu?”
“No.”
Ti sorrido apertamente, ti ho presa un po’ in giro, ma è la verità.
“Marco.”
“Viola.”
“Il mio colore preferito per sempre.”
Ed è davvero il mio colore preferito da allora.
Ti vesto in ogni momento, mi avvolgo di te, sei l’odore più raffinato, il mio sapore preferito, ti voglio ancora e ancora tu, un anno dopo l’altro, come le ciliege, ti assaporo senza stancarmi.

Amore non è (stato mai?)


Cosa sono gli anni, il mio tempo che è smarrito cos’è?
Cosa sono gli artigli nel petto, il groppo in gola, cos’è la pelle senza un tocco?
Parliamo e parliamo e il silenzio appanna gli occhi e gli orecchi, le solite parole trite e le vedo turbinare tra noi, senza senso, senza calore.
Ti guardo e non ti vedo.
Vorrei baciare ogni parte di te, vorrei tenerti stretto, ma incontro il tuo sguardo e fa così freddo.
Diventi un corpo estraneo, un odore diverso, non ti sento più, non ti voglio più.
Senza mani e senza bocca, su di me si posa l’inverno.
Siamo insieme e mille volte piango il lutto di questo sentimento, di questo giardino spoglio e dimentico.
Non m’importa nulla del mondo, quando voglio l’amore, non m’importa dei soldi che ci rubano, del cibo che ci divora, non m’importa di nulla se non ho te.
Ho sbagliato, così grande è il tormento!
Non eri tu, forse non eri tu e ora è tardi, troppo tardi.
Non è colpa tua, mia?
Chimere le risate, chimere gli ansiti e i sospiri negli atri lontani dei templi abbandonati.
Che questo sacrificio sia un giorno… qualcosa, qualcosa che mi avvolga, fosse anche nel più ultimo domani.

Il villaggio. Gemma


Le tre sorelle si affaccendavano nella stanza buia, c’erano grida di disperazione, grida agonizzanti.
Le tre donne cambiavano gli stracci insanguinati con altri puliti.
Mi manca l’aria, mi manca nei polmoni, una stretta letale.
La donna più alta si volta e sgrana gli occhi incredula. Mi prende e mi volta.
Un dito in gola e un massaggio sulla schiena.
“Forza piccola, forza!”
Un dolore atroce mi esplode nel petto e si espande.
Il primo respiro che brucia come fuoco e grido con tutte le mie forze!
La donna mi solleva trionfante.
“E’ viva!”

Mi aggrappo alle vesti di mia sorella, non voglio che mi prenda quella grassa, lei mi pizzica di nascosto, mi dice cose che non capisco, ma so che sono brutte. Mi aggrappo forte e piango.
“Questa mocciosa è davvero viziata. Lascia che me ne occupi io Ash.”
“No, se ne occuperà Dust, tu vai al mercato a prendere altro latte di asina.”
“Per la bambina! Ormai qui non si fa che correre dietro alla bambina. Che follia. La madre è andata, sarebbe stato più giusto che anche lei…”
“E’ nostra sorella!”
“Sì, ma nostro padre è partito subito, d’altronde con la delusione che si è preso…”
“Crumbs, ora taci. Vai al mercato.”

Seguo mia sorella nel bosco. Dust è silenziosa e mi considera poco, ma sono tranquilla, perché si occupa dei miei bisogni e mi lascia in pace, le basta che io le ubbidisca.
Credevo che Ash fosse mia madre, ma Crumbs ha detto che mia madre era una povera sgualdrina che mio padre ha ingravidato per avere il suo erede. Non so bene cosa significhi, ma ho capito che mia sorella non amava mia madre.
Ash mi abbraccia quando siamo sole e mi pettina i capelli tante volte, con pazienza e io mi assopisco, mentre mi racconta storie di paesi lontani e principi coraggiosi.

Ci sono dei dolci alla marmellata in cucina. Non mangiamo mai dolci, quasi mai. Mia sorella Ash ha voluto che per questa visita offrissimo ai Savi dei dolci e Crumbs li ha sfornati, anche se non era contenta. Lei non è mai contenta e tante volte l’ho sentita minacciare di liberarsi di me. Qualche volta, dopo che Ash l’ha sgridata aspramente, Crumbs si rintana in cucina e mentre seleziona le erbe mediche da essiccare, borbotta parole orribili. Una volta mi ha scoperta mentre la spiavo e non mi ha detto nulla, ma il suo sguardo mi ha tormentata per molte notti. Sognavo che un’ombra nera appariva dalla montagna dietro la nostra casa e io correvo, perché l’ombra si estendeva velocemente inseguendomi. Sapevo che mi avrebbe presa e sapevo che sarei scomparsa per sempre. Quando mi svegliavo correvo davanti allo specchio. Temevo di essere scomparsa.

Sono a scuola e i miei compagni mi trattano con cortesia, ma nessuno è mio amico. Sento i bisbigli dietro la schiena e anche la nostra insegnante mi tiene a distanza. Temono le mie sorelle. Un mio compagno mi ha aspettata un giorno sulla strada per casa. Ero felice, non mi sembrava possibile che finalmente qualcuno della mia età volesse parlare con me.
Gli ho sorriso e gli sono corsa incontro. Lui mi ha sorriso ed è arrossito un po’.
Ci siamo incamminati e abbiamo parlato della scuola, dell’insegnante e di sciocchi avvenimenti che ci hanno divertito.
Stavamo ridendo e ad un tratto lui è sbiancato, fermandosi in mezzo alla via.
“Che succede Baron?”
Lui mi ha guardata e con le lacrime agli occhi ha scosso la testa per poi correre via con quanta forza gli consentivano le gambe.
Mi sono voltata per proseguire verso casa e lì, davanti a me, c’era Crumbs che sorrideva felice.
Ho capito subito. Non potrò avere amici, mai. Mi vergogno terribilmente, non oso immaginare cosa abbia sentito Baron, o che incubo abbia vissuto, nella sua mente.

Ash vorrebbe che io mi fidanzassi, ma non oso dirle che nostra sorella lo impedirebbe.
Ogni ragazzo, pochi, che ha provato ad avvicinarsi a me, è stato terrorizzato da Crumbs.
Io però sto imparando a nascondere i miei poteri. Sento quello che le mie sorelle trasmettono, sento quello che cercano di carpirmi. Dust vorrebbe sapere quanto sono forte; ha bisogno di sottomettersi al potere e sta considerando la mia posizione all’interno della nostra famiglia. Crums mi odia, mi odia con ferocia, io sono arrivata dopo eppure conto più di lei. Odia il mio potere, la mia giovinezza, la mia bellezza e l’affetto che Ash prova nei miei confronti.
Non posso parlarne con Ash, le tre sorelle hanno un rapporto simbiotico difficile da deviare, se mi confidassi con lei, le altre sentirebbero almeno in parte le mia confidenze. Vorrei che lei capisse quanto sono in pericolo all’interno della mia stessa casa, ma la sua fiducia nelle altre sorelle è totale.

Stanno facendo cose orribili, come possono!
Le montagne gridano vendetta e cercano soddisfazione. Gli spiriti aspettano le loro vittime e se non arrivano spontaneamente, vanno procurate. I Savi minacciano la vita delle mie sorelle, le quali si salvano solo grazie alla protezione degli spiriti delle montagne.
Crumbs rapisce bambini dai villaggi. Le persone si uniscono in gruppi per cercare i propri figli e si avventurano sui sentieri che conducono al villaggio, ma gli spiriti ne rapiscono la memoria e la forza vitale, lasciandoli fragili come neonati.

L’ho salvato! Non ho potuto lasciarlo agli spiriti! Il mio principe coraggioso, l’ho riconosciuto! E’ bellissimo e il suo cuore è purissimo. Ho pianto dall’emozione e l’ho portato a me. Purtroppo ha capito subito cosa sono le mie sorelle ed è convinto che io sia come loro. Non si fida di me, ma io devo salvarlo. Lo amo e il mio amore ci salverà.

“Gemma!”
Lucash apre gli occhi annaspando. Perla acciambellata ai suoi piedi lo guarda e l’uomo scoppia a piangere. Un cuore spezzato fa molto male.

Il villaggio. Il bacio


“Fermati Kajey.”
Il ragazzo si immobilizzò in assoluto silenzio.
Berta si strinse forte a lui e chiuse gli occhi. Si concentrò e sondò, la sua mente spaziava e incontrava sensazioni diverse. Gli animali stessi erano in subbuglio.
Sospirò, quando incontrò la forte energia che aleggiava intorno a casa sua. Erano lì.
Sussurrò appoggiando le labbra all’orecchio di Kajey.
“Sono a casa, non posso andarci ora, sentirebbero che sono forte.”
Kajey si sentì percorrere da una scossa che lo attraversò dalla nuca alle dita dei piedi, un forte imbarazzo lo colse. Il suo corpo lo tradiva, era davvero un animale? Il corpo di Berta sulla sua schiena, il suo peso era confortante, la sua morbidezza languida, la sua stretta possessiva. Non poteva resistere?
“Kajey, cosa facciamo?”
“Conosco un posto. Tuo padre capirà, lascerò un segno e passeremo la notte altrove.”
Per un istante le strinse le gambe al proprio corpo e fu difficile trattenere ogni istinto che gli lacerava le viscere.
Prese un respiro profondo e corse, corse come solo un animale notturno sa fare, senza traccia. Nessun suono tradiva la sua presenza.
Fece un salto preciso a terra e adagiò con delicatezza Berta.
Lei lo guardò e per un momento i loro sguardi fermarono il tempo. Il battito del cuore era l’unico segno che la vita scorreva.
tum- tum tum- tum
Kajey sollevò una mano e con le dita leggere tracciò il profilo di Berta. Lei sospirò e sorrise e lui non capì come, ma seppe con certezza che il suo mondo era cambiato per sempre. Il suo cuore era migrato in un altro petto e per quel sorriso dolce e onesto avrebbe fatto ogni cosa in suo potere, per sempre.
Le sorrise e le prese la mano.
Camminarono fino ad un albero cavo.
Tirò fuori un sacchetto di velluto e vi introdusse un sasso; poi lo richiuse e lo ripose al suo posto.
Riprese la mano di Berta e per una sera decise che si sarebbe concesso di essere solo un ragazzo.
Berta sembrava avere capito, perché era pronto a giurare che il suo sguardo riflettesse tutto ciò che lui stesso provava.
Correvano e a all’imprvviso Kajey la prese e sollevandola si spinse con un salto particolarmente potente sul terzo ramo di uno degli alberi più alti.
Lei ansimava  e stringeva le palpebre, le braccia attorno al suo collo, il suo volto nascosto nel suo petto. Kajey provava emozioni nuove e non capiva come mai si sentiva come se il suo cuore fosse esploso per poi rinascere più forte.
La strinse a sé, abbassò il capo e appoggiò le labbra sulla sua testa. Profumava di primavera, di estati passate a pescare e di cose nuove, calde e morbide.
Si adagiò e si limitò a cullarla appoggiandosi al tronco.
Berta alzò lo sguardo e gli sorrise ancora.
Kajey non si capacitava di come le rispondesse automaticamente. Non era abituato a sentire le sue guance contrarsi così.
“Finalmente, eh?”
“Cosa intendi Berta? Mi aspettavi?”
Lei sorrise di più e prese a passare le dita tra i suoi capelli, facendogli venire brividi in ogni centimetro di pelle.
“Kajey… Mi hai seguito, mi hai osservato e io ho aspettato. Però, ad essere onesta, io ti ho sempre aspettato.”
“Ho pensato che tu per un po’ avessi avuto un certo interesse per mio fratello.”
“Lo adoro! Non dubitarne mai.”
Non era certo di capire, una sensazione sgradevole gli inacidiva la gola.
“Kajey? Non vuoi fidarti. Mi chiedi di fidarmi di te, ma non vuoi fare lo stesso con me.”
“Io voglio fidarmi.”
“Allora, ascolta quello che provi e lascia perdere per una volta i ragionamenti. Non si applicano a queste cose e di certo non si applicano a me. Io sono al di fuori di ogni razionale pensiero. Lo capirai.”
Fece l’occhiolino e si abbassò su di lui.
I loro volti erano così vicini che non era possibile guardarsi negli occhi.
Le sue labbra erano rosse e morbide. Kajey voleva, voleva come mai aveva voluto in vita sua.
Respirava il suo respiro caldo e un po’ di imbarazzo lo fece arrossire. Lei poteva sentire la sua durezza?
“Va tutto bene Kajey.”
Gli prese il volto tra le mani e lui tremò violentemente, bevve ogni sua parola che si posava direttamente sulle sue labbra.
L’istinto prevalse sulla mente e le sue mani scesero ad afferrarle i fianchi, pressandola a sé mentre le sue labbra si posavano per la prima volta su quelle di Berta, per la prima volta sulla bocca di qualcuno.
La perfezione. La più intensa e distruttiva sensazione che avesse mai provato. Era disperso in un milione di frammenti e si sentiva completo, finché stava sulle sue labbra avrebbe avuto un senso.
Il suo sapore era il migliore che si potesse immaginare e non resistette al bisogno di passare la lingua su quelle labbra setose.
Berta ansimò e dischiuse la bocca e Kajey si perse completamente.
In quella bocca bevve, ogni respiro e ogni ansito, ne andava della sua vita.

La migliore decisione possibile


Ogni cosa scorre, tutto si accumula e continua ad arrivare, mi basta uno stop per essere schiacciato, mentre continua ad arrivare.
Se solo si fermasse ogni tanto, qualsiasi cosa: le persone che chiamano, che si aspettano cose da me, il lavoro che non si può demandare e le faccende più umanamente necessarie.
Vorrei spegnere il telefono per due giorni interi, ma non si può fare a meno di voler passare chissà quanto tempo a dimostrare di essere mentalmente stabile.
Siamo tutti connessi, talmente collegati che a voler staccare i fili, solo un attimo per pietà, ci si deve giustificare, perché è un torto che si fa agli altri.
Questo è un girotondo che non arriva mai alla fine, non ci si butta per terra e non si ride più.
Si continua a girare e all’inizio è così stimolante, così bello stare insieme, fino a quando la presa nella mia mano è diventata una morsa, fino a quando il sudore sulla fronte mi ha impedito di distinguere i volti e le voci degli altri sono diventati frase insensate.
Anche tu, che mi hai preso il cuore, vorrei potessi restituirmelo per un paio di notti, perché vorrei dormire senza preoccuparmi.
Vorrei non pensare ai tuoi sguardi, ai tuoi rimproveri, alla delusione che ormai viaggia tra noi, come un avvoltoio in attesa del primo che soccombe.
Vorrei che il mio desiderio fosse libero, i miei sentimenti chiari e le relazioni prive dei solidi nodi , tutto liscio e trasparente.
Cammino con la bocca amara, lo stomaco pesante e il passo trascinato di malavoglia.
Guardo intorno e svolto verso un’altra zona, oggi mi defilo.
Col cuore in gola che mi soffoca e mi ricorda di avere ancora sangue nelle vene, afferro il cellulare, maledetto guardiano del mio tempo e lo spengo. Un gesto idiota che equivale a un’evasione da carcere di massima sicurezza.
Mi tolgo la giacca e slaccio la cravatta, che getto nel primo cestino. Inizio a ridere e allungo il passo, perché CAZZO sono già più leggero.
Entro in un tabacchino e compro un pacchetto di sigarette, non le tocco da dieci anni e non so neanche se ne accenderò una, ma solo sapere che se mi va posso farlo, mi fa sentire libero.
Sono tentato di prendere una rivista porno, tanto per, ma chi lo fa più? E mi rendo conto che è parte di tutto quello che mi pesa sulle spalle: tutto pronto, fruibile, piatto e insulso.
Devio per il parco e camminando nel verde decido di levare le scarpe e i calzini: l’erba non è morbida come piace scrivere nei romanzi, punge ed è pure meglio, perché so che è reale.
Ho voglia di gridare, di cantare a squarciagola e spogliarmi di tutto. Che fosse stata così esaltante l’illuminazione di San Francesco?
Mi sento vivo, ho voglia di toccare, annusare e riempirmi gli occhi di tutto.
Sento il suo sguardo come una coperta avvolta sulle spalle e voltandomi scopro il suo sorriso.
Mi stupisco e mi rendo conto che sta rispondendo al mio, non ho smesso di sorridere da quando ho cambiato rotta.
Mi avvicino ipnotizzato e mi fa posto sulla panchina senza parlare e per questo sono immensamente grato.
Ci guardiamo e basta. Non riesco mai a guardare a lungo qualcuno, perché non sopporto che mi si guardi dentro e ancor meno voglio rovistare nella mente degli altri, è la più grande intimità e io ormai non voglio più condividerla. Specialmente con te che mi hai tolto anno dopo anno ogni idea di me stesso.
Sospiro, vinto dall’emozione, vorrei quasi morire adesso, per concludere con questa completa serenità nel cuore.
Non voglio vivere i momenti dopo, la realtà che sporca tutto, i dubbi, i bisogni, i sogni infranti.
Mi osserva e so con certezza che mi sta leggendo come io leggo la comprensione nei suoi occhi.
Avvicina il suo volto al mio, appoggia la guancia alla mia ed è perfetto.
Sento il suo respiro che scalda il mio orecchio, un brivido caldo lungo la schiena e inconsapevolmente mi ritrovo a scorrere col palmo la sua schiena.
Con le dita sfiora il mio volto e mi asciuga lacrime che non sapevo di aver versato. Si avvicina con lo sguardo colmo di tenerezza e lecca le ultime tracce della mia tristezza.
Sono talmente duro che ho paura di mettermi in imbarazzo, potrei umiliarmi se continua così. Non mi sono mai sentito così.
Le mie labbra catturano la sua bocca e io non esisto più, non sono altro che vita che scorre e fuoco che brucia.
Voglio restare sulla sua lingua, nascondermi tra le sue labbra per sempre.
Ha il sapore di un dolce calore, mi sento oltre, credo di sfiorare il senso, di capire appena, e ho bisogno di essere qui in questo momento, di avere di più, di dare di più.
Si avvicina e siamo aderenti, due cuori in tumulto, mentre le mani scorrono e pressano, sfiorano, memorizzano forme e anse.
Bevo dalla sua bocca come un disperato e non mi curo di nulla.
Le sue labbra scendono sul collo e bacia, morde e succhia la mia pelle.
Mi umilierò, non posso resistere.
Ricatturo la sua bocca, la sua testa presa nella morsa delle mie mani, trasmetto tutto ciò che provo.
Ho deciso e non cambierò idea.
Ci guardiamo e vedo la stessa emozione, allo specchio.
“Ti amo.”
“Lo so.”
“Ti amo.”
“Lo so.”
Sono libero.

Porte chiuse, vite sospese


Ci sono porte nascoste,
tra i pensieri serrate,
gli usci protesi
oasi sospirate.

Ci sono varchi sospesi
su vuoti immensi,
sostare o saltare
sul limitare il passo.

Porte aperte e varcate,
vite perse o mancate,
passaggi sul nulla,
irraggiungibili eterni.

Chiavi strette in pugno,
passeggio e le sfioro,
ricordo e sospiro,
l’ipnotico vuoto.

Stillano gocce dal palmo,
sulla scia buia
cremisi schizzi umidi
da calpestare.

Non sono da mostrare
le porte dell’anima
da celare in petto
l’attesa di un gesto.

Non c’è il tuo volto
non c’è il tuo passo
sulle chiazze rosse
del cuore aperto.