Ogni notte


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Sono i corridoi in cui mi portasti, le ultime parole prima del mattino a smarrirmi ogni notte.
Immobile rivedo i giorni del sole caldo sulla pelle, tra le nostre risa e i tuoi occhi felici.
Ho amato tutto di te, sopra ogni cosa i difetti, così tanti, così imbarazzanti da renderti unico e inarrivabile.
Mi hai trascinato, preso di peso e iniziato a piaceri inconfessabili, ho perso il senno.
Il mondo ormai ridotto al tuo volto, al peso della tua voce, al colore del tuo sguardo.
Ho provato a sfuggirti, correndo in senso opposto al tuo arrivo, ma a nulla è valso il mio impegno, il mio struggimento per negarti.
Ho intrapreso un viaggio verso il più buio inferno, per mia volontà e pensavo solo a te.
Cercavo il tuo volto tra quei ghigni infami, sapendoti altrove; ti incolpavo di mancarmi, eppure mia era la colpa.
Sudavo nelle notti insonni di un ghiaccio terrore, agognavo la mia pena eterna, il mio unico amore.
Ho provato a cancellarti, annullarti e ho stretto l’aria nei pugni serrati.
Il resto della vita se n’è andato tra i rimpianti e la fatica di ritrovarti ed ora che non ho più il respiro, tu mi piangi.
Non aver pena, mio amore incompreso, starò in attesa vegliandoti, certo di meritarti.

L’atteso


Nel cuore della terra un seme.
La mano stretta in attesa.
Il suo bagliore acceca,
la mano è protesa.
Sono strati di storia,
tempi senza gloria.
Terra, su terra
il seme riposa.
Ascolta il custode,
vite prese, interrotte.
Sentinella fedele,
attende la notte.
Saranno stelle nel mare,
meduse sospese,
l’assalto del tempo ,
nel cielo catene.
Il ventre di doglie
sarà scosso, teso;
un enorme squarcio
un ramo che sporge.
Raccoglierai domani,
ciò che dorme indifeso.

Il villaggio. Lucash si organizza


Nelle tenebre si nascondono le ombre, chi porta luce è un bersaglio mobile.
Lucash sapeva come muoversi, ma la prudenza, la mancanza di essa, gli aveva insegnato la giusta dose di paura a caro prezzo.
Se non fosse stato per lei, oggi lui sarebbe un’altra ombra che vaga nella nebbia.
Se lei non si fosse impuntata per averlo, lui oggi starebbe servendo le anime del villaggio oltre le cime.
Scosse la testa in disaccordo a quel pensiero. No!
“Starei coi miei avi, servendo l’unico Signore per l’eternità.”
Si portò il pugno al petto, e chinò la testa in meditazione.
Il pensiero di Berta era l’unica motivazione per restare, conoscendo la figlia sospettava che potesse non accettare il verdetto del Consiglio.
Si spinse nel folto del bosco, non un fruscio, non un ramo spezzato a segnalare il suo passaggio. Ancora oggi era convinto di essere stato stregato, in quel lontano giorno in cui si era avventurato sulle montagne. Non c’era modo che si perdesse, ne era certo.
Un’unghia conficcata nel polpaccio e Lucash desiderò vendicarsi, finalmente, ma si trattenne per l’ennesima volta.
La gatta lo guardava con sfida, Perla non l’avrebbe lasciato in pace, mai probabilmente.
Ogni giorno immaginava come uccidere quella creatura, amava pensare a metodi diversi, raramente compassionevoli.
Solo un pulviscolo di affetto incredibilmente lo frenava dal compiere l’atto omicida.
La guardò con astio, ma non la cacciò. Non solo era impresa difficile, per cui anche lui sarebbe dovuto rientrare e abbandonare la missione, ma era convinto che per amore di Berta lei sarebbe stata un’alleata, per quanto decisamente odiosa.
Proseguì concentrato, si chiese se quel ragazzo si sarebbe mai mostrato, in ogni caso gli avrebbe concesso un paio di perlustrazioni ancora.
Il figlio del pescatore gli ricordava così tanto il fratello da sentire un dolore sordo nel petto. Avrebbe mai rivisto Dani, il suo scanzonato e ribelle compagno d’infanzia? Si sentiva in colpa, se non si fosse intestardito in quella maledetta spedizione, non sarebbe mai finito tra montagne e poi… e poi? Berta.
Non era possibile immaginare un mondo senza la sua preziosa figlia. Si sentiva ancora peggio per Dani, perché Berta sarebbe sempre stata più importante.
“Ti chiedo scusa Dani, perdonami fratello.”
Non si arrischiò a controllare il felino, sapeva già il disprezzo che avrebbe trovato in quegli occhi ancora troppo umani.
Sperava che per quella notte si sarebbe accontentata di un animale del bosco, lui di certo non le avrebbe offerto il polpaccio senza lottare. Vendetta…
Il ragazzo li seguiva saltando di ramo in ramo, solo un fruscio lieve come un sussurro trattenuto lo manifestava.
Aveva sentito parlare degli Uomini Degli Alberi quando era ragazzo ed era obbligato a passare ore infinite col precettore di corte: erano guerrieri formidabili, i più agili e cacciavano muovendosi da un ramo all’altro come scimmie, soffiavano dardi avvelenati con precisione e non facevano ostaggi. Nessuno era riuscito a coinvolgerli in strategiche alleanze, loro vivevano bene per conto proprio. Disinteressati delle brame del mondo. Qualcuno più avventuroso era capitato a corte, nel corso dei secoli e il nome era rimasto inciso nelle pietre dei Celebri e nelle memorie dei posteri.
Come fosse finito un Ragazzo Degli Alberi al villaggio era un altro mistero. Un mistero che il pescatore di certo conosceva.
Le trappole di Berta erano sparpagliate in posti strategici, come aveva imparato fin da bambina.
Che ragazza sarebbe stata se fosse cresciuta nella sua città? Non poteva immaginarla. Tra danze, belletti e sotterfugi, la sua bellissima Berta così libera, intelligente e onesta.
Fra dieci giorni sarebbe andata dalle zie e Lucash sentiva montare in sé un furore cieco al solo pensiero della figlia in casa di quelle streghe. Vere streghe, proprio nel villaggio in cui era bandita la magia, fattucchieria, o stregoneria che dir si voglia.
Ipocriti! D’altronde come spiegarsi Perla altrimenti?
La guardò incapace di trattenersi e quella stava con lo sguardo rivolto verso l’alto. Ecco, strano che non se ne accorgesse.
Si chiese se fosse possibile che avesse capito anche di chi si trattasse.
Sperava di no, per il ragazzo e per se stesso, aveva progetti da portare avanti e il ragazzo ne faceva parte.
Non le avrebbe permesso di rovinargli anche questo.
Si fermò a curiosare nel tronco cavo di un albero grigio. Estrasse un sacchetto di velluto liso, ne esaminò il contenuto e lo ripose. Controllò intorno a sé che nessuno lo stesse spiando. Nessuno, tranne la gatta e un ragazzo degli alberi, probabilmente ignaro della propria natura. Nel volgere lo sguardo intorno si assicurò di accertarsi di ciò che gli premeva davvero, fiducioso che i due compagni di viaggio non avrebbero capito.
Con un sospiro si voltò e ripercorse il tragitto verso casa. Si stupì che il ragazzo lo seguisse, immaginava che avrebbe curiosato nel sacchetto, invece quella stolta della gatta era rimasta indietro.
Per essere una strega era davvero la più ingenua.

Lacrime, sangue, estasi… marchio d’amore


Queste lacrime che scaldano le crepe del cuore, perché?
A chi va la mente quando il petto si squarcia con tanto dolore?
Un altro giorno e un altro abbraccio perso, un bacio mancato tra migliaia e sono battiti annullati, pulsazioni fantasma che lasciano il mio sangue pigro, scorre nelle vene lava incandescente e niente ne viene, niente.
Bambola di porcellana , capelli di paglia e cosa cambierebbe per te? Niente.
Potrei essere altro da me , o già lo sono, vero? Lo sono già.
Scorre il fiume sotto la terra arsa , cotta, agra e scorre, scorre e niente si muove, mentre l’acqua silenziosa viaggia lontana dal Sole.
Lacrime che cadono, pioggia acida: dagli occhi, dalle labbra, tutto il volto d’acqua e non trovo consolazione.
Questo mondo trabocca emozioni che sono la più grande minaccia, vergogna a me, a te, che dell’amore faremmo l’onore e tra le braccia l’umanità si rinfranca, perciò bandito sia e che io sia dannata.
Lacrime e sangue e pugni sul petto, fino all’ultimo respiro; saranno baci l’eternità? Estasi d’amore? Come si può capire qualcosa che manca e non conoscerlo, non vederne la faccia?
Un marchio nel cuore, e sanguina lacrime perse d’amore.

Scrivere per chi scrittore non è se non per se stesso scrivente


Io provo, ci provo perché nessuno me lo ha chiesto, perché non mi porta a nulla, non cambia la mia vita, è per me ciò che voglio.

La bellezza di un rapporto con la mente e le parole, l’amore di fronte alla fantasia che prende forma in pensieri, azioni, corpi raccontati.

Loro stanno lì, in attesa che io li porti avanti, con le  loro passioni, paure, la determinazione di riuscire e io smanio per scoprire che accadrà di loro, di me, di noi.

Allora, puntualmente arriva il citofono che mi smarona, un televisore che si accende, un caffè da offrire e i problemi che ci sono sempre, se non sono miei sono di qualcuno a cui voglio bene.

E io scribacchina in vena di scribacchiare che solerte mi appunto in disparte le persone che mi nascono dal cervello, con le loro caratteristiche fisiche, il significato dei loro nomi, i rapporti famigliari e non.. a che pro se il mondo non s’azzitta mai? Che io rischio pure di scordarmi ciò che scrivo?

Ho pensato che di notte, di notte devo scrivere!

E chi ce la fa?

Chi fa il mio di giorno? Chi mai potrebbe essere me, mentre io m’addormento?

Non si può no, io la notte dopo le dieci non scrivo, massimo le undici e poi che mi si sfoca tutto…

Loro meritano di meglio, la mia piena disponibilità, hanno emozioni e azioni da compiere e io devo essere sul loro livello.

E anche adesso che vorrei tanto darmi loro, c’è Spiderman alla tv che mi cozza i nervi..

Mi sa tanto che come al solito mi tocca sloggiare in cucina, con le zampe appese alla sedia, sciatta in quel modo femminile che lui ti guarda e pensa e tu pensi ad altro.

Ok, mi sloggio di là e vediamo oggi che succede a quei Ruben e Lara che sono altri da questi per mio diletto  e sfida.

 

La fine del mondo domani a mezzogiorno


 

In sedici ore e sedici minuti il cielo era cambiato.

Un lungo nero interminabile notturno oscuramento.

La gente camminava lungo le strade guardandosi l’un l’altro.

In ogni sguardo una muta richiesta d’aiuto, una spiegazione.

Chiamai quella donna in uniforme, un vigile, le toccai il braccio: “Che succede? Quanto durerà questa notte?”.

“E’ solo l’inizio. Il buio è l’inizio della fine, dicono che non tornerà più il sole.” Rispose con un’alzata di spalle, proseguendo il suo cammino, con sguardo assente.

Io guardavo tutti, cercando un guizzo di intelligenza.

Come era possibile?

E’ vero, era capitato ultimamente che le notti durassero di più, poi la luce faceva capolino e come sempre, la gente cercava di ignorare quella stranezza.

Ci eravamo abituati, l’avevamo accettato, come un cambiamento che si accoglie nel flusso del consueto.

Io volevo gridare, mi misi a correre, non potevo accettarlo, quel buio, non volevo.

Da una finestra aperta il televisore gracchiava: “E’ ufficiale, siamo giunti alla fine. Il mondo cesserà di esistere domani a mezzogiorno. La gente è invitata a riunirsi nelle piazze cittadine, per assistere insieme a questo evento. “.

Pensavo fossero tutti impazziti!

Mi ritrovai assieme a quei volti conosciuti, ai miei cari, mentre banchettavano tra una battuta e l’altra.

Avevo lo stomaco chiuso, come facevano?

Il conto alla rovescia era cominciato, il tempo stava scadendo inesorabilmente.

Pane formaggio, vino e gazzosa.. non riuscivo a crederci!

Io non volevo, e le lacrime presero a scorrere copiose, non loro, loro no, c’è ancora tanto da fare..

La gente intorno a me sedeva in terra con quieta accettazione, eppure ero certa che ci sarebbe stata un ressa impazzita, che ci saremmo calpestati gli uni con gli altri, in cerca di una via d’uscita, per quanto assurdo fosse.

Loro stavano lì, seduti in attesa dell’ora X.

E fu tutto un bianco accecante…

Il nevo ha levato le tende


Andato è lo nevo. Estirpato. L’emicrania mi avvolge il cervello, la tensione, ma il bisturi è stato modello, la mano ad addestrarlo perfetta. Infermiere, dottoressa col chirurgo sorridenti, sono riuscita a fare salotto anche in sala chirurgica.

Bene, in attesa della biops, per chiudere l’esperienza, mi sento in forza, col mal di testa, ma giusta. Povera creatura, così rosa e indifesa dopo trenta e più anni di vita condivisa..va be’ ognuno per la sua via.

E per sprecarmi con la scusa dell’anestesia(locale…figurati), un bacio a tutti i migranti di questo universo parallelo.