Il villaggio. Allenamenti e dichiarazioni


“Più forte!”
Borg gridò con quanto fiato aveva in gola e riprese a colpire il sacco appeso al ramo.
Era imbottito di trucioli e la prima volta si era illuso che fosse uno scherzo; poi, al primo colpo aveva compreso e le sue nocche parlavano per lui.
Continuò, mentre Karho lo incitava e Kajey teneva il sacco dalla parte opposta.
Berta osservava tutto da un ramo, sembrava insolitamente elegante e selvatica al contempo. Kajey non la perdeva mai di vista e Berta gli sorrideva felice.
Potevano essere felici a pochi giorni dal Consiglio?
Borg si fermò per asciugarsi il sudore dalla fronte e sbirciò Karho.
Quello si avvicinò e gli porse acqua fresca dalla brocca.
“Stai andando alla grande Borg, sei davvero forte, è impressionante.”
L’ammirazione che traspariva dalla voce del ragazzo, scaldò il cuore di Borg e una sensazione ormai familiare lo fece arrossire un po’.
“Ti piacciono i muscoli ragazzo?”
Karho annaspò, arrossì terribilmente e gettò lo sguardo intorno, mortificato che potessero sentirlo. Ovviamente Kajey aveva approfittato della pausa per sedersi accanto alla ragazza per cui pareva aver perso il senno.
“No, non proprio. Non in generale.”
Borg sogghignò. “In particolare, allora?”
Karho lo guardò dritto negli occhi, un mondo inespresso si aprì tra loro e i loro cuori sarebbero potuti esistere benissimo al di fuori di loro, semplicemente insieme.
“In particolare, mi piaci tu.”
Borg si sentì avvolgere da un calore nuovo e stringere, si sentì fragile e per la prima volta ebbe paura come mai prima. Voleva scappare e voleva entrare nel petto di Karho e non uscirne più.
Karho iniziò a tremare, abbassò lo sguardo con le spalle curve.
A Borg si spezzò il cuore.
Di slancio lo abbracciò e lo strinse a sé, stretto al proprio petto, i cuori che scalpitavano furiosi tra loro. Sussurrò piano al suo orecchio: “No, non hai capito. Non hai capito Karho che mi hai tolto il fiato, le parole. Io non ti merito e lo so. Sono però egoista e mi prendo tutto ciò che così generosamente mi offri. Lo capisci che ci tengo a te?”
Karho aveva il viso nascosto sul petto di Borg, si beava del suo calore, il suo odore, il sudore, Borg… chiuse gli occhi per conservare la sua essenza.
“Inizio a crederlo, voglio crederlo.”
“Ascolta bene. Non so come andrà, non so se ce la faremo, ma ci proveremo, insieme. Non iniziare a sgridarmi. Ce la metterò tutta, per te. Ascolta però, se non ce la dovessi fare. Se la mia famiglia mi fermasse, se loro mi bloccassero, qualsiasi cosa succeda, tu sai che sei la prima e unica persona per me.”
“No, Borg ti prego, non parlare così! Ce la faremo insieme, non vado da nessuna parte senza di te!”
“Calmati. Siamo realisti,va bene? Devo sapere che tu sai e saprai sempre che non mi importa niente di nessuno, solo di te!”
Karho, lo strinse e nascose di più il volto contro di lui, mentre le lacrime lo tradivano, esponendo le sue emozioni.
“Andrà tutto bene, avevo solo bisogno di chiarire.”
Karho sollevò il mento e lo guardò, sorridendo tra le lacrime.
“Chiarito. Tu tieni a me, io tengo a te e gli faremo il culo!”
Borg scoppiò a ridere e si riposizionò per continuare l’allenamento.
“Ehi, fratellino! Ti ho sentito, ti tocca una bella sciacquata a quella bocca sporca!”
Berta rideva e per un attimo ci fu l’illusione che quella serenità potesse durare.
Continuarono così, mentre i fratelli si rincorrevano tra gli alberi salendo e scendendo dai rami, come fossero spiriti incorporei, Borg tirava pugni al sacco e si esercitava con Berta che brandendo un bastone cercava di colpirlo, mentre roteava sulle gambe con estrema agilità.
“Brad!”
Tutto si fermò.
I ragazzi andarono incontro al fratello di Borg, la preoccupazione evidente sul volto di tutti.
“Borg, devi tornare a casa. Nostro padre ha saputo che passi il tempo qui, pensa che tu stia corteggiando Berta per fortuna, ma non è contento.”
Borg si sentì nauseato.
“Perché dici per fortuna?”
Il ragazzo sembrava in difficoltà, guardò Karho in cerca di aiuto e lo trovò.
“Senti Borg, tuo fratello è venuto in aiuto. Tuo padre è un uomo pericoloso, se me lo concedi e se tutto ciò che teme dai nostri incontri è che tu corteggi Berta, va bene.”
Borg appariva profondamente imbarazzato.
“Hai ragione Karho, pensavo intendesse…”
“Qualsiasi cosa tu voglia dirgli, se gli vuoi dire qualcosa, sta a te. A me sta bene in ogni caso.”
Borg si sentì ancora una volta un verme nei confronti di Karho, credeva di avere imparato meglio.
“No! No.” Guardò il fratello e sospirò. “Hai ragione, è un bene che nostro padre la pensi così, perché se sapesse la verità, se sapesse chi …beh corteggio, non è il termine giusto, ma se sapesse a chi tengo, sarebbe pericoloso per tutti noi.”
Karho gli sfiorò la schiena e Borg si sentì grato della sua presenza.
Brad gli sorrise. “Finalmente Borg, ora ti riconosco. Ti ho sempre ammirato: coraggioso e indifferente all’opinione altrui, poi per un po’ sei cambiato. Comunque dobbiamo sbrigarci. L’avevo capito che davi il tormento a Karho per questo!”
Tutti risero e Borg si sentì più leggero, ma l’ansia per la minaccia che il padre rappresentava lo stringeva in una morsa dolorosa.

Il villaggio. Il bacio


“Fermati Kajey.”
Il ragazzo si immobilizzò in assoluto silenzio.
Berta si strinse forte a lui e chiuse gli occhi. Si concentrò e sondò, la sua mente spaziava e incontrava sensazioni diverse. Gli animali stessi erano in subbuglio.
Sospirò, quando incontrò la forte energia che aleggiava intorno a casa sua. Erano lì.
Sussurrò appoggiando le labbra all’orecchio di Kajey.
“Sono a casa, non posso andarci ora, sentirebbero che sono forte.”
Kajey si sentì percorrere da una scossa che lo attraversò dalla nuca alle dita dei piedi, un forte imbarazzo lo colse. Il suo corpo lo tradiva, era davvero un animale? Il corpo di Berta sulla sua schiena, il suo peso era confortante, la sua morbidezza languida, la sua stretta possessiva. Non poteva resistere?
“Kajey, cosa facciamo?”
“Conosco un posto. Tuo padre capirà, lascerò un segno e passeremo la notte altrove.”
Per un istante le strinse le gambe al proprio corpo e fu difficile trattenere ogni istinto che gli lacerava le viscere.
Prese un respiro profondo e corse, corse come solo un animale notturno sa fare, senza traccia. Nessun suono tradiva la sua presenza.
Fece un salto preciso a terra e adagiò con delicatezza Berta.
Lei lo guardò e per un momento i loro sguardi fermarono il tempo. Il battito del cuore era l’unico segno che la vita scorreva.
tum- tum tum- tum
Kajey sollevò una mano e con le dita leggere tracciò il profilo di Berta. Lei sospirò e sorrise e lui non capì come, ma seppe con certezza che il suo mondo era cambiato per sempre. Il suo cuore era migrato in un altro petto e per quel sorriso dolce e onesto avrebbe fatto ogni cosa in suo potere, per sempre.
Le sorrise e le prese la mano.
Camminarono fino ad un albero cavo.
Tirò fuori un sacchetto di velluto e vi introdusse un sasso; poi lo richiuse e lo ripose al suo posto.
Riprese la mano di Berta e per una sera decise che si sarebbe concesso di essere solo un ragazzo.
Berta sembrava avere capito, perché era pronto a giurare che il suo sguardo riflettesse tutto ciò che lui stesso provava.
Correvano e a all’imprvviso Kajey la prese e sollevandola si spinse con un salto particolarmente potente sul terzo ramo di uno degli alberi più alti.
Lei ansimava  e stringeva le palpebre, le braccia attorno al suo collo, il suo volto nascosto nel suo petto. Kajey provava emozioni nuove e non capiva come mai si sentiva come se il suo cuore fosse esploso per poi rinascere più forte.
La strinse a sé, abbassò il capo e appoggiò le labbra sulla sua testa. Profumava di primavera, di estati passate a pescare e di cose nuove, calde e morbide.
Si adagiò e si limitò a cullarla appoggiandosi al tronco.
Berta alzò lo sguardo e gli sorrise ancora.
Kajey non si capacitava di come le rispondesse automaticamente. Non era abituato a sentire le sue guance contrarsi così.
“Finalmente, eh?”
“Cosa intendi Berta? Mi aspettavi?”
Lei sorrise di più e prese a passare le dita tra i suoi capelli, facendogli venire brividi in ogni centimetro di pelle.
“Kajey… Mi hai seguito, mi hai osservato e io ho aspettato. Però, ad essere onesta, io ti ho sempre aspettato.”
“Ho pensato che tu per un po’ avessi avuto un certo interesse per mio fratello.”
“Lo adoro! Non dubitarne mai.”
Non era certo di capire, una sensazione sgradevole gli inacidiva la gola.
“Kajey? Non vuoi fidarti. Mi chiedi di fidarmi di te, ma non vuoi fare lo stesso con me.”
“Io voglio fidarmi.”
“Allora, ascolta quello che provi e lascia perdere per una volta i ragionamenti. Non si applicano a queste cose e di certo non si applicano a me. Io sono al di fuori di ogni razionale pensiero. Lo capirai.”
Fece l’occhiolino e si abbassò su di lui.
I loro volti erano così vicini che non era possibile guardarsi negli occhi.
Le sue labbra erano rosse e morbide. Kajey voleva, voleva come mai aveva voluto in vita sua.
Respirava il suo respiro caldo e un po’ di imbarazzo lo fece arrossire. Lei poteva sentire la sua durezza?
“Va tutto bene Kajey.”
Gli prese il volto tra le mani e lui tremò violentemente, bevve ogni sua parola che si posava direttamente sulle sue labbra.
L’istinto prevalse sulla mente e le sue mani scesero ad afferrarle i fianchi, pressandola a sé mentre le sue labbra si posavano per la prima volta su quelle di Berta, per la prima volta sulla bocca di qualcuno.
La perfezione. La più intensa e distruttiva sensazione che avesse mai provato. Era disperso in un milione di frammenti e si sentiva completo, finché stava sulle sue labbra avrebbe avuto un senso.
Il suo sapore era il migliore che si potesse immaginare e non resistette al bisogno di passare la lingua su quelle labbra setose.
Berta ansimò e dischiuse la bocca e Kajey si perse completamente.
In quella bocca bevve, ogni respiro e ogni ansito, ne andava della sua vita.

Il villaggio. Vertigini e battiti del cuore


Il vento soffiava impetuoso ormai da giorni e le zie l’avevano lasciata in pace. Sembrava che avessero perso interesse, ma Berta sentiva il loro sguardo su di sé ad ogni movimento e la loro presenza sfiorava ogni suo pensiero.
La cosa migliore era essere riuscita a dormire, le sembrava di essere rinata, aveva in corpo un’energia impressionante e aveva stentato non poco a nasconderne la potenza.
Se cambiava stanza, lì c’era Crumbs con lo sguardo omicida e il sorriso sadico; se usciva, sentiva la presenza di Dust ai limiti della coscienza e per quanto la zia celasse la propria presenza, Berta ne era consapevole; Ash la cercava, bussava alla sua porta e la osservava, erano pretesti fragili, sembrava avesse necessità di interagire con lei, apertamente.
Il comportamento della maggiore tra le zie, l’aveva impensierita: era la classica nota stonata.
Il cielo era scuro e non sarebbe stato possibile stabilire il momento del giorno con uno sguardo al cielo, era un crepuscolo perenne.
Con un brivido di anticipazione si alzò il bavero della giacca del padre e a capo chino aumentò il passo.
Una sagoma le piombò all’improvviso davanti e per poco non gridò come una fanciullina qualsiasi.
Stringendosi il pugno sul petto guardò il ragazzo che le sorrideva divertito.
“Pensavo che mi avessi percepito.”
Il sottinteso era chiaro.
“Dubbi su di me? Proprio adesso?”
Lui scosse la testa, per un attimo dispiaciuto, ma rialzò con convinzione il mento e le puntò lo sguardo addosso.
“Non ho dubbi, ho bisogno che tu non perda la concentrazione, mai. Sembra chiedere poco, ma so che è quasi impossibile, solo tu puoi. Per quanto io sia preparato, non sono in grado di tenere la guardia alzata senza pause.”
“Io posso.”
Kajey le sorrise intenerito.
“Tu puoi, solo tu, perciò dobbiamo escogitare il modo migliore per non distrarti e per non stancarti se non necessario.”
Le porse la mano e Berta la osservò smarrita. Si sentiva in imbarazzo e questo la innervosiva, aveva bisogno di essere intatta, padrona di sé sempre.
“Devi fidarti di me. Forza.”
La ragazza annuì e mise la propria mano in quella dell’altro che era calda e asciutta, la sua presa salda e rassicurante.
“Sono amica di tuo fratello, è un po’ un fratello per me.”
Kajey si voltò a guardarla con un sorriso sbilenco, era divertito e questo la destabilizzava, la faceva sentire sciocca.
“Quindi, dal momento che Karho per te è un fratello, ti devo considerare come una sorella? Devo, Berta?”
Un improvviso calore avvampò nel petto, incendiandola dal collo al volto, era senza parole.
Lui rise. Gettò la testa indietro e rise di gusto.
“Perché ridi? Kajey, io non ti capisco.”
Lui si fece serio.
La tirò per proseguire il cammino e borbottò un “per fortuna” e si mossero senza altre parole.
Berta si chiedeva il perché del comportamento di Kajey, il ragazzo brillante, il più intelligente, quello silenzioso che non si mescolava agli altri, d’un tratto era così intenso, carico di vita e di forza.
Non era sciocca, l’aveva provocata, ma non ne capiva il motivo.
Si fidava. Sì, si sarebbe fidata di lui anche prima che tutto si mettesse in movimento, perché lo ammirava da sempre, ma ora che era stato scelto dal padre, per Berta sarebbe stato un sì certo.
“Berta, devo chiederti di salire sulla mia schiena. Io, non voglio metterti in imbarazzo, ma dobbiamo cambiare percorso, subito.”
La guardava insicuro, ogni traccia di scherno svanita.
Berta ridacchiò.
“Ma non sono in imbarazzo, per niente.” guardò verso le fronde su di loro “Si va su?” L’eccitazione nella sua voce era impossibile da mascherare.
Kajey era arrossito, i suoi occhi sembravano più grandi.
“Sì. Dai, mi volto e tu fai un salto.” La voce del ragazzo era un sussurro accennato.
Berta era emozionatissima: dalle chiacchierate con Karho aveva sognato di potersi muovere come i due fratelli e ora non le sembrava vero che Kajey le offrisse questa possibilità.
Non voleva però indagare ulteriormente sulle vertigini che le scombussolavano il ventre e le acceleravano il cuore.
Con un salto agile si issò sulla schiena di Kajey, il quale prontamente le afferrò le gambe, dietro le ginocchia.
Berta non poteva evitare di avvolgere le braccia intorno al suo collo e sentire il proprio seno pressato sulla sua schiena era una sensazione incredibilmente intima. Lui poteva sentire le sue forme?
Kajey tossì e lasciò uscire il fiato come quando si corre a perdifiato, poi fletté le ginocchia e con una spinta potente fu sul primo ramo.
Berta ansimava per l’emozione e lo spavento del salto.
“Tutto bene, Berta?”
Lei si strinse di più a lui.
“Sì, io sto benissimo. Ho paura di pesare troppo.”
Kajey rise.
“Per niente. Tieniti forte, andremo veloci, va bene?”
“Sì Kajey. Anche Karho può portarmi così?”
Kajey si irrigidì.
“No.”
“Oh, pensavo aveste qualità simili.”
“Ci penso io Berta. Me ne occupo io. Va bene così.”
Con un altro balzo cominciò a correre e saltare di ramo in ramo e Berta smise di pensare.

Il villaggio. Esercitazioni


“Non credevo fosse così.”
“Ancora? Non hai altri argomenti? Vorrei che ti impegnassi quando ti alleni.”
Karho sbuffò. Il ragazzo mite, sorridente e accomodante mostrava i primi segni di irritabilità.
“Mi sto impegnando Kajey, ma lei fa parte del piano e dovresti sapere con chi farai gruppo. Quando la rivedrai non avrai il tempo che pensi per imparare a conoscerla e non vorrei che fossi troppo duro.”
“Ah, pensi forse che la tratterei male? Da quando mi fai così meschino? Oh, aspetta lo so! Da quando Berta è diventata il tuo idolo!”
Karho osservò il fratello, non riusciva a credere a ciò che sentiva.
“Tu sei geloso.”
“Ma chi l’ha mai guardata due volte!”
Ancora più interessante.
“Io mi riferivo a me, al fatto che io che ti ho sempre ammirato più di ogni altra persona al mondo, ti possa togliere un secondo di attenzione perché sono amico di Berta.”
Kajey aveva un’espressione assurda, il fratello fece fatica a mascherare la risata che gli stava sgorgando dal petto. Preso!
“Uh, certo. Infatti, ma io non sono geloso. Cosa avrete da dirvi? Lei è una ragazza.”
Karho esplose, non ce la faceva più: rise con fragore e più rideva e più il cipiglio dell’altro aumentava, cosa che lo fece solo ridere di più.
“Sono lieto che te ne sia accorto!”
“Cosa pensi, che non sappia vedere la differenza tra maschio e femmina? Pensi che a me non interessino le femmine?”
Karho gli diede uno spintone, abbastanza scherzoso.
“A me non interessano le femmine eppure so distinguere e mi piace quella ragazza.”
Kajey proseguì, saltando da un ramo all’altro senza apparente fatica.
Il fratello lo seguì, sempre più abile. Il brivido della velocità, l’adrenalina per il rischio dell’errore nella presa del prossimo ramo, lo fecero eccitare. Si ricordò di un’altra volta in cui aveva provato le stesse emozioni e un volto gli apparve come un fantasma. Si riprese in fretta, spaventato dal turbamento e dalla possibilità di cadere per la propria stupidità.
Kajey si era fermato e lo stava guardando.
“Quindi, cos’ha di speciale da farti sbrodolare tanto?”
“Chi?”
“Come chi? Sei strano fratello: la tua amica!”
Per un attimo aveva temuto che Kajey gli leggesse nella mente, sperava ferventemente che quello non fosse un’altra qualità che avrebbero scoperto possedere.
“Berta è intelligente, non meno di quanto lo sia tu e non fare smorfie per favore. In più è dolce, comprensiva e molto divertente. Mi ha subito dato fiducia e la sua amicizia è importante. Ti prego, non prendermi in giro su questo.”
Il fratello lo stava guardando, serio; sperava che capisse o che almeno rispettasse la sua richiesta.
Kajey si limitò ad annuire e poi gli sorrise, apertamente, come non faceva da almeno due settimane.
Karho lo ricambiò e ripartirono in una gara che li lasciò stremati, sudati e felici.
“Ragazzi, che ne dite di scendere adesso?”
Con un salto che avrebbe significato fratture orribili per qualunque altro essere umano, i due furono di fronte a Lucash.
L’uomo aveva un’espressione soddisfatta.
“Siete bravi, Karho sei migliorato molto; non serve menzionare che a terra sei imbattibile. Kajey, sei agile, sei intelligente e il migliore osservatore. Ho bisogno che tu continui a studiare i manuali che ti ho dato. Non pensare mai a ciò che studi in prossimità di certi individui. Non lo ripeterò abbastanza, mai.”
I due ragazzi risposero all’unisono: “Sì, Lucash.”
L’uomo sorrise compiaciuto. “Bravi soldati, ma io vorrei dire amici. Posso?”
I fratelli si guardarono e poi gli sorrisero annuendo.
“Ora, chi mi sa dare notizie di mia figlia? So che è indipendente e forte. Nessuno è forte come lei. Lo capirete. Eppure sono un padre in apprensione.”
Kajey rimase in silenzio, lo sguardo basso. Karho prese parola, stranito dalle reazioni del fratello.
“Signore..”
“Lucash, Karho. Chiamami per nome. Ricordi? Siamo amici.”
Il ragazzo si sfregò la nuca imbarazzato.
“Sì, certo. Lucash, Berta resiste, lo sento che è forte. Quelle la molestano continuamente:”
“Le sondano la mente, questo intendi?”
“Sì, esatto. Si chiude in camera, quella di sua madre. Mangia poco, perché sa che quelle zuppe influiscono sulle sue capacità. Riposa ancora di meno per essere vigile. Nel tempo che riesce a ritagliarsi, all’alba solitamente, esce e si reca qui nel bosco. Cerco di venirci anch’io e parliamo.”
Lucash inarcò un sopracciglio incuriosito.
“Siete amici, eh?”
Il ragazzo arrossì. “Sì, lo siamo. Non facciamo niente di male.”
“Lo so, stai tranquillo. In realtà voglio ringraziarti. Lei ha bisogno di amici. Se passi prima a casa mia, ti faccio trovare del cibo da portarle durante i vostri incontri. Per entrambi.”
Karho non avrebbe voluto mangiare prima di fare colazione, perché temeva di rovinarsi l’appetito e dover rispondere poi alle domande della madre. Guardò quell’uomo speranzoso e acconsentì.
“Va bene. Volentieri.”
“Bravo ragazzo, ti sono molto grato. ” Lo colpì sulla spalla.
Entrambi guardarono Kajey che non si era esposto.
“Bene, possiamo continuare con l’allenamento? Avevi parlato di lotta Lucash.”

Il villaggio. L’amicizia


Si sentiva stanca, tenere le zie lontane dalla sua mente era sfiancante.
Camminare di primo mattino nel bosco era l’unico modo per evitare un esaurimento coi fiocchi. Nel villaggio nessuno aveva esaurimenti, non ufficialmente.
Sbuffò tra sé per l’ipocrisia, ma cercò in fretta di stendere i nervi, guardandosi intorno e respirando a pieni polmoni l’aria frizzante.
Aveva cacciato ancora, ma le zie non ne volevano sapere di conigli da cuocere, così avevano trovato un compromesso. Avrebbe potuto continuare a vendere la carne al mercato, mentre la pelle e le zampe le avrebbe consegnate alle Tre. Dello scopo preferiva restare all’oscuro.
Sentiva lo sguardo su di sé, aveva imparato da tempo a percepire anche il minimo pensiero che la sfiorasse, ma avendo capito di chi si trattasse, decise di ignorarlo e lasciargli il tempo di esporsi.
Si sentiva meglio, non sapeva spiegarsi perché quella presenza le trasmettesse una tale sicurezza.
Non resistette e si voltò. Eccolo, su di un ramo e le sorrideva.
“Ciao.”
Con un balzo le fu affianco, la guardò imbarazzato con la coda dell’occhio.
“Ciao Berta. Scusa, spero di non infastidirti.”
La ragazza ridacchiò ed era una splendida sensazione, nuova.
“No, sono contenta invece. Sto godendomi un po’ di libertà. Preferisco però farlo in compagnia. ”
Lui sorrise più apertamente, sembrava così innocente nella sua contentezza.
“Posso restare allora?”
La speranza che trasmise nella voce e nello sguardo le fecero desiderare di proteggerlo da qualsiasi cosa potesse mai minacciare quella purezza.
“Certo Karho, andiamo.”
I due ragazzi si conoscevano, ma non si erano mai parlati molto. Eppure c’era un’affinità innegabile, un comune stare completamente a proprio agio in presenza l’uno dell’altra.
“Posso chiederti come stai dalle Tre?”
Lei rallentò il passo per un istante.
“Sì, puoi chiedermelo e io ti risponderò se tu mi dirai come sta mio padre.”
Lui sorrise divertito.
“D’accordo, Lucash è molto impegnato, ma so di non poterti dire i dettagli, per proteggerti sai, da quelle.”
“Lo so, ma lui come sta?”
“Beh, sta bene. Non sapevo quanto fosse in gamba, ho sempre saputo che aveva una storia altrove, ma non immaginavo da che livello arrivasse. Tuo padre, non posso dirtelo, ma credimi, è un grand’uomo. Per me è un eroe.”
Berta gli prese il braccio e continuarono a camminare vicini.
“Anche per me, non solo perché è mio padre. Lui ha cercato di sminuirsi, ma io ho sempre colto la sua grandezza. Io mi fido ciecamente di lui e spero di non deluderlo mai. Sono pronta a qualsiasi cosa mi aspetti. Solo, voglio restare insieme.”
Karho la fissò con consapevolezza, le parve di specchiarsi nei propri occhi.
“Già, non resteremo indietro, qualsiasi sarà l’esito, ti prometto che saremo liberi, fosse anche di morire.”
Berta fischiò sorpresa. Non esattamente femminile, ma a chi importava?
“Karho! Non mi aspettavo tanto fatalismo da te. Sei sempre così sereno.”
“Lo sono perché accetto le conseguenze, soppeso le possibilità e scelgo, decido chi essere, preparandomi ad ogni possibile risultato.”
La ragazza lo colse impreparato gettandosi tra le sue braccia. Lo strinse forte e lui istintivamente restituì l’abbraccio. Era giusto, perfetto.
“Ci capiamo noi, vero?”
“Sì, lo penso anch’io. Mi fido di te, capisco meno tuo fratello, ma mi fido di lui.”
Karho rise apertamente.
“Lui cerca di non farsi capire. Ha troppe cose nella testa, sai? Penso che anche tu abbia tante cose che frullano lì dentro.”
“Colpevole! Tante cose da chiarire, tante cose da preservare. Sono davvero tutti così felici qui? Siamo strani solo noi?”
Karho la invitò a sedersi su di una larga pietra piuttosto piatta.
“Io credo, da ciò che ho osservato, che la gente abbia paura. Tutto qui. Qualcuno riesce a stare bene con quello che ha, ma quasi non si può scegliere neanche con chi vivere per il resto della tua vita. C’è poi chi viene cacciato per piccole differenze, inaccettabili per loro.”
Berta appoggiò la testa sulla sua spalla. “Io adoro le tue differenze, sai? Sono proprio contenta che tu sia tu.”
Karho cercò di bloccare le lacrime che pressavano per uscire, ma era una lotta persa in partenza.
“Nessuno mi ha mai detto nulla del genere. Non so se qualcuno l’abbia mai pensato.”
La ragazza gli asciugò il volto con le proprie dita e poi gli accarezzò il volto con devozione.
“Sei bellissimo Karho e non te ne rendi conto.”
Lui arrossì violentemente. “Io non, insomma, purtroppo.”
“Lo so, lo dico con ammirazione, io amo guardarti e ascoltare ciò che dici, anche se abbiamo parlato poco. Fino ad ora. Fanno finta che tu sia diverso, ma ho notato un paio di occhiate nei tuoi confronti ed erano di desiderio.”
Karho rise amaramente. “E che potrei farci? Non posso ricambiare.”
Berta gli diede una leggera gomitata. “Erano ragazzi Karho. Uno in particolare penso stia perdendo la testa per te.”
Karho si prese la testa fra le mani. “Non posso comunque.”
Lei annuì. “Non qui Karho.”

Il villaggio. Le Tre zie


“Guarda, guarda un po’ chi ci è venuta a trovare!”
Berta si raddrizzò, le spalle rigide. “Non mi aspettavate forse, zia?”
La donna strinse gli occhi, una smorfia di fastidio la rese, se possibile ancora più sgradevole.
“Beh, non è colpa tua se sei priva di buona educazione. Andiamo, entra, su!” e con una spinta decisa la ragazza fu dentro.
Le altre due sorelle si mossero all’unisono e più che una calda accoglienza a Berta parve un accerchiamento.
“Eccoti, finalmente! Vedrai, starai bene con noi.”
“Sì, sì, staremo bene insieme abbiamo grandi progetti per te.”
Le tre donne erano differenti le une dalle altre, ma ugualmente spiacevoli.
La prima, Ash, era magrissima, con occhiaie profonde e un portamento altero ed elegante. Delle tre era quella che decideva ogni cosa, ogni azione e punizione.
La seconda era piccola, minuta, dallo sguardo sfuggente, era abilissima con le mani, parlava poco e faceva tutto ciò che era in suo potere per accontentare la maggiore, il suo nome era Dust.
La terza Crumbs, era grossa, dalla bocca carnosa e gli occhi piccoli e lucidi; rideva spesso, ma il suo sguardo mal celava l’ostilità, era particolarmente sadica e poco propensa ad ubbidire alla maggiore. Compiva i propri compiti lasciandosi sempre un margine di interpretazione personale.
Berta non le temeva, mai l’avevano intimorita, ma ci avevano provato, sempre.
“Grazie, zie. Posso lasciare le mie cose in camera? Vorrei sistemare gli abiti prima che si sgualciscano.”
Le tre si guardarono con un sorriso divertito.
“Certo, cara non vogliamo che i tuoi abiti si rovinino, ulteriormente.”
Berta quasi rise. Quasi.
“Molto gentile zia, allora ci vediamo dopo.”
Dust la prese per il polso con una stretta ferrea e gelida. La portò di fronte all’ultima stanza della casa e la lasciò lì, senza spiegazioni.
Berta si strinse nelle spalle e aprì.
Una sensazione di nausea terribile la travolse. Si sforzò di fare un passo e chiuse la porta dietro di sé.
Quella era la stanza di sua madre, ma c’era un’energia così potente lì dentro che vi erano pochi dubbi le zie avessero agito con i loro poteri ben noti.
La ragazza si accasciò sul letto coperto da una pesante trapunta fiorata. La casa era generalmente cupa e pervasa da un odore persistente di erbe secche e marcescenti, mentre quella stanza emanava un intenso profumo di rose.
La madre di Berta era la più piccola delle sorelle ed era riuscita incredibilmente a mantenere la propria stanza libera dall’influenza delle Tre. Berta non la ricordava e non chiedeva al padre di lei, perché capiva che c’era del non detto e non sopportava vedere il padre che si sforzava di costruire una storia credibile e tollerabile per lei, ma fasulla.
Gemma, la madre, incredibilmente aveva un nome prezioso e bello, a differenza delle sorelle era nota per essere stata una ragazza splendida, per carattere e aspetto.
Prese a svuotare la mente, per abitudine, con le zie lo faceva automaticamente dall’infanzia e lo stesso metodo applicava durante le visite dei Savi.
Pensava al padre che già le mancava terribilmente. Non l’avrebbe deluso. Caccia, trappole… Nulla, doveva pensare al nulla e perciò prese a ricordare ogni volto degli abitanti del villaggio, i loro nomi, caratteristiche e relazioni famigliari.
Sentì dopo un po’ la risata di zia Crumbs e la voce aspra di zia Ash.
Sorrise mentre continuava a visualizzare nella propria mente il volto della fioraia, con ogni ruga e neo e poi pensò alla sua famiglia di provenienza e continuò così fino ad assopirsi.
Un colpo alla porta la ridestò. Si alzò con calma, lisciandosi l’abito modesto.
Aprì e si stupì di trovare zia Crumbs alla porta.
“Che c’è, ti aspettavi forse un cavallo?” Rise la donna e la prese per una spalla, spingendola in corridoio.
“La cena è pronta, non pensavo che saltassi i pasti. Non arrivavi più! E’ così che ti tieni in forma? Se hai preso da me, di certo è l’unico modo.” La squadrò, come se stesse immaginando una versione grassa della ragazza e ricominciò a ridere.
Berta incominciava ad irritarsi, ma si morse la lingua per non rispondere alle provocazioni e si limitò a seguire la donna in cucina.
L’odore non era di certo invitante, ma non fece trasparire alcuna emozione. Si sedette ed attese.
Ash le fece un cenno di approvazione.
“Dust, cara, servi pure la cena che nostra sorella ha preparato per noi. Sai che mangiamo principalmente zuppe, vero Berta?”
“Certo zia, a me piacciono le zuppe.” Non era una menzogna, piuttosto mancava di specificare che sì, amava le zuppe, a meno che fossero un intruglio melmoso, troppo somigliante al vomito.
Crumbs ridacchiò, ma ad un’occhiata della sorella maggiore si schiarì la gola e si fece seria.
“Sarà un po’ come riavere la nostra sorella più giovane a casa.”
Un brivido di disgusto la sorprese. “Sì, zia.”
“Bene, ora mangiamo. Traiamo il massimo da questo tempo assieme che ci è stato concesso.”
Le altre due annuirono e Berta le imitò con una stretta al petto che la lasciò senza quasi respiro.

Il villaggio. Preparativi e promesse


“Non sembro più io, questa è una donna!”
Berta rise al proprio riflesso: una splendida ragazza con le gote scarlatte e gli occhi accesi di gioia la osservava. Indossava un abito turchese, aderente al busto con una gonna che le cadeva morbida fasciandole i fianchi stretti e le gambe lunghissime, mentre le maniche strette e lunghe si aprivano dal gomito a campana, dando enfasi a ogni suo gesto.
“Berta, tu sei una donna. Figlia mia, non sai quanto questo mi commuova e mi spezzi il cuore allo stesso tempo. Avrei voluto che durasse di più la tua infanzia. Avrei voluto proteggerti ancora, come continuerò a fare, ma era bello quando non c’era fretta e questo momento sembrava lontano.”
La ragazza si voltò e si tuffò tra le braccia del padre. Lucash la strinse forte baciandole il capo come tante altre volte aveva fatto da quando era nata.
“Andrà tutto bene.”
“Come puoi dirlo? Stasera devo andare dalle zie, per un intero ciclo lunare e il mese dopo ci sarà il Consiglio!”
Berta non riuscì a trattenere più la tensione e pianse col volto nascosto sul petto solido del padre.
“Ho dei piani Berta, ma non posso dirteli e sai perché. Tu stai tranquilla, mi occupo di tutto io, sarai abbastanza impegnata a contrastare gli attacchi psichici delle streghe.”
“Lo sono davvero quelle, lo so: non è più un gioco.”
“Non ti preoccupare, avrei voluto solo che fosse durata di più la tranquillità. Resisti Berta, sei una donna. Credi in me sempre. Capisci che non posso spiegarti adesso, ma quando tornerai, capirai tutto. Ti devi fidare di me e adattarti ai cambiamenti. Devi continuare ad allenarti con le trappole. Capito?”
La ragazza lo guardò, capiva che c’era un patto solenne tra loro anche se inespresso chiaramente.
“Sì papà.”
Lucash sorrise e l’aiutò a preparare i bagagli e ripose con cura l’abito confezionato per la figlia.
Sospirò per il peso di tutti quegli anni di tensione e preoccupazione costante, per la figlia, per la famiglia che non aveva più visto. Sperava con la speranza di un fanciullo alla sera che li avrebbe rivisti, che avrebbe avuto l’occasione di riunire tutti per la prima volta. Sarebbe anche potuto morire dopo. Non gli importava di altro.
Perla seguiva Berta ad ogni spostamento e la ragazza si muoveva lasciandole spazio, in maniera inconsapevole, come un balletto armonioso provato dai danzatori infinite volte.
Lucash soffriva un po’ per quella relazione incompiuta, ma non aveva troppa comprensione per la gatta. Avrebbe solo voluto che Berta avesse di più. Lui ci aveva provato, ma non era certo di bastarle.
“Berta, penso sia meglio che io non ti accompagni.”
La figlia apparve sorridendogli teneramente col bagaglio sulle spalle.
“Certo che no papà, non vorrai che ti trasformino.” Gli fece l’occhiolino e rise, poi lo abbracciò e ricevute le solite raccomandazioni si avviò attraverso il bosco.
Lucash guardò la gatta. “Già, non lo vorrei neanche io.”
Quella gli soffiò contro e si allontanò dietro la ragazza.
“Ok ragazzo, entra!”
Con un balzo Kajey gli apparve davanti sorridente.
“Il tetto?”
Lui annuì e l’uomo lo prese per il braccio e chiuse la porta.
“Bene, finalmente. Ci dobbiamo presentare?”
Il ragazzo scosse il capo. “Lo sa che io sono il figlio del pescatore e sa il mio nome. Io so il suo e che lei è un forestiero.”
“Sediamoci, credo di sapere un paio di cose che tu ancora ignori. Ti pare possibile?”
Sedendosi Kajey ridacchiò. “Lo spero signore, io voglio sapere tutto ciò che vorrà insegnarmi.”
Lucash si strofinò la barba corta. “Bene, ma dammi del tu, niente signore. Non lo sono più da quando ho posato il primo passo su quella maledetta montagna. In più, i compagni di avventura non hanno tempo per i convenevoli.”
“Lo immagino, io sono pronto e speravo che tu stessi organizzando qualcosa.”
Lucash annuì. “Sto organizzando tutto questo dal giorno in cui sono arrivato in questo villaggio. Ora che Berta ha diciassette anni e il Consiglio Segreto sta per riunirsi, è finalmente giunto il tempo di mettere tutto in moto.”
Kajey si fece pensieroso e l’uomo decise di lasciare che si prendesse il suo tempo.
“C’è una cosa che devo dirti e non cambierò idea, piuttosto me ne vado da solo.”
“Calma, calma. Qui mettiamo tutte le carte giù, scoperte. Decidiamo insieme. Non serve stare sulla difensiva. Dimmi,dai.”
“Sì, scusa. Si tratta di mio fratello.”
“Lo so, anche lui è diverso.”
“Lo sai?”
“Certo, ho notato un paio di volte come si muove.”
“Non posso lasciarlo qui.”
“Certo che no! Due Ragazzi Degli Alberi, e non ne avevo mai visti prima!”
“Non capisco Lucash…”
“Io sì. Non mi interessa che tuo fratello sia diverso per come lo intendi tu. Devi sapere che da dove vengo io, ogni bambino è uguale a un altro e si aspetta che crescano per sapere il loro orientamento emotivo, mi capisci? Nessuno lo dà per scontato. Non importa e basta.”
“Qui non è ammissibile, il fratello di mia madre è stato esiliato per questo. Mia nonna ne è morta e mia madre non è stata più la stessa.”
“Me lo ricordo.”
“Voglio ritrovarlo.”
“Lo ritroveremo.”

Il villaggio. Rissa al mercato


Karho cercava le parole per catturare l’interesse di Kajey.
Sapeva che Kajey era intelligente, troppo per il futuro che i Savi avrebbero “visto” per lui.
I loro genitori avevano lavorato sodo per tutta la vita e non avevano sofferto; la loro infanzia era stata tranquilla, serena, ma Kajey celava nello sguardo una strana malinconia. Gli pareva a volte che fosse insoddisfatto, proprio come il fratello più piccolo quando non otteneva un biscotto in più e siccome Kajey era estremamente intelligente, Karho aveva capito che la sua insoddisfazione era profonda. Avrebbe fatto qualsiasi cosa, qualsiasi, per aiutare il fratello.
Kajey non poteva immaginare quanto contasse per lui, quanto il suo sostegno, la sua presenza forte gli avesse dato la calma per mantenere il controllo delle proprie inopportune emozioni.
“Parla Karho, siamo soli, sai che ciò che esce dalle tue labbra entra nelle mie orecchie per non trovare più la strada di casa.”
Karho ridacchiò per l’immagine mentale quel detto che gli aveva sempre creato.
“Fra poco si terrà il Consiglio Segreto.”
“Sì.”
“Tu dovrai andare via di casa.”
Kajey fremette impercettibilmente, ma si sforzò di ricomporsi per non incuriosire il fratello.
“Cosa te lo fa pensare? Nostro padre vive e lavora nello stesso posto in cui è nato e suo padre prima di lui.”
Karho lo osservò pensieroso.
“Non devi darmi spiegazioni. Volevo solo dirti che io ho bisogno di starti vicino. Non dimenticarlo. Non ho nessun altro.”
Kajey si fermò di colpo, erano di fronte al grande arco che indicava l’ingresso del mercato. Prese una decisione veloce.
“Karho, non ti dirò che non è vero. Lo so, per me è lo stesso, ma non posso dirti cose che sono una minaccia per te. Ci penserò. Te lo prometto.”
Karho si sporse per afferrargli la camicia in un pugno stretto, la disperazione impossibile da celare nello sguardo lucido: “Non lasciarmi indietro, io non posso Kajey, non posso davvero, anche se volessi.”
Kajey gli strinse il pugno tra le mani, per rassicurarlo: “Lo so, l’ho capito, troverò una soluzione, promesso.”
Karho annuì, più calmo. “Solo, non lasciarmi indietro.”
Il fratello riprese la cesta che aveva lasciato a terra e gli fece cenno di recuperare la propria e varcare l’ingresso per recarsi al proprio chiosco.
Sistemarono la mercanzia su un letto di ghiaccio che compravano da generazioni dalla stessa famiglia che, a quanto pareva, trasmetteva gli stessi talenti ai propri discendenti: tagliare e vendere ghiaccio!
Kajey sbuffò al pensiero, ma si scrollò presto i pensieri negativi. Voleva osservare gli altri e se possibile, cercare di godere del tempo che aveva col fratello minore.
Karho era sereno, ma vederlo così disperato poco tempo prima, l’aveva turbato terribilmente. Sapeva qual era il problema, ma l’aveva ignorato per comodità, era già difficile organizzare da solo il proprio futuro, pensare al fratello sarebbe stato un sicuro fallimento.
Eppure Karho era la persona più importante per lui e il senso di colpa che provava per aver cercato in tutti i modi di convincersi che il fratello era sereno e pronto al futuro che avrebbero deciso per lui, lo stava soffocando.
Di fronte a loro, dalla parte opposta del viale che attraversava il mercato c’era quella strana ragazza, Berta. Stava disponendo i conigli spellati su un letto di ghiaccio e foglie e su di un ampio vassoio aveva esposto le pelli . Aveva anche messo in fila sul fronte, le zampe dei poveri animali, per le varie necessità. Le anziane fingevano di utilizzarle per le proprie ricette, ma si sapeva che il loro scopo era quello di preparare pozioni e unguenti non permessi.
In pochi minuti la gente avrebbe sgomitato per poter prendere il meglio di ogni chiosco.
Si stava già creando una fila regolare.
Karho aveva preso sul serio il monito della madre e stava già chiamando a gran voce le persone nelle vicinanze per acquistare il miglior pesce fresco del villaggio.
Le matrone sorridevano divertite dalla sua foga e intenerite dal suo sorriso gentile. Alcune erano clienti abituali e conoscevano la qualità del loro pescato, ma gradivano comunque le cortesi attenzioni di Karho.
Kajey aveva visto alcuni sguardi di rimprovero, alcune persone che passando scuotevano la testa infastidite, ma non poteva farci niente, sperava solo che il fratello non se ne accorgesse.
“Che bel pesce che abbiamo qui, vero Karho?”
Un ragazzo alto, dai lineamenti spigolosi e la bocca arcigna stava squadrando il fratello con disprezzo.
“Qualcosa non va Borg?”
Quello alzò le mani in segno di resa, ma lo sguardo rimaneva minaccioso. “Calmo Kajey, sto solo facendo i complimenti. Pensavo che tuo fratello li cercasse. Ti piacciono i complimenti vero creaturina graziosa?”
Il ragazzo rise di gusto e presto altri si unirono a lui. Il vigliacco aveva dietro la solita comitiva di scansafatiche.
Karho sembrava impassibile, se non fosse stato per il tremore delle sue mani, Kajey ci avrebbe creduto.
“Andate via, se non dovete acquistare qui, non c’è più niente per voi.”
“Beh, Kajey caro, pensavamo di invitare tuo fratello a farsi un giretto con noi. Siamo stufi di stare tra maschi.”
Kajey strinse i pugni con forza, ormai gli era impossibile trattenersi. “Andatevene o giuro che ogni volta che aprirai bocca sarà solo per gridare pietà!”
Borg sembrava meno spavaldo e deglutendo si guardò intorno per controllare la situazione, ma i suoi compari stavano aspettando con la bava alla bocca e il ragazzo non avrebbe perso la propria reputazione facilmente, seppure pessima.
“Devi solo provarci!”
Con un balzo fulmineo Kajey fu sul ragazzo, una mano sulla gola e l’altra tra le gambe.
“Tu devi solo fiatare e io stringo contemporaneamente. Ti assicuro che non hai idea di quanto sono forte e di quanto poco mi importi delle conseguenze.”
Kajey aveva solo sussurrato, sputacchiando in faccia al disgraziato che ormai piangeva senza fiatare, copiose lacrime scorrevano libere sul suo volto cereo.
“Lascialo, non ti ha fatto niente, era solo uno scherzo!” I suoi amici cercavano di convincerlo, perché sapevano che se li avessero beccati a fare rissa un’altra volta, sarebbero tutti comparsi davanti ai Savi e le conseguenze sarebbero state pesantissime.
“Lascialo, Kajey. Ti prego.”
L’unica voce che passava le spire della sua furia.
Aprì le mani contemporaneamente e spinse il codardo violentemente. Con un tonfo quello piombò a terra e fu in un lampo lontano dalla vista con i quattro amici con cui scorribandava sempre.
“Scusa Karho, ho perso il controllo.” Il fratello gli sorrise e gli strinse il braccio.
“Lo so che capisci Kajey.”
“Sì.”

Il villaggio. Alla pozza


“Qui, è tutto sistemato.” Berta, soddisfatta del suo operato, si allontanò dalle trappole strategicamente piazzate nel cuore del bosco. Si incamminò saltellando allegramente, nel suo scorribandare cominciò a canticchiare come sempre, la solita nenia.

tra le zanne la belva aspetta,
la bocca aperta,
la gente non sa
che il passo avanzando
nessuna fretta
poi si perderà,
ha preso cuori di uomini forti
coperto di nebbia
le menti confuse
a casa cessa l’inutile attesa
di gente che più
tornare non sa.
degli scuri questa è la terra,
la nostra canzone
ti condannerà.

La ragazza non pensava alle parole, come tutti i bambini della valle, cantava a memoria la canzone che conosceva da sempre, come una preghiera. Non faceva caso al vento gelido che si alzava nel frattempo, al cinguettio che si spegneva, agli animali che si dileguavano. Saltellava ignara colma di energia e desiderosa solo di godere la vita.
Giunta allo specchio d’acqua che chiamavano “la pozza”, essendo una piccola raccolta d’acqua probabilmente alimentata da un rivo d’acqua sotterraneo, si mise seduta con un balzo su un tronco adagiato sulla riva.
Immerse i piedi sporchi nell’acqua fredda ridacchiando per il solletico alle dita.
Il freddo la calmava e questo le permetteva di riflettere, cosa per lei inconsueta. Capitava sempre più di frequente che si ponesse domande, ma non lo riferiva a nessuno, neanche al padre, perché sapeva di andare contro il volere dei Savi.
Nessuno aveva mai contraddetto le regole, nessuno aveva mai posto dubbi, lei stessa non si spiegava i propri pensieri e temeva di essere pazza, ma la pazzia era solo una leggenda.
Nessuna malattia al villaggio, nessuna debolezza, erano concetti frutto della fantasia. Le fiabe del crepuscolo narravano di lotte, battaglie, creature avide e rovesci di potere, gente sola e disperata. Il monito dei genitori ai figli era chiaro: abbandonare le regole significava perdersi e trovare solo desolazione. C’era un mondo sconosciuto al di là delle montagne, un mondo avverso e pericoloso. Berta non ricordava di gente bandita, ma le vecchie portavano ancora i nomi nella memoria dei propri cari smarriti, non sembrava però che li usassero per intimorire i piccoli. Nomi che venivano sussurrati, nascosti in filastrocche segrete, tramandate ai figli per non dannarli alla nebbia delle montagne.
“Gordon capello d’oro, con Rico lesto di lancia, in viaggio con Dora dalla Vista e Gilda la sarta, trovano Tharo voce tonante e Mirta la ricca di grazia; insieme a Fusto il giovane e Saro il fabbro per mano con Lidia la bella e Visco il mano di ferro, sono in grande compagnia: Juno il pescatore, Lucio il cantore, Vianna la sposa con Frida la gioiosa, poi Radho il bugiardo e Dogo che mai riposa, Lara occhio di falco e Gricio il vinaio…”
I nomi erano scolpiti nella memoria, mai trascritti, mai rivelati, solo sussurrati nella filastrocca segreta. I Savi non ne erano a conoscenza, nessuno dei bambini sarebbe diventato uno di loro, perciò le madri non temevano che il segreto sarebbe stato rivelato.
Berta si chiedeva come mai i Savi non morissero. Sapeva che la gente invecchiava e inevitabilmente la vita arrivava alla sua fine. Bastava rispettare le regole e ognuno sarebbe vissuto per l’eternità oltre la nebbia, in case d’oro dagli atri coperti di gemme preziose serviti da coloro che si erano persi nella nebbia, banditi per sempre.
“Perché dovrei farmi servire dalla mia gente?”
Piccoli pesci guizzavano tra le sue dita, mentre la ragazza intristita rifletteva.
“Berta che non ride e grida a squarciagola? Questa sì che è una cosa insolita!”
“Zia…” Aveva sentito? La donna dall’aspetto macilento le si era già seduta affianco.
“Tuo padre ti lascia ancora in giro come una monella? Sapevo che un uomo non sarebbe stato in grado di crescerti nel modo giusto. Quant’è testardo!”
“Zia, papà non mi ha fatto mancare niente, io mi sto preparando alla chiamata del Consiglio. Non devi temere che faccia brutta figura.”
La zia sbuffò impaziente. “Berta, la tua povera madre ti avrebbe già insegnato a essere una donna rispettosa delle regole, elegante e colta. Sei deliziosa, per fortuna, ma ti manca la conoscenza, se tu vivessi con noi, saresti pronta per un ruolo di grande rilievo. Cacciare conigli, per carità, non oso pensarci senza che mi venga un colpo!”
“Eppure stai bene…”
“Vedi? Sei sfacciata e neanche te ne rendi conto!”
A Berta pareva che la sfacciata fosse la zia, ma non era così gretta da esporlo ad alta voce.
“Vogliamo che alla prossima luna piena tu venga a stare da noi per un ciclo, tuo padre sarà d’accordo. Cerca di non protestare. Noi pensiamo solo al tuo bene.”
“Lo so zia.” Nulla la convinceva di meno, ma da tempo aveva deciso di capire meglio le cose incerte, perciò aspettava l’occasione per studiare da vicino le zie e le loro manovre.
“Brava, mi sorprendi.” Lo sguardo della donna era penetrante e Berta aveva l’impressione di ingaggiare una lotta fisica con lei, come se stesse cercando di penetrarle la testa.
Con un sopracciglio alzato la zia girò il capo e per un po’ rimase ad osservare l’acqua immobile, assorta.
“Bene, sarà interessante. Molto. Faremo un gran lavoro insieme.”
Con un ultimo sguardo, meno duro e più assorto la donna si congedò.
“Alla prossima luna piena.”
“Non mancherò.”

 

Il villaggio


C’era una volta e forse c’è ancora, un villaggio sconosciuto al mondo. Ciò si doveva al fatto che si appoggiasse sul dolce declivio di una valle nascosta tra le ripidissime vette di una catena montuosa maledetta.
Tali vette erano ritenute infauste dato il numero di morti che annoverava: nessuno, da che si sapesse, era mai tornato da quelle cime. I viandanti che attraversavano quelle terre, si segnavano alla vista di quelle zanne minacciose e tacevano per tradizione, fino a quando erano certi di averle lasciate lontane. Temevano infatti di esprimere desideri o timori involontariamente e che spiriti dispettosi sarebbero scesi dalle vette stregate per realizzare i loro incubi peggiori.
Le mamme ammonivano i figli raccontando le storie di povere anime impazzite al solo passaggio in quelle lande desolate.
I ragazzi credevano e temevano la maledizione poiché in ogni villaggio c’era qualche esempio vivente di guscio umano.
Tutti ignoravano perciò che aldilà di quelle ripide montagne ci fosse la vita, persone che abitavano pacifiche ignorate dalla curiosità umana.
La vita in quel villaggio scorreva tranquilla, ognuno aveva il suo mestiere e collaborava per il benessere comune.
Non c’era modo di essere ricchi, ovviamente, poiché la ricchezza deriva dal maltolto e non ci sono bottini senza guerre e conquiste in terra altrui.
Berta amava mettere trappole per conigli, era la sua abilità. Il padre rimasto solo, cercava di lasciarla libera per quanto possibile, temendo di frenare il suo fare gioioso. Ovviamente i Savi avrebbero presto deciso del destino della ragazza, votando in Consiglio Segreto. Fu così che Berta restò isolata dagli altri, per quanto concesso, felice di sgattaiolare fuori di casa appena finite le poche necessarie faccende domestiche.
La ragazza ignorava il perché della malinconia del padre, avendo perso la madre da piccola, non si stupiva dello sguardo assente. Lucash preferiva così, inutile raccontarle di posti lontani, di persone care e mai riviste, tanto più che se i Savi l’avessero scoperto a parlarne, sarebbe stato bandito a vita.
Essere bandito dal villaggio significava vagare senza mezzi, in cerca di impossibili vie attraverso le cime maledette.
Un suicidio senza lettera, un omicidio con mani pulite.
“Senti papà, ho trovato un posto perfetto per cacciare, vedrai quanti conigli venderò al mercato, ti potrai comprare l’unguento per la gamba!”
Lucash sospirò commosso, sua figlia lo adorava e avrebbe fatto qualsiasi cosa per vederlo felice e in salute.
“Berta, piccola, voglio che al mercato questa volta compri la più bella stoffa per confezionarti un abito. No, non discutere, é necessario. Lo sai.”
La ragazza sbuffò, ma il sorriso le tornò in fretta, le era impossibile intristirsi a lungo.
“Va bene, così le zie saranno soddisfatte e noi staremo in pace per un po’. Sono proprio decise, eh? ”
Lucash ridacchiò, perché quelle megere erano totalmente decise a liberarsi di lui e mettere le grinfie su Berta.
“Tu fai come ti dico, io ti confezionerò l’abito più bello che si sia visto e loro saranno obbligate a ritirarsi nel loro covo.”
Berta rise divertita, entrambi sapevano che nelle storie raccontatele da piccola per addormentarla, Lucash descriveva una delle zie quando appariva una strega. Una delle tre, a rotazione. Berta se ne era accorta presto e spesso il modo in cui approcciava le zie era stato motivo di ansia e imbarazzo per il padre. La colpa era sua, ma ne era valsa la pena.
“Se cresci ancora un po’, dovrò fare una casa più grande. Vai a spendere un po’ di energia va’ !”
Berta baciò il padre sulla guancia ruvida e corse via senza richiudere la porta. Lucash non la sgridava mai per questo, approfittava della svista per scorgerne la sagome in lontananza, fino a che spariva nel folto del bosco.
“Va tutto bene, ancora.”
Si alzò senza smettere di osservare la gatta sulla sedia a dondolo.
“La proteggerò sempre, come puoi vedere.”
Si sollevò l’orlo del pantalone, avvolgendolo fino al ginocchio.
“Prego, serviti pure.” La gatta con un balzo fu sul suo polpaccio, azzannando la carne senza pietà.
Lucash aspirò l’aria tra i denti, il dolore era forte, come sempre.
“Solo il sangue Perla, lo sai, non imbrigliare.”
La gatta si staccò e per dispetto lo graffiò sul segno del morso. Il bruciore era insopportabile.
“Vado a ripulirmi, spero starai bene ora.” L’animale gli aveva già voltato le spalle acciambellandosi nuovamente sulla sedia comoda.
“Va tutto bene…”