Nuovi orizzonti.2


Ah sì, certo… Questa sarebbe il mio premio di consolazione? Ma quanto si deve essere disperati per farsi accoppiare così? La disilludo subito, non ho voglia di fare la spalla a una donna affamata d’amore!
“Rocco, tesooro. Ti presento questo gioiello di ragazza. Vieni qui, non nasconderti! Su, questa è Giada. Eh? Che ti pare?”
Guarda un po’ come sgrana gli occhi, è inorridita, potrei quasi divertirmi! Non l’aiuto, non dico niente, la fisso in attesa, vediamo come esce da questa presentazione grottesca.
Mi osserva ostile, si sgancia con uno strattone dalla presa ferrea di Sara e con un ghigno mi affronta.
“Ciao. Rocco. Non so chi tu sia, mai sentito il tuo nome. Bene, evidentemente siete abbastanza intimi, quindi vi lascerò presto. Ho fame però, sarà meglio che non me ne vada a stomaco vuoto.”
Quasi mi ringhia e poi mi fa un occhiolino. Del tipo “so cosa c’è sotto”.
Mi intriga mio malgrado e sogghigno, ma dura poco, perché mi arriva come un fulmine al cervello la comprensione di ciò che ha sottinteso: intimi?
“Ehi, Giada vero?” Anch’io non so chi tu sia, uno.
“Credo che sia opportuno chiarire la mia conoscenza con Sara: siamo colleghi o meglio lo eravamo…” e ora devo raccontare che mi hanno licenziato e che sono un perdente? Cazzo!
“Comunque, anch’io ho fame e credo che Sara non ci farà restare a stomaco vuoto e penso che se potesse farlo senza apparire troppo evidente, lascerebbe lei casa propria per lasciarci soli.” Mi volto e inchiodo la colpevole. “Vero, tesooro?”
La mia ex collega, e probabilmente ex amica, ha il buon senso di arrossire, bene!
“Voi giovani, complicate sempre tutto. Ci credo che poi tocca a noi grandi aiutarvi a sistemarvi.” sorride sorniona.
“Non serve! Lo sapevo..” la ragazza si inalbera e mi guarda, con uno sguardo nuovo, complice? Forse la cosa potrebbe evolversi diversamente, peccato io non abbia tempo per cazzeggiare, per fare il romantico e sbrogliarmi dai drammi o grattarci il prurito a vicenda e poi sbrogliarmi dai drammi. No, no, manco ci vado vicino. Stasera finisce prima di cominciare e le signore dovranno capirlo subito.
Dev’essersi accorta che ho cambiato atteggiamento perché le è tornato quello sguardo, quello omicida. Meglio.
Sara ci accomoda al tavolo tondo in soggiorno, tutto esageratamente imbandito, la solita pretenziosa.
Cerco di scegliere il posto, ma l’intrgante piazza i suoi ospiti frontalmente e lei tra noi. Sembra un boss, non fosse per quegli occhiali da civetta, la cotonatura iperbolica e le unghie rosa chewingum.
Sbuffo, lancio un’occhiataccia alla ragazza che non se l’aspettava. Mi guarda, stringe la bocca, carnosa, e assotiglia lo sguardo, truce. Meglio.
Ci tuffiamo sulla cena, come cani randagi davanti a una bistecca e capisco subito che adottiamo lo stesso escamotage: lasciamo blaterare la pazza e con gli occhi sul cibo, la bocca piena, ci teniamo impegnati abbastanza da non dover guardare né rispondere.
“Proprio una bella serata, lo sa.pe.vo! Siete così simili!” ci guardiamo accigliati con le guance in procinto di eplodere e cazzo, se rido la ricopro da capo a piedi! Lei, sogghigna e sono sicuro che mi rivolga lo stesso pensiero.
Si guarda intorno e agguanta un panino, poi con un occhiolino me lo passa. Questa è una sfida!
La fisso, alzo un sopracciglio e mentre sento un bla, bla , bla nell’orecchio destro decido. Ricambio l’occhiolino e potrei scommettere che le si sono dilatate le pupille. Calma ragazza.
Muovo la mandibola a destra e sinistra, mi preparo, lei già ride, pensa che mi coprirò di ridicolo. Apro la bocca e approfitto per farle un linguaccia prima di infilare il panino e sigillare le labbra. Ok, panico. Ci sta, ma come faccio a masticare senza che mi esploda la bocca?
Lei ride adesso, ride forte e Sara finalmente smette di ciarlare.
“Oh, tesoro! Che succede, non vorrai soffocare vero? Non ci si ingolfa così, è pericoloso! Ora rilassati e mastica leggermente, senza chiudere completamente i denti. Così, bravo. Vedi? Meglio?”
Mi dà colpetti sulla spalla, materna, che figura di merda! E la cosa peggiora è che mi scoccia davvero fare la figura del fesso con lei, ero io a dover.. vincere, o qualcosa di simile. Che imbecille!
Lei ride ancora, poi mi osserva e silenziosa inclina la testa. Mi sento inerme, non mi piace.
Voglio andarmene.

Nuovi orizzonti.1


“Oddio, non sarà questo, non sarà neanche questo a buttarmi giù.”
Parlo da sola nell’utilitaria soffocante, per il caldo e per il mio malumore.
Batto i palmi delle mani sul volante. Perché volante?
Io divago sempre pericolosamente, anche in compagnia: se mi annoio, io mi astraggo, non ce la faccio proprio a sorbire il nulla pensiero di altra gente.
Come farò, quella matta mi ha incastrata! Non passi mai dice, stai sempre sola, non t’importa di nessuno.. e il mio orgoglio sopito,si sveglia proprio allora! Non è colpa mia, è quell’orgoglio del cavolo che non uso mai e funziona al momento sbagliato.
Non sapevo cosa portare, io non basto di sicuro, del vino supplisce? Almeno ci ubriachiamo e possiamo ridere, senza alcun motivo. Se poi mi sbronzo, collasserò sul suo bel divano e non sarebbe la prima volta.
Mi controllo allo specchietto, grosso errore: ora, sono in paranoia. Trucco. Poco, troppo? Perché mai ha detto che potremmo non essere sole? Io voglio essere sole!
Non mi va e che male c’è? Sono una persona tranquilla..
“Ma come cazzo guidi, coglione!!!”
Sì, sì, ridi scemo. Uomini, sono sempre loro: svoltano senza freccia, superano uno più grosso e più veloce, e rispondono al telefono solo mentre guidano. Uff! Calma, calma, ecco lì, la casetta perfetta col giardino fiorito. Chi mai penserebbe che la proprietaria è una pazza nevrotica?
Se solo non la adorassi tanto!
Eccola che mi apre senza che riesca a suonare il campanello .
“Tesorooo! Amore, ma perché ci hai messo tanto? Dai, dai, via quel broncio, su entra. Bacio. Vino. Bene!”
“Sara, non mi potresti far respirare almeno?”
Mi agguanta il braccio e sono in cucina in due secondi netti.
Wow. Non siamo sole.

Nuovi orizzonti


“Ma non l’avevi visto? Sei inutile! Ora raccogli tutto e vattene. No, non nella spazzatura, porta a casa. Sì, hai capito bene: portati via i pezzi passa i prossimi mesi a cercare di incollarli. Imbecille.”
Il capo se ne andò senza chiudere la porta, era aperta, avevano sentito tutti.
Bene, non c’era che da liberare la scrivania. Poca roba, restava tutto all’azienda, e io non ero forse appartenuto all’azienda?
Bussano. Chi diamine bussa a una porta aperta? Qualcuno che ha il naso troppo lungo per non farsi notare.
“Entra Sara. Ci salutiamo da qui.”
“Oh, coome mi di.spia.ce! ”
Le pupille della donna si erano fatte, probabilmente per puro sforzo di volontà, più grandi delle sferiche lenti dei mostruosi occhiali tartaruga anni ’70. Non stile anni ’70, ma proprio d’epoca.
“Sì bè,va bene. Allora restiamo in contatto, ok?”
Con la grazia di un ghepardo sulla preda, mi stava stringendo la camicia tra gli artigli. La miglior Rossella O’Hara.
“Non dirlo nemmeno sciocchino. Domani sera a casa mia. Alle otto. Porta il vino. Bacio.”
Dopo avermi marchiato a vita con il rossetto indelebile color ciliegia assassina, in fase mestruale, esce di gran fretta.
Cazzo, avrei fatto bene ad andarmene in sordina. Quei leccaculo degli ormai ex colleghi, trincerati dietro quelle finte paratie che parevano tante tessere del puzzle da incastrare, non meritavano un secondo sguardo.
Presi le mie poche cose e lasciai quel posto di matti, quell’inferno grigio, sterile e ovattato.
Mentre tornavo a casa speravo che non mi attendesse un appuntamento al buio.
Sara era chiassosa e materna, fastidiosa e meravigliosa, ma ancora mirava a sistemarmi in casa sua.