Felina cuoca sopraffina


Ci ho pensato.

Temo che mi prendiate per una mente troppo elevata, un pozzo di pensieri sublimi, per una scrittrice di siffatta elevatura.. tutto vero, per carità, vero come l’oro del Giappone..

perciò oggi.. “Ho cucinato io!”

e con queste foto vi farò apprezzare il mio taurino essere solidamente amante del gusto, oltre che del suono, e dell’immagine e immagignifico.. boh!

Et voilà.. hot-dog in pane avvolti, tutto da mie mani sante creato e infornato:

frollini (profumati al rum e cannella con pizzico di spezie La Saporita) ripieni per bene di marmellata di prugne da me fatta, ovvio!

 

Indi per potermi pentire di avere idee folli, non ho mancato di fare gli gnocchi per cena, quelli di patate, soffici, soffici, col sugo al pomodoro e tanto parmigiano.. quanti km dovrei correre adesso! non lo voglio sapere..

 

ecco il mio lato umano, uno dei tanti.. eh perché i piaceri della tavola vanno a braccetto coi piaceri della vita..

 

Giacomino scopre il giardino.


Il piccolo raccolse i libri dalla cucina e li trasportò lungo il corridoio, annaspando e caraccollando.

Mantenne la meta ferma come la mira di un arciere e si impose di resistere al peso di quei tomi ribelli.

Una fatica pazzesca!

Il suo timore più grande era che gli sfuggisse uno di quelli grossi, magari quello con tutte le ricette della madre, raccolte negli anni, da ogni dove, e senza un perché , ricette segrete e dimenticate.

I suoi piedini scalzi avrebbero mal sopportato un libro così voluminoso, avevano ragione a dire di non andare scalzi, ma che noia..

Ancora tre passi e la finestra era lì.

Li gettò con un sospiro profondo sul pavimento di moquette, di un marroncino orrendo che ricordava lo sporco, di qualsiasi tipo.

Poi, si mise all’opera e di buona lena li aggiustò per forma e dimensione, creando una pedana sicura.

Giacomino si sentì le dita dei piedi sfrigolare e le arricciò ricordandosi di quei maialini che sua madre canticchiava acchiappandogli le dita.

Voleva vedere a tutti i costi.

Controllò che la finestra fosse ben chiusa e si arrischiò nell’arrampicata.

Fu così che Giacomino si ritrovò incollato al vetro, somigliava tanto a quel geco che aveva visto al mare una mattina: sua madre l’aveva svegliato strillando e lui si era precipitato, o meglio si era avvicinato di soppiatto alla cucina, munito di paletta arancione, per scoprire che una creaturina buffissima aveva scatenato quell’isteria! Un geco bellissimo, ciccio e contento.

Adesso Giacomino pareva un suo fratello, ma gigante, tipo un gormita parlante, quello della foresta magari.

Si accertò di essere stabile sulle gambe e ben incollato al vetro con le mani e poi con un fremito, guardò giù e poté vedere finalmente il giardino dei Verriale.

Lo sapeva, lo sapeva che sarebbe stato splendido!

Una foresta, un intrico di piante giganti, alberi maestosi, arrampicanti fioriti, quella era la selva?

Cosa avrebbe dato per vivere lì, anche se i Verriale non erano simpatici, non salutavano né lui, né sua madre, che diceva avessero la puzza sotto il naso, perciò Giacomino aveva capito subito che a quelli là puzzasse l’alito in modo davvero fetente. Perciò non parlavano!

Ad ogni modo, che importava stare a chiacchierare quando si poteva correre tutto il giorno in un giardino grande come un bosco?

Non gli sarebbe importato nient’altro che correre e inseguir scoiattoli e arrampicarsi sugli alberi, non sui libri di cucina della mamma!

Giacomino pareva perso in un mondo di fiaba, scoprì la nostalgia acuta di qualcosa che non si era mai posseduto, il babbo la chiamava gelosia.

Allora sì, era gelosissimo: voleva anche lui un giardino così.

Mentre cercava animaletti muoversi in quel verde brulicante, Giacomino provò di colpo un forte disagio.

Gli si accapponò la pelle e un brivido gelato gli corse lungo la spina dorsale.

D’un tratto ebbe paura, una paura molto più grande di quella della madre per il geco, si sentì in pericolo.

Un’ombra passò tra gli alberi, un fulmine nero.

Giacomino si immobilizzò.

L’ombra si fermò.

Un lupo enorme stava sotto la finestra, nel giardino dei vicini, col capo chino.

Giacomino smise di respirare.

Il testone peloso si mosse e il lupo sollevò il capo verso il bambino.

Due occhi gialli come oro fuso lo fissarono con uno sguardo intelligente. Giacomino era certo che quegli occhi capissero.

Il lupo sguainò le zanne e gli ringhiò contro minaccioso.

Lo fissò un attimo ancora e poi scomparve, come era venuto.

Giacomino recuperò aria nei polmoni e si calmò.

Un rivolo caldo scese sulle gambe, finendo sui libri di cucina.

Sapeva che quello era un bel guaio, si sarebbe inventato qualcosa, ma non avrebbe mai più invidiato il giardino dei vicini. Ne sarebbe stato lontano!