Porte chiuse, vite sospese


Ci sono porte nascoste,
tra i pensieri serrate,
gli usci protesi
oasi sospirate.

Ci sono varchi sospesi
su vuoti immensi,
sostare o saltare
sul limitare il passo.

Porte aperte e varcate,
vite perse o mancate,
passaggi sul nulla,
irraggiungibili eterni.

Chiavi strette in pugno,
passeggio e le sfioro,
ricordo e sospiro,
l’ipnotico vuoto.

Stillano gocce dal palmo,
sulla scia buia
cremisi schizzi umidi
da calpestare.

Non sono da mostrare
le porte dell’anima
da celare in petto
l’attesa di un gesto.

Non c’è il tuo volto
non c’è il tuo passo
sulle chiazze rosse
del cuore aperto.

Sgranocchiando delusioni


Viaggio sola, cinque minuti e l’auto scorre , la musica bassa, perché a te non piace… perché?

Sono sola, perciò alzo il volume e il sangue risponde e prende a pompare, le vene che vibrano.

Slow motion, osservo con distacco le persone, pare un video musicale, un gioco, sono solo persone.

Un po’ mi spaventa e un po’ di più mi attrae questa possibilità di guardare senza sentire, senza essere parte del quadro.

Perché non ti piace la musica? Per non sentire, per non godere dentro?

Il sesso è un impulso del momento? Io insisto a pensare che la massima eccitazione sia il preludio, il cercarsi, lanciare una corda che sempre più tesa fa torcere le viscere.

Ognuno ha il suo pensiero, c’è chi fugge qualsiasi aspettativa, chi non regge il gioco e basta un’erezione per far sesso.

I pensieri viaggiano da soli e non mi va di ingabbiarli; la stanza buia per me a volte è un rifugio e il sole un isterico grido sparato in faccia.

Colleziono le sensazioni come monili preziosi e sempre più spesso mi scopro intollerante verso l’inutile spesa di parole vane.

A volte, ne sono certa, mi beccano. Sento i miei muscoli facciali immobili e so di avere uno sguardo vacuo e in quel momento mi correggo: sbatto le ciglia e partecipo all’argomento. Sono troppo educata, no. Mi dispiace davvero che io sia così annoiata, non è colpa di chi mi sta di fronte.

Basta, sento il tempo, va, va via in ogni istante la mia vita, si sgancia da me e io ho rabbia.

Ho accettato troppe cose che non volevo: per pigrizia, vigliaccheria e ignoranza. Insignificante, ciò che sono e per troppa onestà verso me stessa, so essere vero.

Volevo quei monili preziosi, quelle emozioni che non capisco perché ci neghiamo.

Dico sempre che amarsi è l’unica cosa gratuita e non si esaurisce, eppure, pare impossibile.

Darsi, cercarsi, desiderarsi è impossibile. C’è troppo altro a cui dobbiamo votarci. Se potessimo tutti smettere di distrarci, immagino crollerebbe tutto un sistema, un’impalcatura che regge il pianeta.

Chissenefrega di gadget e mazzi vari, se a casa puoi giocare tra le braccia di chi ami?

Anche lì, gadget a vendere… ma che te ne fai di sex toys se non c’è la devozione? Se non c’è uno sguardo profondo che incendia dall’interno? Un’erezione e una buona lubrificazione… sono amore?

Voglio ribellarmi a tutto questo, questa vigliaccheria di non farlo seriamente l’amore! Senza ridere e mascherare l’imbarazzo di non sapersi spogliare l’anima, senza quello sguardo non è eroticamente corretto.

Il tempo scorre e il mondo con esso, o forse dovrei dire che la gente si affanna dietro un pallone che corre, ma non sa che la strada è in discesa, perenne.

Perché? Perché… Perché!


Let’s get it on…

Perché?
Il mondo intero è racchiuso in un perché, basta domandarlo, esclamarlo, sospenderlo, ma sta lì, tutto intero.

Ripenso ai miei perché, al mio grande punto di domanda su me.

A quando tutto cominciava a essere più netto e sfocato insieme; a quando un sorriso era un dono immenso e i sogni si disegnavano su altro da me, come un salvagente di braccia che mi salvasse dalla mia caduta in acque sempre più profonde.
Volevo un cuore che battesse col mio, ma niente è mai facile e ora capisco cose nuove che spiegano la confusione di allora.
Quando era troppo gentile, mi spaventavo e scappavo, e non capivo il mio terrore, poi guardavo oltre o mi isolavo in sogni nebbiosi. Quando era scortese, ma vicino, mi interrogavo e mi fidavo. Perché?

Perché….
Troppo facile la gentilezza che ti abbraccia e poi gentilmente ti lascia; chi ti guarda da lontano , ma non se ne va, ti morde, ma torna e poi piano piano gentilmente ti sfiora, forse resta. Forse chi non vuole volere, ma cede, resta.

Contorsioni del cuore, ma avevo ragione, un po’ avevo ragione senza saperlo. Per volermi davvero, bisogna che gli sbecchi e i bozzi siano lì, da guardare, pensare, decidere e carezzare. Avevo bisogno di essere voluta su tutto, su chi è meglio di me, solo perché non è me.

Vorrei poterlo spiegare a chi è tanto giovane adesso: avete il diritto e il dovere di amare ed essere amati per ciò che siete, ma non fatevi il torto cercando l’amore di non saper amare. Chi vi sta di fronte ha i suoi cocci rotti, i suoi spigoli all’ombra e se non c’è modo di  vederli, niente da fare e se si vedono solo quelli, troppo male.

Ognuno salvi se stesso e il proprio cuore o lo getti in pasto al mondo e non lo richieda più indietro.
Che pulsi, che pulsi forte, pompando la vita fino all’ultima goccia di sangue.

Anche quando fa male, male come fa ora.

Tra le braccia, tue


Tienimi qui,
tra le tue braccia stringimi
e che non spazi un respiro
tra noi.

Lascia la mia pelle
sulla tua fammi stendere
l’inebriante odore
del cuore.

Tieni il mondo
a distanza lascialo
corre infelice e io qui,
con te.

Mi nascondo
nell’incavo perfetto
il naso premuto
sulla tua spalla.

Nudi e sorpresi
come il primo giorno,
nati d’amore
e ma più soli.

Ascetico cadere


Scuro cuore
Di luce ferito
Trapassati
Ansiti aculei
Strizzati via
Rosse Passioni
Nivei Sogni
Ruvidi gemiti
Dell’anima
Sciupata
Graffiata
Stracciata
Nel vicolo
Cocci di vetro
Tra silenzi
Scalzi sussurri
Pidocchiosi
Bisogni nati
Da carezze
mai vissute.

Biografia agra d’un cuore sbiadito


E se non fosse raggiungibile, che almeno sia speranza: così ch’io possa trovare conforto nell’idea d’un calore, nel sogno etereo d’un abbraccio, quello uno, per me sola.
Se non è e non sarà che io non sappia mai e mi illuda, credendo ferocemente, d’aver trovato e non capito: così ch’io possa fare e rifare la stessa matassa, senza sguardo volgere.
Se anche fosse ch’io possa aver capito, che mi si dia la forza di non cedere: così ch’io termini la tela d’una vita e che sia il mio tratto distinguibile, seppur non memorabile.