Signora delle Messi


Signora mia, con la falce imbracciata, in sfida con Dylan alla scacchiera?

La mano ossuta col dito puntato, il capo nascosto dal manto fosco, occhi ardenti d’inferno, furenti o forse infocati di  segreta passione, un amore inconfessato per l’umano trapassato?

Ad un genere appartieni o femmina ti fanno per atavico retaggio? Sorridi mai delle miserie mortali o ti soffermi a rimirar lo slancio, la passione, il fallace affanno?

Noi fummo da cenere materia di qualche alito vivente infuso, creazione bizzarra e incompresa, ma di dove sorgesti tu, di quale parte arrivi mesta?

Non ti fo la colpa di far la messe allo scoccar de l’ora, a ognuno il suo mestiere, mi chiedo a volte se ti costi l’atto, se t’invogli il rifiuto a procedere al cospetto d’un innocente. O forse tu c’hai vita imperitura, già conosci il suo destino e lo vegli nel cammino dal tribolar allo mirar lo Divino?

Non giungerà mai risposta a questi miei dilemmi, se non al tuo approdare che sarà lo salpar mio, da me non attenderti allora mansueta obbedienza.