La tua ossessione, la mia sconfitta


E se tu ti fermassi adesso, che ne sarebbe di me? Le tue mani, forti, forti come il tuo  sesso contro di me.

“Lasciami.” Più vicino, più vicino, che io ti possa sentire, ho bisogno di te, così tanto che non lo tollero.
Mi stringi così forte da fare male, ma io devo sapere che mi tieni, ho paura di cadere, eppure sono già precipitata, in un baratro denso di pece, di cui tu hai bruciato le pareti, mi sciolgo.

“Lasciami” e ti accolgo, col mio calore, io ti avvolgo e ti sento fremere, il respiro che accelera, e poi, cadi, cadi anche tu nel mio baratro incandescente: non ti tieni più. Mi annusi, disperatamente: i capelli, l’orecchio e poi, giù, mi sposti le ciocche col naso per accedere al mio collo bollente.

Non voglio più niente, non mi importa del mondo, non sono altro che pelle, pelle che vive e canta e s’inebria del tuo desiderio, del tuo fiato che arpeggia e mi vibra a fondo, quelle corde che mute stavano, da qualche parte in una stanza vuota, al centro del petto.

Vorrei tirarti i capelli per tenerti di più, per appigliarmi ancora, tu che sei tutto altro, tutto ciò che non voglio. Non ho bisogno di te e meno ho bisogno di te e più muoio, muoio ogni istante che mi allontana dal tuo tocco.

“Lasciami”. Non ne posso più, devo sapere, devo vedere e mi aggancio, al tuo sguardo folle, con la mia fame senza fondo. La tua bocca, la tua bocca da mordere, leccare, assaporare.

Hai vinto tu.

 

Ossessione di te


“Lasciami.”
Ma non fuggivi, non tiravi tu e restavi immobile a fissare il pavimento. Duro come il mio desiderio di te.
Ti stringevo e cercavo il tuo odore, fra i capelli, nelle orecchie a conchiglia, sul collo liscio, caldo e teso.
“Lasciami.”
E un po’ di più ti appoggiavi a me, per esserne certa, per saggiare il tuo potere, mentre io ti tenevo, prigioniero del mio bisogno di te.
Pensavo fossero le forme, pensavo fossero le misure, ma quando ho perso ogni valore, ogni grammo di onore per te ho scoperto il segreto, il mistero dell’ossessione: il tuo odore.
Certe donne usano litri di aroma floreale, studiato per inebriarti i sensi, ma la carne è animale, è altra cosa, meno sofisticata, e ho sorpreso me stesso, quando ho scoperto te.
Una così non l’avrei guardata due volte, prima. Carina, un po’ maliziosa, una donna insicura, di quelle che c’è chi le nota e chi non le vede per niente. Poi, non lo so, non lo so bene..
Un giorno sei lo stronzo arrogante di sempre, e il giorno dopo un semplice sguardo ti folgora. Siccome io sono un bastardo curioso e non mi levo un prurito finché non ho la pelle sotto le unghie, ci ho rimuginato. Stai a vedere che quella faccina lì ha delle idee…
E così mi sono condannato, io, per mia volontà, da solo.
Più scappavi e più correvo e se ti fermavi poi, io ho perso il cervello!
Mi vergognavo di starti dietro e non me ne fregava niente se ti offendevo, io non potevo, dai, certe cose si sanno: non eri cosa per me.. non vanno così le cose, non l’ho deciso io.
Non è solo il fisico, bisogna sapersi muovere e a te non è che fregasse molto del mio ambiente: io sono quello in cima e tu stai alla base, è un dato di fatto.

Finché il pollo non si gettato dalla piramide per un po’ di pelle, un po’ del tuo calore.

“Lasciami.”
Finalmente mi guardi e io adesso dovrei riprendere sangue al cervello? No, impossibile, è sceso tutto, tocca! Ma mica te lo dico, che a trattarti male non riesco più, non mi diverte, perché quelli come me tu non li hai mai cercati e non mi correrai dietro. Io, non lo so, non lo so se posso tornare su, magari resto qui ancora un momento.
Se poi, mi guardi la bocca, io non posso, non posso che mangiarti.

 

Mi manchi. L’hai ricevuta la rosa?


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Ti ho mandato una rosa, l’ hai ricevuta?
Pensavo a quei giorni, in montagna, eravamo felici allora?
Non lo so. A volte mi chiedo se davvero sia da celebrare quell’ardore del primo momento, piuttosto che il sentimento che ci ha legato stretto. Anno dopo anno.
Rivedo il tuo sguardo fra gli altri volti sudati. Eri così bello, così pieno di energia, pulsavi di vita!
Io non ci credevo mica, così insulsa, ma cosa ci potevi trovare in me?
Eppure mi cercavi sempre, mi spingevi mentre ti passavo accanto, così da sorreggermi per evitarmi la caduta e io arrossivo sempre… Oppure, mentre mi attardavo a raggiungere gli altri, ti trovavo nell’ombra del corridoio, in silenzio, mi guardavi e io perdevo un battito.
Ti amavo già, solo per il fatto che tu amassi me. La gratitudine è un valore? Eppure ti amavo intensamente di più per te stesso. Tu rifulgevi. Stavi al centro di tutto, senza mai sovrastare. Ti osservavi e ti accontentavi di pochi amici cari.
Quando mi sedevi accanto sulle gradinate, ricordo che mi lacrimavano gli occhi dall’emozione, il cuore in tumulto, la tua spalla così rovente sulla mia.
Ho tanti ricordi preziosi del nostro sentimento, dei nostri figli, di tutto ciò che di bello abbiamo condiviso… eppure, ecco che mi torni nel cuore ragazzo dal sorriso sghembo.
Dimmi, l’ hai ricevuta la rosa?
Mi sfiori ancora mentre cammino sola?
Mi osservi mentre cerco il riposo, nel mio tormento?
Lo so che presto ci ritroveremo.
Ti ringrazio della vita insieme, di ogni sguardo, del tuo vivo amore.

In orbita col botto


Il mondo si è fermato,
Così, di botto.

Uno stop improvviso:
Tump! Pam! Rotto!

Parto in orbita,
ma è un singulto
uno sputo
che si lancia
come un colpo
potente
di mazza!

Un grido degno
del miglior ritratto
un fantasma sghembo
con il volto sfatto.

Grido eppur non suono
arranco
scalcio
graffio…

cerco un appiglio
un salvagente
che mi sostenga
tra le stelle.

 

I minatori di Haper-I racconti di Lara e Ruben.10-


” Beh, se il bell’addormentato ce lo concede, direi che è ora di muoverci!”

“Gorgo, attento che il bell’addormentato non ti tiri un calcione sulle caviglie!”

“Oh Lara, ti ci metti pure tu? Non sono io che sono basso, è lui che si è dimenticato di fermarsi in crescita..”

Ruben le cinse la vita e lei, per la prima volta, non lo cacciò via in malo modo.

Ruben era felice di questo progresso e non pensava ad altro, mentre Lara si disperava in cuor proprio per il tempo che scorreva inesorabile, consapevole di non poter fallire la propria missione.

“Capo?”

“Sì Gorgo, procediamo, abbiamo preso tutto, il tempo regge, farà freddo e dovremo prendere animali di grossa taglia la prossima volta.”

“Sì capo, Brocco mi basta giusto per farmi un paio di calze.” Il gigante rise sguaiatamente, mentre la trecciolina di capelli scuri sferzava l’aria.

Ruben scosse il capo offeso: ” Brocco non si tocca, piuttosto con quel fiocchetto rosa potremmo farci un bell’abito per la mia signora:”

“Giù le mani ragazzo! Il fiocco non si tocca e la signora non è tua. Suo padre non approverebbe. Scusa capo.”

Lara si immobilizzò e istintivamente allontanò le mani di Ruben che la cingevano.

“No, non preoccuparti Gorgo. Io non sono una signora, sono un guerriero, porto avanti la missione che mio padre mi ha assegnato, altro non conta per me.”

Gorgo la guardò tristemente, facendole capire che sapeva, facendole ricordare che era altro e molto di più, ma lei gli lanciò uno sguardo di avvertimento.

“Che succede? Sei troppo nervosa quando si parla della missione Lara.”

“Oh, solo perché potremmo perdere la libertà, perché il nostro popolo continuerebbe a morire se noi fallissimo?”

Ruben si fermò, con la posa arrogante che assumeva quando faceva il bullo al villaggio: piedi ben piantati e braccia conserte, sorriso obliquo e risatina di scherno.

“Lara, pensi che sia completamente stupido? Ti sto dicendo che ho capito che c’è altro che ti preoccupa e non c’entra col popolo.”

“Non puoi capire e poi non ha importanza, non più. Andiamo.” E così dicendo si avviò.

Gorgo e Ruben la seguirono in silenzio con Brocco a chiudere la fila.

Il clima si stava facendo più rigido, avevano calcolato di raggiungere entro sera un piccolo villaggio di minatori, così da pernottare al caldo e sondare gli umori della gente.

Camminavano di buona lena e parlarono poco, sentivano all’improvviso tutto il peso della missione, e ognuno rifletteva sul proprio ruolo cercando di affrontare le paure che covava.

Giunsero al villaggio all’imbrunire. Un cartello sulla via principale recava la scritta incerta Haper.

“Non mi pare sia cambiato questo posto.”

“Tu sei già stata qui?”

“Molto tempo fa, da bambina.”

Ruben ridacchiò: “Oh, il luogo ideale per una fanciulla!”

“Meglio qui che Città Sacra.” e Ruben si ammutolì.

Il villaggio era composto da casupole di legno imbiancate che si affacciavano sulla strada principale di terra battuta, la quale proseguiva tuffandosi nel bosco.

Gorgo si sfregò le mani, “Io qui ci voglio stare il meno possibile, forza, affrontiamo questi fanatici.”

“Che intende?”

“Vedrai Ruben, andiamo.”

Raggiunsero un catapecchia da cui fuoriuscivano voci sguaiate. “Sicuramente è il pub del paese e la gente a quest’ora ha già bevuto a sufficienza.” Lara era nervosa. Entrò con passo lungo nel locale seguita da Ruben, mentre Gorgo attendeva fuori, Brocco accanto a lui, immobile.

I minatori si voltarono squadrando i due ragazzi e un silenzio opprimente prese il posto dell’aria nel locale.

Lara proseguì e raggiunse il bancone, si appoggiò  e ordinò due birre.

“Niente birra.” Rispose con disprezzo il barista.

“Niente scherzi.” Lara allungò il braccio e gli prese la gola con forza, lui fece per colpirla, ma Ruben scavalcò con un balzo il bancone e gli fu alle spalle trattenendolo.

“Cosa volete?”

Gli uomini si erano alzati tutti, ognuno impugnando la propria arma, lame affilate che potevano sbudellare una persona con un colpo deciso.

“Alloggio, un pasto e informazioni.”

“Io dico che farete meglio a tornare da dove venite bambocci!” gridò un uomo dai capelli lunghi e dal volto coperto dalla barba incolta, nera come la pece. Gli occhi scuri come il caffè scrutarono Lara e lei sussultò.

“Noi abbiamo bisogno di alloggio, la gente sta morendo al sud, la situazione è grave. Domani proseguiremo il nostro viaggio.”

Ci fu silenzio, i minatori si guardavano l’un l’altro, poi il barista parlò con tono accomodante:”Dai ragazzo, lasciami.”

Ruben attese il permesso di Lara che acconsentì con un cenno.

“Dovete capire che qui non amiamo gli stranieri, verso nord vanno un sacco di disperati, a volte assassini assoldati contro il Primo Governatore, ci sono intrighi da cui vogliamo stare fuori.”

Un vecchio dalla barba ingiallita, simile a vello di pecora assentì: “Noi non amiamo visite, ma accettiamo chiunque voglia lavorare sodo. Qui si suda, ma il passato viene cancellato ad ogni colpo di piccone, ci facciamo gli affari nostri, capite.”

Ruben si rilassò e Lara ringraziò. “Chiunque ci conceda un pasto e un giaciglio avrà la mia gratitudine e la nostra protezione.”

L’uomo dalla barba nera si schiarì la voce: “Noi ci proteggiamo bene da soli, ma vi ospiterò per questa notte, accontentandomi di un po’ di gratitudine senza bisogno di aggiungere altro. Seguitemi.”

Salutarono gli altri minatori e uscirono nel freddo della sera.

“Ciao Gorgo.” L’uomo salutò il gigante che strinse gli occhi e poi sorrise.

Ruben alzò le spalle sempre più confuso, ma Lara rimaneva in silenzio.

L’abitazione del minatore consisteva in una casetta di assi di legno, tinta di bianco, modesta, ma pulita.

Entrarono, tutti, nonostante la difficoltà di Gorgo.

Il minatore distribuì pane e formaggio, fissando Lara con insistenza. Ruben si sentiva sempre più nervoso.

Lara teneva gli occhi bassi.

“Allora Safira, quanto tempo è passato?”

Lara alzò lo sguardo, il volto rigato di lacrime.

“Una vita fa Rock.”

 

 

 

Il ritorno di Ruben-I racconti di Lara e Ruben.9-


“Lara?”

Ruben s’incamminava tra vicoli bui, l’aria che s’infiltrava era gelida e lui si strinse nella sua casacca incurvando le spalle per proteggere il collo.

Si chiedeva dove fossero, sperava che fossero insieme, ma non capiva dove fosse lui, né come vi fosse capitato.

Quel posto gli dava i brividi e il freddo c’entrava poco.

Si sporse per sbirciare tra i vetri sporchi e scheggiati di una casa stretta e scalcinata, accerchiata dalle altre, in cerca del proprio misero spazio.

L’interno dell’abitazione era desolante, con l’aiuto di una debole luce lunare Ruben vide tutti i mobili gettati alla rinfusa, le ragnatele gli indicavano l’abbandono e il fatto che tutto fosse rimasto lì, seppure nel caos, suggeriva la fuga dei proprietari in tutta fretta.

Le case seguenti riproponevano lo stesso scenario e Ruben cominciò a sentirsi seriamente minacciato da qualcosa di ignoto.

Camminava aderente i muri esterni, con passo felpato, aspettando di sbucare in qualche piazza, in qualche spazio aperto.

Camminava e sbirciava e il freddo lo percuoteva dall’interno, riducendo le sue ossa ad alberi spogli che soccombevano al vento invernale.

Non capiva come mai non ci fosse anima viva, non riusciva a spiegarsi dove fossero i suoi amici, e non aveva nessuna intenzione di soffermarsi su Lara, sul suo viso, sul bisogno di lei che rischiava di soffocarlo.

Si fermò quando guardando ancora una volta attraverso il vetro capì che le case erano tutte copie l’una dell’altra, anche la posizione in cui i mobili erano gettati all’aria era la stessa, le ragnatele erano nello stesso punto, della stessa dimensione.

Cadde in ginocchio e si scompigliò i capelli ramati. Una risata folle lo colse alla sprovvista e si spaventò ancor di più riconoscendo la propria voce sguaiata.

“Ah, che cazzo di scherzo è questo! Laraaa!! Gorgooo!! Uscite fuori subito! Questa me la pagate chiaro? Non è divertente, capito?”

E mentre gridava e rideva, lacrime calde gli solcavano il volto, rigandogli il viso sporco.

Sembrava un pagliaccio triste, di quelli che dipingono con la sigaretta in bocca e gli occhi iniettati di sangue.

Pestò i piedi e graffiò il terreno disseminato di ghiaia con le dita, raccogliendo i sassolini.

Si alzò e lanciò i ciottoli contro un vetro “e ora non è più uguale agli altri !!”, poi corse per qualche metro e lanciò altri sassi contro un altro vetro. Ormai certo di essere solo al mondo, provò ad aprire la porta che era chiusa, ma non aveva serratura.

Si sentì innondare da una furia cieca, quella furia che nasce dalla perdita di tutto e prese a colpire la porta a calci.

“Laraaaa!! Ho capito, ho capito, ho capito..” e crollò giù.

Si voltò verso il cielo troppo compatto per essere vero, con le stelle equidistanti, in un disegno così preciso da fargli salire i conati di vomito dallo stomaco.

“In che incubo mi trovo? Forse è un mio incubo d’infanzia?”

Steso con le braccia e le gambe aperte apriva e chiudeva i palmi verso l’alto in cerca di concentrazione.

Cercava la calma che Lara tante volte aveva cercato d’inculcargli durante l’addestramento, lentamente riuscì a placarsi.

Chiuse gli occhi per entrare in sé e cercare la risposta. Visualizzò una bolla e cercò di farla avvicinare sempre più, finché si senti avviluppato. Ora si sentiva più sicuro, come un bimbo nel grembo materno.

Da lontano gli giungeva un suono trainante, una melodia struggente.

Era un canto che conosceva, un ricordo d’infanzia, la voce era dolcissima, e si rannicchiò sul fianco abbracciandosi le ginocchia.

“Mamma..” sentiva la bolla fluttuare nello spazio onirico, mentre la voce si faceva più limpida e vicina.

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Lara riposava per disperazione di accumulo di sonno sul petto di Ruben: non c’era stato verso di convincerla ad allontanarsi da lui. Gorgo era molto preoccupato, il sortilegio che aveva colpito il ragazzo era potente e solo di rado aveva sentito che qualcuno ne fosse uscito. Solitamente il malcapitato restava intrappolato tra i sogni senza possibilità di nutrirsi, fino all’esaurimento fisico che lo portava a morte certa.

Il gigante si era allontanato poco e solo per procacciare cibo, controllando l’impellenza di continuare il viaggio, troppo consapevole dell’importanza di arrivare per tempo.

Brocco cantava quella nenia da quando Ruben era caduto nel sonno stregato, la cantava sempre anche nel sonno.

Lara si sentì stringere e d’impulso strinse Ruben più forte, premendo la guancia sul suo petto per sentire il suo cuore palpitare forte.

“Ciao bellezza.”

La ragazza scattò seduta coi palmi sulle spalle di lui, incapace di rinunciare al contatto.

“Ruben, sei sveglio?”

Il ragazzo rise sornione. “Non ne sono certo, se ti dico che stiamo sognando, cosa potremmo fare?” le disse con un sopracciglio alzato.

“Oh Ruben, sei il solito stronzo!” e si gettò su di lui singhiozzando senza pudore.

Un incontro particolare-I racconti di Lara e Ruben.7-


Ruben stava stava piazzando trappole per lepri nel sottobosco.
Avevano percorso una buona parte del tragitto da fare, ma ne avevano ancora per molto.
Raramente ormai si avventurava solo, c’era sempre un compagno con lui, Gorgo il più delle volte.
Aveva bisogno di stare per conto suo, almeno ogni tanto, per riflettere in pace, senza dover fingere che tutto andasse bene, che tutto gli andasse bene.
Sembrava fosse passata un’eternità da quando viveva con gli zii in un piccolo villaggio.
Non è che avesse passato un’infanzia felice, ma lui era stato un ragazzino spensierato, a dispetto degli eventi.
I suoi erano mancati presto e il riserbo sulla loro sorte era un motivo valido per il suo viaggio.
Sapeva che c’era molto in ballo, che il silenzio degli zii aveva avuto un prezzo.
Non è che l’amassero, ma lo tolleravano e quando avevano compreso quanti guai potesse combinare, si erano arresi: niente più lavoro nei campi, né urla, né botte.
Un pasto lo trovava sempre, e per il resto del tempo stava in giro a bighellonare.
Gli zii però avevano finito per amarlo sul serio e non toccando l’argomento genitori, gli avevano spiegato alcune cose sulla Città Sacra e i suoi abitanti.

Un giorno era passata Lara dalle sue parti e gli zii l’avevano ospitata con deferenza.
Ruben si era rifiuato di essere rispettoso, ma al contrario del solito, era rimasto, troppo incuriosito dalla ragazza. Poi, l’incendio che era divampato nel villaggio. Lui e Lara erano rientrati da una gita nei boschi, che scoprì poi essere stato un giro di perlustrazione, e avevano trovato un mucchio di cenere e desolazione. Tutti morti. Non c’era una spiegazione logica a un distruzione così rapida, la magia era l’unica parola che gli girava in testa, ossessivamente.

Si riscosse da questi pensieri che non sapeva risolvere, per scoprire di avere ormai svuotato il sacco per le trappole.
Tornò sui suoi passi silenzioso, ma un guaito lontano lo fece fermare.
Ascoltò immobile. Niente. Fece un passo e il guaito ricominciò. Fermo. Niente. Passo. Guaito.
Ruben allora cambiò direzione, aveva capito dove fosse la fonte di quella voce.
Fu attento a non calpestare rami secchi che potessero spaventare la creatura in affanno.
Scrutò tra i cespugli e trovò una piccola radura al centro della quale un ammasso di pelo rosso si contorceva disperato.

Si avvicinò con circospezione. Due occhi tondi gialli come l’oro lo guardavano con terrore e dal musetto tondo e un po’ schiacciato usciva un lamento di dolore.
“Stai tranquillo, voglio aiutarti. Prometto di essere gentile se tu ti calmi, ok?”
L’animaletto lo guardava fisso, ma parve calmarsi. Ruben si avvicinò di più per controllare: aveva una zampa ferita e ancora incastrata in una tagliola.
“Allora ci sono ancora i bastardi! Prendo il mio coltello adesso, ma non spaventarti, devo fare leva su questo aggeggio infernale.”
L’animale si leccò la zampa e poi chiuse gli occhi. Ruben fu certo che capisse.
Fece scattare la trappola e il botolo rosso si allontanò zoppicando.
“Ehi, fermati. Se vieni con me, c’è Lara che ti può curare e Gorgo, se tralasci l’aspetto, ti canterà storie incredibili. Ci stai?”
Il piccolo si fermò e lì rimase finché Ruben lo raggiunse e lo prese sotto il braccio.

Quando giunse al campo provvisorio, trillò:”Lara, aiutami! C’è un amico da aiutare!”
“Fatteli da te i massaggi alle gambe! Te l’ho già detto che non sono stupida!” Lara continuava a pulire patate.
Gorgo che era accovacciato vicino sussurrò:”Lara, penso che tu debba dare un’occhiata, io stesso stento a crederci..”
Lara finalmente alzò lo sguardo e le cadde il coltello, mentre sgranava gli occhi con la bocca spalancata: “Uno spirito protettore…”.
Ruben guardò l’amico peloso :”Ma che dici? Comunque è ferito, vuoi aiutarmi sì o no?”
“Come hai fatto, come hai fatto a vederlo? E’ venuto con te da solo?”
Ruben era evidentemente seccato dall’interrogatorio:”Sì, è venuto con me. Prima però l’ho liberato da una tagliola nel bosco, l’ho invitato a venire qui perché tu lo curassi, ma ora me ne pento, perché hai solo voglia di chiacchierare!”
Lara si alzò:”Tu sei stato scelto da forze più grandi Ruben. Non me lo spiego,ma è così. Questo spirito resterà sempre con te da adesso. Trattalo bene. Ha già parlato?”
Ruben la guardò sospettoso:”Non dire fesserie. Comunque un cucciolo l’ho sempre voluto, aiutami a curarlo.”

Lara annuì e Ruben notò che lo guardava con un rispetto nuovo.