L’ordinazione


Mi sveglio al solito: alito del cane in bocca. Mi sporgo dal letto, lui dorme tranquillo.
Il dubbio resta: mi lappa la bocca nel sonno? Non si spiega.
Doccia, chiavi, e il solito aspetto pulito e poco altro. Sono pulito, l’ho già detto?
Di altro mi importa poco.
Percorro le solite strade e cerco i volti che ormai riconosco da tempo. Non so i nomi, deduco a volte il mestiere, ma è così che preferisco. Devo costruire storie sul loro aspetto, sullo sguardo ora sfuggente, ora circospetto o amareggiato.
Mi dico scrittore, per giustificare la mancanza di orario, di locazione. Un lavoro significa un posto, un abbigliamento e uno stipendio. Per fortuna non è il mio caso!
Mi mantengo e questo mi permette di fregarmene dell’opinione altrui; quando non hai bisogno, puoi essere te stesso.
Ciò che rende bene è il sesso, ma è banale, io preferisco stimolare la fantasia degli altri con racconti erotici intriganti e vendo, le vendo bene le mie fantasie.
Cammino e trovo qualche viso fresco di cui incapricciarmi, non mi importa il genere della persona, per quanto i miei gusti personali siano eterosessuali, io scrivo di qualunque amore e passione. Non scrivo per me e trovo comunque intriganti diverse situazioni che non vivrei mai, che mi farebbero scappare a volte, ma in quanto fantasie funzionano.
La mente umana segue un percorso sinuoso, mai angoli, sempre curve, come il cervello.
Ecco, quel tipo lì, per esempio: spalle larghe, sguardo stretto, di chi pensa, di chi non vuole fare entrare tutta l’immagine. Quello ha un segreto, magari è sposato e ha un amante. Banale. Odia il proprio lavoro, ma questo è facile, vale quasi sempre. Sta con la persona sbagliata, anzi, la persona è giusta, ma distante. Vorrebbe di più.
Chi non vorrebbe di più?
Io forse.Io.
Cammino ormai disinteressato degli altri.
Voglio un caffè.
Al bar le ragazze corrono sotto la direzione ferrea della proprietaria, io la chiamerei padrona, ma non suona etico.
Le vetrine in cui sono esposti i pasticcini sono immacolate, i vassoi continuamente rimpinguati.
La severità con cui è gestito il bar ripaga la proprietaria e il cliente paga volentieri.
La celerità tra l’altro spinge il cliente a un’inconsapevole fretta nello scegliere l’ordine da fare, quasi fosse spinto a gratificare l’arcigna signora. “Ecco, vede? Sono stato bravo io, più di quello che mi ha fatto aspettare, più della ragazza alla cassa che non è spigliata col resto. Ora mi sculaccia o mi accarezza?”
Scuoto la testa dalla mia fantasia di sottomissione e quasi strizzo l’occhio all’ometto di fronte a me che aspetta contento di essere servito.
“Desidera?”
Piccante, non potrei definirla diversamente. Piccola, morbida e piccante. Ho voglia di cioccolato e peperoncino.
“Cioccolato e peperoncino. Caffè.”
Lei sogghigna, ha l’aria furbetta. Mi riconosce subito, non come scrittore, come mascalzone di certo.
“Tartufo al rum sia.” Ha fatto le fusa. Socchiude le labbra, come fossero pesanti mentre mette il dolce peccaminoso sul piattino. Mi volta le spalle per affaccendarsi alla macchina del caffè. Mi sbircia di soppiatto, ma tiene il mio sguardo un secondo di più. Apposta.
Sento gonfiarmi. Vorrei sistemare l’attrezzo, non è che sia esibizionista nella vita.
Fingo di cercare il cellulare, che disdegno apertamente, solo per spostare di lato il malloppo.
Mentre mi porge quanto ho ordinato, mi accorgo che non è così sveglia e quasi mi affloscio. Quasi.
“Sì, brava. C’è il cioccolato, e il rum è perfetto, il caffè non manca, ma il piccante?”
Sorride, sento che tira la lenza e qualcosa strattona nei miei pantaloni.
“Alle tre.”
“Cosa?”
Mi sfiora la mano, senza che la signora se ne accorga e con le unghie mi graffia leggera.
“Per il piccante, stacco alle tre.”
Oggi non scrivo più, non guardo nessuno. Aspetto l’ordinazione.

Dello scrivere


Qualche attento osservatore potrebbe aver notato che sto scrivendo come stessi vomitando, senza controllo e a getto continuo.

La verità è che sono un po’ in tensione in questi giorni e lo scrivere mi sistema, mi fa uscire un po’ di cose e la pressione interna è meno forte. Mi rendo conto in realtà di ciò che metto in righe, e la differenza tra uno scritto e l’altro è dato dai miei pensieri, come per tutti sono un gioco a rincorrersi e basta allungare il piede per trovarsene uno di fronte.

Questo è il mio modo di affrontare le cose, ma non solo, è la mia passione, quella che va al di là del fine, al di là del talento, della resa. Amo scrivere tanto quanto amo stare stesa sul mare con le palpebre abbassate e lasciarmi cullare .

Mi scuso ed è un po’ che penso di scriverlo, se non sempre sono all’altezza, non è che non ci tenga. Si vuole ospitare l’arrivato in una casa degna e magari con un pizzico di vanità, lasciare in lui un amore per la nostra calda accoglienza.

Io vorrei scrivere in modo eccellente, ancor di più emozionare, rendere tangibili le fantasie della mia mente e dare loro un senso, condividerle, ma… scrivo sopra ogni cosa e chissà che col tempo venga meglio, non è detto.

Siamo tanti, un mondo di scrittori, in quanto scriventi, ma a pochi è dato d’aver il dono e io sono umile in questo. Ho il piacere però di leggere a mia volta lo scritto altrui e devo ammettere che c’è qualche mente stimolante, qualche scambio che mi stuzzica, mi fa venire nuove idee o mi porta a riflettere, a studiare ( letteralmente, ce n’è sempre bisogno!).

Comunque, questo è il mio museo, l’esposizione vivente del mio pensiero, tra il più e il meno ed è un’opera buona, volendo, di carità verso chi mi incontra nella vita reale, così che mi trovi un po’ meno ansiosa, meno contratta o graffiante.

Scrivo e scrivo ed è strano affermarlo, dal momento che batto i tasti e mi manca un po’ l’inchiostro, per una certa nostalgia delle dita macchiate, del crampo al polso e polpastrelli tagliuzzati. Come l’omo che col puzzo esprime il proprio sudato lavoro! Non so stare senza burle, mi spiace.