Il villaggio. Vendetta è il mio nome


Ti hanno portato via da me, da queste braccia ti hanno strappato.
Il mio splendido guerriero, il mio sole che sorge è tramontato.
Ho gridato, ti ho tenuto così forte che ti ho graffiato e tu, amore mio, tu mi hai guardato e mi hai giurato per sempre che mi avresti amato e ora non ci sei più.
Quale eternità è mai questa in cui io vago e condanno senza di te, al mio fianco?
Ho giurato, ho giurato amore mio che cadranno teste e sulle picche troveranno dimora.
Il mio cuore rattrappito batte solo il ritmo furioso del mio odio sconfinato.
L’uomo più forte, l’eroe del villaggio, il mio bellissimo amore… ti hanno spezzato.
Davanti ai miei occhi, legato e frustato, finché il tuo sangue ha inzuppato il suolo e quella terra non ha più fiorito, offesa!
Ti hanno strappato i lembi di pelle squarciata, hanno bruciato le ferite aperte e gettato sale, io di fronte a te, amore mio, inerme.
Quanti giorni, quante notti hai resistito, amore mio?
Per non lasciarmi sola, i tuoi occhi nei miei, per non abbandonarmi.
Hanno preso la tua forza, raccolto il tuo spirito, gli usurpatori, i maestri dell’inganno!
Savi, si fanno chiamare, gli stregoni oscuri.
Amore mio, io vago per questi boschi senza anima, in eterno affanno.
Sono la vendetta, sono la loro fine e poi potrò sparire, non sono più degna del tuo cuore.
Ho perso te e ogni nostro sogno sospirato, il tuo calore, il tuo sapore, sono ricordi dolorosi.
Io mi ergo, maestosa fenice che di fuoco si forgia e nutre, per chi attraversa la mia via, non ci sarà pietà.
Il grido che corre nei sogni più inquieti è la mia promessa di rivalsa e non uno resterà su questa terra.
Nessuno di loro a insozzare le menti fragili, a depredare le vite dei propri sogni, io sarò la loro Vendetta!
O Cielo che mi giudichi e condanni, lascia almeno che io da sola mi serva, non chiedo misericordia, la mia anima è persa!
I tuoi capelli d’oro tra le mie dita erano il grano maturo, la tua bocca il frutto più dolce da assaporare e il tuo tocco sulla mia pelle, il balsamo che lenisce ogni ferita.
Cerco i tuoi occhi, ma la mia furia è cieca, vorrei il tuo perdono, vorrei che tu capissi, ma tu, anima pura, sei morto per me, per salvare questa misera reietta.
Vivo nel tempo e non conosco risa né gioia, senza te, sarò l’arma che stende il nemico e ruggisce di gloria.
Ho tolto i capelli a quelle streghe, li ho intrecciati per farne fruste e con le stesse fruste segnerò la loro pelle di porco.
Vago per queste terre promesse e corrotte, mi celo tra i flutti e le fronde in attesa del momento, del giorno atteso e avrò gratificazione, amore mio, lo prometto, il tuo onore sarà intatto e il tuo nome celebrato.
Tornerò nell’ombra, sarò ciò che sono stata, il nulla del mondo.
Il mio fulgore brucia il cuore degli empi e restituisce forza agli impavidi.
Osservo le vite che sfuggono al tempo e ne restano intrappolate.
Amore mio, quanto batte forte il cuore nel petto di piccole vite semplici e piene di calore!
Seguirò l’intrepido e suoi amici, soffierò via le loro orme.
Stringerò la mano sui colli di chi li segue, stringerò forte amore.
Le streghe saranno sconfitte nei loro cuori e una sola, una sola ti dico, potrà resistere.
Dal cielo alla terra i lamenti dei dispersi chiedono vendetta e io sono la loro ricompensa.
Ho portato i fanciulli all’uscio del pescatore, li ho visti crescere e risplendere.
Amore mio, amore mio, il mio cuore è asciutto e ancora stilla sangue per quanto soffre!
Ti hanno strappato a me, da queste braccia, questo grembo orfano del tuo amore.
Coi pugni batto il petto e batto ancora, per questo cuore che osa ancora sentire, provare, colpire di dolore.
Tu, guerriero e re della mia passione, sarai l’ultimo nome su queste labbra fredde.
Nella maledizione che mi avvolge porterò compagni da custodire e torturare.
Saranno eterni i tormenti del mio nemico, saranno terribili le punizioni da affliggere e amore mio, non tempo più, non temo più nulla, che io bruci con loro!
Il tuo nome sarà il dono più prezioso a chi cerca conforto, la tua storia l’esempio da stringere al cuore.
Amore mio, sta arrivando, io sono in cammino e la Vendetta sarà feroce!

Il villaggio. Lucash affronta i Savi e i ricordi.


“Non ti prostri al nostro cospetto?”
Lucash rise sprezzante.
“Facciamo che io mi sia umiliato e che voi abbiate rinunciato ai trucchetti da baraccone.”
Una corrente fredda lo avvolse e una nebbia impalpabile calò su di lui, ma Lucash non batté ciglio.
I Savi si muovevano con una velocità inafferrabile. Lucash pensò agli uomini degli alberi, nelle terre libere. No, sapeva di esserci vicino, ma non aveva ancora colto la loro precisa provenienza.
“Bene, vi siete riscaldati? Posso invitarvi a sedervi per una volta? Mia figlia ormai è grande e io vorrei che mi evitaste questa cosa, in qualsiasi modo voi la intendiate.”
Una voce fredda e bassa si fece largo nella sua mente.
“Appartieni al villaggio. Ricordalo.”
Lucash scosse la testa annoiato.
“Non lo dimentico, impossibile con queste visite. Ora, se voi cinque voleste fermarvi un attimo…”
Tutto si fermò, la luce nella stanza se ne andò e tornò a intermittenza.
Un alone verde rischiarò l’ambiente spargendo luce dal nocciolo tondo che galleggiava ondeggiando a mezz’aria.
Cinque identici uomini erano schierati di fronte a Lucash.
I loro crani pelati, le loro vesti candide, bordate di filo dorato.
I loro occhi scuri erano inclinati e stretti, le labbra sottili e i nasi piccoli.
“Monaci. Siete monaci dell’Ordine Ricostituito.”
I cinque si inchinarono.
Parlarono all’unisono e le loro voci lo stordirono.
“Nessuno prima ci ha mai visto per quelli che siamo. Tu, straniero, hai capacità notevoli che evidentemente nascondevi.”
“No, non ho mai nascosto chi sono. Sono vivo perché voi avete ritenuto che io valessi qualcosa.”
Risero in coro, un brivido di inquietudine lo attraversò.
“Siamo persuasi che la figlia di due elementi notevoli sia un acquisto eccellente.”
“Berta…”
Uno dei cinque si mosse così velocemente che Lucash non riuscì a cogliere lo spostamento, ma se lo ritrovò di fronte all’improvviso.
“Dov’è la tua preziosa figlia?”
“Calma, voi sapete sempre tutto. Perché vi agitate? Il Consiglio è alle porte. Sapete dov’era per tutto il ciclo lunare.”
In un istante i cinque erano di nuovo schierati.
Di nuovo presero a parlare insieme.
“Le Tre sono in eterno sospese, tra vita e morte, gioia e dolore e nessuno potrà spezzare loro le catene. Provano le sorelle a invertire l’ordine del potere, ma nulla si compie senza la nostra volontà.”
Lucash prese una sedia e si accomodò.
“Non dite che non vi ho offerto la stessa cortesia, ma sono stanco. Per cui restate pure in piedi se preferite. Ho capito abbastanza bene la questione tra voi e le megere, ma io in tutto questo dove mi trovo e soprattutto, cosa volete da mia figlia?”
Risero, risero di lui, con quella unica corale voce che sembrava graffiare le pareti fino al mattone nudo.
“Straniero, sei ingenuo. Tua figlia è tutto. L’abbiamo aspettata a lungo. A lungo fratelli. Oh, quanto dolore l’attesa infinita e le montagne hanno gridato d’impazienza! Sì, quanto hanno ululato tra le creste protese e il cielo ha tuonato e noi abbiamo tremato! Molte vite sono state spese, ma l’ordine va preservato.”
Lucash li guardava affascinato e inorridito al contempo.
Sentiva Perla, ma non la individuava.
Per quanto inusuale, la sua presenza lo confortava.
“Bene. Tuoni, fulmini e vento impietoso, ho capito. Mia figlia dovrebbe equilibrare le forze in gioco. Ho capito bene?”
“Non ti è dovuto di capire!”
L’urlo di rabbia così potente che pensò di svenire, come un’onda d’urto, la loro voce si era abbattuta sul suo petto.
Raccolse le forze e li squadrò.
“Non sacrificherò mia figlia.”
Di nuovo risero.
“Temi forse che possa divenire una gatta?”
Lucash si sentì scuotere da una furia improvvisa e i Savi lo guardarono stupiti.
“Calmati straniero. Il Consiglio non si è ancora tenuto, ma ti avvertiamo: tua figlia non deve più stare in presenza delle Tre. Lei è predestinata e sarà onorata sul più alto dei troni. Ti tolleriamo in quanto suo padre. Ti sia di ammonimento.”
“Capito.”
Ne aveva davvero abbastanza.
I tre annuirono e con un gesto l’uomo al centro attirò il nocciolo verde al centro del suo palmo e chiuse la mano.
Lucash si trovò solo nell’istante in cui batté le ciglia.
“Assurdo, sempre più assurdo.”
Perla sedeva ai suoi piedi e lo osservava.
“Ti serve il mio sangue o sei preoccupata per nostra figlia?”
Lucash si prese il volto tra le mani, i gomiti piegati sulle ginocchia e sospirò.
Cercava di ripercorrere ogni istante della visita dei Savi.
Aprì gli occhi e guardò la gatta.
“Devo capire ancora molte cose, ma tu cara, sarebbe davvero utile se potessi esprimerti.”
Perla chinò il capo e lo posò sul suo piede destro.
Lucash si sentì percorrere da una vertigine potente, tanto da provocargli una nausea fortissima.
Si accasciò sulla sedia, prossimo allo svenimento. Capiva che doveva lottare la sensazione o lasciarsi fare.
Decise contro ogni buon senso di fidarsi e immagini sconosciute gli attraversarono la mente.
Perla…
Gemma!
Stava rivivendo ogni ricordo di Gemma.

Il villaggio. Borg


“Muoviti e datti una lavata per bene, ma cosa credi che io possa aggiustare tutto per te?”
“Ascolta tuo padre, stanno arrivando Borg, non vuoi sistemarti, eh? Se stai calmo e in ordine, dovresti fare una buona impressione, eh? Lo sai che sei intelligente, non avrai problemi. Al prossimo Consiglio Segreto ti indicheranno come curatore della Biblioteca dei Savi. Eh?”
La voce lacrimevole della madre era come un lento graffiare sotto pelle, avrebbe voluto gridare dal fastidio, ma temeva il padre, troppo.
La guardò e le sorrise, con poca convinzione.
“Sì madre, immagino andrà così.”
“Muoviti ora!”
Quell’uomo era un incubo. “Sì padre, vado.”
Corse sulle scale e diede una bella spinta al fratello minore, non gli importava degli insulti che questi gli lanciava.
“Corri giù moccioso, se torno indietro le prendi e se arrivano e ci trovano così, immagina tuo padre che fa.”
Il ragazzino smunto gli corse incontro. “Nostro padre, caprone. Perché ti comporti così? Sei diventato imbarazzante. Il modo in cui tratti Karho, è una vergogna. Ora guardano male anche me!”
Karho. Borg si piantò a un soffio dal naso del fratello, le emozioni in subbuglio, la frustrazione ormai a livelli insopportabili.
“Non nominarlo, tu non capisci niente! Non capisci davvero, e quindi non parlarmi. Se ti vergogni tanto che ti giudichino male a causa mia, fatti un carattere, così ti giudicheranno male, bene non importa, ma almeno sarà di te che parleranno.”
Il ragazzo lo osservò in silenzio.
“Perché non vuoi spiegarmi cosa ti succede? Lascia perdere quella gente con cui vai in giro, non serve a niente. Per favore. ”
Altra spinta. “Ti ho già detto che non puoi capire e quelli non c’entrano. Non cambia niente se anche mi chiudessi in casa. Ora scendi e non mi scocciare.”
Borg si voltò e si chiuse nella stanza da bagno.
Non poteva parlare con nessuno. L’unico con cui avrebbe voluto parlare gli faceva provare cose che lo riempivano di rabbia e diventava tutto inutile. Biblioteca… i suoi genitori erano degli illusi, suo fratello sì che sarebbe stato perfetto per quel compito. Brad era calmo, studioso ed estremamente intelligente. Niente a che fare con lui. Illudersi diversamente sarebbe stato stupido e lui non era così stupido.
I suoi genitori non si rendevano conto che lui rischiava l’esilio, altro che preoccuparsi per la posizione di prestigio!
Tutta colpa di quel ragazzo strano. Karho.
Si prese i capelli tra le dita, li torse fino a farsi venire le lacrime. Picchiò la testa contro la porta e si decise a lavarsi, ormai spento.
Si grattò via la pelle a forza di sfregare, sperava forse di trovare un altro sotto se avesse scavato abbastanza?
Si asciugò con furia, beandosi del dolore, perché lui lo meritava. Meritava il dolore perché si stava condannando a una fine orribile.
Non si è mai sentito che gente come lui riuscisse a passare indenne Il Consiglio dei Savi.
Si vestì con cura, reprimendo i brividi di terrore che lo scuotevano nell’attesa della visita di quegli uomini osannati.
Non aveva mai capito chi fossero davvero, né quanti anni avessero o da che famiglia venissero.
Il mistero che li avvolgeva era inquietante.
Scese le scale, ormai avvolto da una pace ottenebrante. Il padre lo squadrò e fece un cenno di approvazione. La madre gli sorrise commossa, gli occhi traboccanti di lacrime. Aveva così pena di quella donna da disprezzarla. Viveva per il marito e idolatrava i figli, soprattutto il maggiore. Lui non riusciva proprio a ricambiarla, era troppo stupida nella sua ottusa devozione.
Il fratello minore lo guardava incerto, Borg si limitò a un’occhiataccia minacciosa.
“Brad, osserva bene tuo fratello, fra due anni dovrai fare buona impressione anche tu.”
Il ragazzo alzò le spalle sconfitto. “Sì madre.”
“Veramente, ci controllano da quando siamo nati, non credo che uno possa cambiare la loro opinione appena prima del Consiglio.”
“Hai ragione Borg, come sempre!”
“Sì, madre.” Come si poteva parlare con lei? Il padre non la guardava nemmeno, limitandosi ad attendere sulla poltrona di pelle lucida.
Una folata gelida li fece rabbrividire  e mentre si coprivano il volto per la violenza del vento improvviso, i Savi apparvero loro.
La madre si gettò ai loro piedi baciando le vesti ora dell’uno ora dell’altro. Nessuno riusciva a dire quanti fossero, né ricordava mai i loro volti. Ogni settimana i Savi facevano visita agli abitanti del villaggio e nessuno ricordava le loro caratteristiche più banali.
“Sia la nostra casa degna della vostra venuta!”
“Donna alzati e siediti all’angolo.”
La madre ubbidì loro con il volto sorridente, il ritratto della beatitudine.
“Porta i tuoi figli al nostro cospetto, Baron.”
Il padre inchinandosi li prese per le braccia, stringendo forte a monito e li spinse di fronte ai Savi.
“Bene, ecco il nostro caro ragazzo. Borg, sei pronto per il Consiglio?”
Lo sguardo dell’uomo era stranissimo, Borg si sentì nauseato, ma fece di tutto per svuotarsi di ogni pensiero. In questo modo la vertigine scompariva.
L’uomo sembrava contrariato, ma sorrise teso e proseguì col fratello minore.
Borg sentiva di essersi salvato per un pelo da una caduta rovinosa.