Il gallo inglese.


La giornata prometteva pioggia.
La sentiva nelle ossa, prima ancora di aprire gli occhi, nello squallido stanzino umido dell’ostello inglese.
Il bisogno di alleggerire la vescica era opprimente, ma avrebbe significato alzarsi, vestirsi e percorrere il corridoio fino alla stanza da bagno, in fondo.
Certo, un bagno in comune con gli altri ospiti…
Fucking awesome!
Si rotolò nelle lenzuola appiccicaticce , puntò coraggiosamente il naso fuori dal calore scarso delle coperte e l’odore di muffa lo sconfortò.
“Tanto vale alzarsi una volta per tutte.”
Con velocità e precisione eccellenti si lanciò sul maglione e sui jeans lasciati sulla sedia la sera prima. Se li infilò sul pigiama. Già, qui doveva indossare un bloody pigiama, perché la pensione in cui pernottava era l’unico posto in tutta Inghilterra senza riscaldamento! C’era il caminetto, mister, se gradisce!
Comunque, quando scarseggia il contante c’è poco da lamentare.
L’avrebbe trovata, l’avrebbe cercata fino a farsi sanguinare i piedi, ma avrebbe recuperato i suoi soldi!
Infilati i piedi nelle luride scarpe sportive, prese l’occorrente per la doccia e si affrettò, nella speranza di arrivare prima di quello studente con la stazza di un gigante troppo nutrito.
Avevano quasi gli stessi orari e la gentilezza del ragazzone lo metteva a disagio, perché avrebbe preferito fosse un rozzo semi-analfabeta, così avrebbe potuto sfogarsi, rivalersi in arroganza e arguzia.
Sì, lo sapeva di avere le sue cose irrisolte, chi non le ha?
Invece, quell’orso biondo gli sorrideva sempre, si scusava sempre, perché poi?  Insisteva che usasse prima lui, mister please, il bagno. Tanto all’Università sarebbe arrivato in tempo.
Il mister quindi accettava e non osava confessare di non avere fretta, se non quella di braccare la bastarda e recuperare il maltolto.
“Non c’è.”
Bene, vero?
Visto? Non c’era bisogno di agitarsi tanto, mica il loro incrociarsi ogni mattina era scritto su contratto e siglato col sangue!
Avrebbe dovuto sbrigarsi in ogni caso, non fosse mai che il gran palestrato si svegliasse tardi e avesse bisogno con urgenza del bagno!
Entrò risoluto nella stanza e richiuse la porta, ovviamente senza chiave, perché la signora vedova della pensione aveva il terrore che gli ospiti avessero un malore in bagno. In effetti il marito era morto così, la buonanima, e Mrs. Johnes aveva dovuto far buttare giù la porta per soccorrerlo!
Preso dall’immagine della povera signora in preda all’isteria, si spogliò con la destrezza dell’abitudine dei gesti quotidiani e si rallegrò che la stanza fosse calda. Finalmente, la stufa era stata accesa di buon’ora!
Si voltò e aprì l’anta scorrevole della doccia.
“Fuckin’ Hell!”
L’orso palestrato…
Biondo, grande e soprattutto grosso!
Quanto…? No way!
“I’m sorry, so sorry!”
Lo diceva e ripeteva, ma la mano sembrava morta lì, inchiodata all’uscio della doccia e i suoi occhi incollati alle fattezze dell’imbarazzatissimo studente nerboruto.
“Hey, mate?”
Finalmente si decise a sollevare lo sguardo e con un sorriso sghembo si scusò. Ancora.
In quel momento, solo in quel momento si rese conto d’esser nudo e non volle fare connessioni bibliche. Gosh!
Se ne accorse infatti dallo sguardo della’altro che nel suo sconfortante disagio occhieggiava le sue pendule e più intime fattezze. Insomma, semi-pendule, perché era appena sveglio, ancora non aveva alleggerito la vescica, insomma… Si sa!
Finirono per ridacchiare, entrambi, un po’ isterici.
Finalmente, con l’ultimo giro di scuse, si accinse a chiudere la doccia.
“Non serve che tu esca, ho finito, devo solo sciacquarmi.”
“Non so, ti ho già disturbato abbastanza.”
“Insisto, fa un cavolo di freddo assurdo lì fuori. Ormai non c’è molto da nascondere, no?”
“Eh già, hai ragione pure tu. Ti spiace se faccio pipì? Non ce la faccio più.”
“No, tranquillo. Non ho questi pudori. Ho tre fratelli.”
Niente pudori, eh? Ve bene, ci credette, quasi.
“Io ho solo una sorella. Stronza, per cui non sono cresciuto con altri maschi in giro per casa. Mio padre era riservato e pudico. Però, non so perché, io non lo sono affatto.”
Il ragazzone rise mentre usciva dalla doccia nella sua glorio.. nella sua imponente nudità.
Ci mise il suo tempo ad afferrare l’asciugamano appeso dietro la porta e non se lo avvolse subito attorno, ma si limitò ad asciugarsi con movimenti energici e ciondolamenti pesanti.
Beh, l’imbarazzo evidentemente era colato giù, con l’acqua della doccia!
Perciò anche lui si prese il suo tempo per alzarsi, stiracchiarsi e con un occhiolino infilarsi nella doccia.
Sentì la risata calda del ragazzone prima di aprire lo spruzzo d’acqua.
Forse quell’ostello non era poi così freddo.

 

 

Passi all’alba


l’alba tra le strade inglesi,
odori stranieri,
battiti in corsa,
e cercare
un freno
per stare
per vivere
un’emozione nuova.

Ho camminato per quelle strade all’alba, da sola, quando i passi sono soli,
quando i contorni non hanno colori e tutto sfuma in un tenue bagliore.

Ho provato paura, timore, l’emozione intensa di vivere e rischiare,
di esserci al di là di chi ti aspetta o dimentica,
ho sperato di trovare pace a quel battito e non perderlo nell’ombra.

Raramente ricordo di quell’ora unica, quel tempo folle immobile,
la pazzia di sentirsi vulnerabile e voler vincere la paura,
mentre il mondo si sveglia dai sogni e tutto rinnega.

Forse in quell’istante gli sguardi sono aperti e tutto si mostra,
forse i contorni sono reali e gli odori cantano
tutto ciò che scorre e gira intorno.

Passi che mi calpestano l’anima
ancora e ancora.

Camminando verso il nuovo giorno


Passava per i vicoli stretti e male illuminati della cittadina inglese.

Si guardava i piedi e con la coda dell’occhio controllava i movimenti attorno.

C’era qualche luce nei negozietti chiusi. Niente di che. Piuttosto deserto l’insieme.

Il brivido della solitudine lo avvolse. Il senso di potere, dell’essere solo, lui, in quel momento.

La luce tenue che sbracciava tra le tenebre prometteva il giorno nuovo.

Non l’avrebbe rifatto, perché la tristezza che gli premeva il petto pareva assordarlo, ma l’avrebbe ricordato.

Temeva qualche vagabondo come lui, un povero vero però, un vero disperato, che gli si gettasse alle spalle,sgozzandolo.

Quel pensiero gli mandò l’adrenalina in circolo e una strana eccitazione prese posto tra i suoi pensieri.

Osservava ora a viso aperto il circondario.

Impossibile ci potesse essere qualcuno di decente a quell’ora in giro.

Nemmeno lui era decente, non aveva la decenza di niente.

Ambiva solo a vivere, a godere, a prendersi tutto, a gomitate nello stomaco di altri, ogni cosa gli facesse venir l’acquolina in bocca.

Ora, un istinto animale lo prese, quella morsa nel ventre, quell’acido dolciastro nella bocca, la salivazione abbondante, voglia, una voglia fremente.

Avrebbe potuto rimanere per una volta, restare. Invece era sgattaiolato via prima dell’alba, senza voltarsi una volta, lasciandola a dormire, col suo odore addosso.

Che testa di cazzo!

L’avrebbe presa con prepotenza adesso, le avrebbe mangiato la bocca, leccato ogni dente, assaporato la lingua carnosa.

Le avrebbe stretto i seni senza troppa tenerezza, l’avrebbe leccata, assaporata, annusata in ogni ansa.

Camminava con passo accelerato, la vista annebbiata dal desiderio, la fantasia che galoppava senza freno mandandogli visioni di lei sovrapposte al paesaggio desolato.

Sentiva la belva scalpitare, un tamburo nelle orecchie, aveva bisogno di affondare la carne palpitante nella sua guaina scivolosa.

Sarebbe esploso lì, ne era certo, umiliato e coperto di vergogna.

Disteso in mezzo al vicolo col membro esploso tra le gambe e un rivolo di saliva pendente dalla bocca.

Rimuginò sulla storia delle catene, di andarsene così ogni volta e poi stavano insieme da mesi, ma lui voleva il piacere e poi essere libero.. un uomo è libero, quella si sarebbe presa ogni istante, ogni pensiero e avrebbe cancellato tutti i progetti con lacrime e lamentele.

Se fosse stata meno morbida, meno calda, meno bella e divertente, quel sorriso furbo e tutte le cazzate che sbucavano dal quel cervello incasinato.. la voleva sempre, ma non voleva perdere se stesso.

Prendendosi a pugni la gamba, strinse i denti più forte e si sentì un imbecille senza risoluzione: non ce la faceva più!

Svoltato l’angolo si ritrovò, una volta ancora, davanti a quel portone.

Entrò senza fare rumore e spogliandosi raggiunse la sua porta.

Dormiva sotto le coperte, vestita di niente, come poche ore prima.

Si sforzò di contenere la furia e si infilò accanto a quel corpo caldo.

Un sorriso, e un cuore esploso dalla gioia, la prese con intensa passione.

Poi furono baci e tenerezze, promesse nuove, mai immaginate prima, un amore libero di essere.

La mia Italia


La mia Italia è il posto da cui la vita è partita. Bello, non è sempre stato bello. Il nord-est ha paesaggi degni di nota, la pioggia a me piace, la malinconia struggente di ascoltarla picchiettare sui vetri, in un freddo pomeriggio cupo, rimane un mio bisogno. Eppure l’Inghilterra mi è stata più congeniale. L’Italia della mia infanzia era dimentica della fame dei nonni, voleva cancellare, bisognava guadagnare, spendere. Si andava alla Standa e si vestiva in felpa e jeans. I ragazzi erano paninari, imitando lo stile di Drive-in, poi si è capito che i nostri anni ’80 imitavano gli americani ’50… C’era Happy Days, Saranno Famosi e noi giocavamo ai telefilm ( povera generazione!). La mia compagnia costante è stata la televisione, mentre le Alpi svettavano dalla finestra, io ne imparavo i nomi a scuola, dalle foto. Non c’è stato alcuno a insegnarmi sul campo. Non c’era tempo, bisognava andare a lavoro e io imparavo a vivere da una scatola ammiccante. C’erano i campi giù dabbasso e noi si scendeva a giocare tra bambini. Avessimo saputo il nome di una pianta di un fiore… ricordo quest’erba dal fusto viola, una bambina la chiamava pianta pane uva, e noi la si rosicchiava come un bastoncino di liquirizia! Poi c’erano i gelsi per arrampicarsi e quelle more bianche, come larve. Con la bici ce ne andavamo a zonzo e non è che fossimo vigilati: si finiva sulla strada principale molto spesso e per culo siamo andati avanti.

La mia Italia quindi parte dalla provincia, da una terra fredda, realmente, di rapporti strani, pensavo di essere adottata, evidentemente non solo in famiglia (negando la somiglianza coi miei), ma anche in terra natia. Ero diversa, lo pensano in tanti, lo ero davvero. Colpa dei miei, un po’ asociali, ma io ero così assetata di sorrisi, di ciarle, di attenzioni! Così la mia Italia nazionale è arrivata dalla  televisione e tutto andava a meraviglia: c’erano luci, lustrini e ragazze, tettone e sorridenti, mentre gli uomini sfoggiavano i Rolex e i capelli impomatati. Era la stessa Italia che si vedeva dall’Albania in fondo.

A scuola ho imparato l’Inno e per mia imposizione l’ho voluto sentire caro, ma è durata poco, perché la terra che ti nutre, getta il suo seme e se oggi la penso in tutt’altro modo (che il Cielo sia ringraziato!), mi rendo conto che ci infarcivano di idee pericolose, non so come, non in casa mia, ma i grandi per darsi un tono parlavano di inno odioso, di un Verdi che sarebbe stato meglio. Io ci credevo, d’altronde se la tappezzeria non si intona, va cambiata!

Povera ignoranza nostra, ma come si fa! Senza storia, senza contenuti, i vecchi avvizziti negli ospizi con la loro memoria privata e i bambini intossicati da un’illusoria fantasia di benessere, tra l’ossigenato biondo e la macchina sportiva.

La mia Italia poi è cambiata negli anni ’90, quando i colori accesi e le chiome gonfie hanno lasciato il passo al rigore di abiti scuri e pessimismo diffuso.

In qualche modo l’AIDS, il buco dell’ozono, le guerre civili in Africa, la fame terrificante e le mattanze, hanno smosso qualche scrupolo, aggiungendo il disastro di Chernobyl, la caduta del muro di Berlino e dell’URSS.

Ho visto la gente cambiare espressione in corsa. La mia Italia è diventata un po’ isterica: l’allegria del piccolo schermo sempre più forzata, mentre le sue pietre miliari venivano calpestate e giovani ninfette date in pasto alle fantasie degli abbonati.

L’Italia a quel punto l’ho vissuta in diretta, nella vita quotidiana, mentre in tv esploravo il mondo musicale, cercando altre risposte.

La mia Italia in quegli anni era delusa, triste e corrotta, mentre la mia terra era un cappio stretto al collo, la mia famiglia una bugia collassata e io scrivevo su ogni foglio che mi si parava davanti.

La mia Italia era un mondo nascosto dalla tapparella abbassata, mentre scrivevo al buio e mi chiudevo in me stessa.

Ho scordato la mia Patria per un po’ di tempo, perché non era casa mia,trovando rifugio emotivo in una monarchia.

Sono tornata poi, e con occhi diversi l’ho amata di più. L’Italia vista da un’altra angolazione mi è piaciuta di più.

Questo è un Paese che nasce dal mondo, divenuto nei secoli teatro di battaglie importanti, guerre devastanti, mentre il popolo sovrano si adattava al suo padrone, maledicendolo da lontano e chinando il capo, in attesa della sua caduta e del nuovo arrivato.

Siamo noi l’Italia e non è un’opinione, né una frase fatta: noi siamo ancora quel popolo adattato, che vive passioni intense, col conflitto della colpa, perché la colpa noi lo sappiamo, c’è sempre, molto prima del peccato! e digrignando i denti aspettiamo che qualcuno ci liberi dal ladro, che ci metta la faccia e poi vedremo se ci piace.