La dinastia reale


La loro dinastia era un filo purissimo diretto col Figlio Primo.

Mantenevano la perfezione del corpo e della mente traendo nuova linfa dalla Madre che veniva scelta tra le vergini più belle e sagge della Federazione.

La Madre del nascituro non avrebbe cresciuto il figlio e non aveva alcun ruolo all’interno della Casa Prima, perciò alla nascita del bambino faceva ritorno al suo popolo, con tutti gli onori che si confacevano al caso.

Il padre passava il proprio nome al figlio, così da mantenere il Primo Nome in linea perpetua.

Il nuovo nome veniva scelto dal padre come presa di coscienza di sé.

Solitamente cedendo il nome di nascita al figlio, il padre sceglieva per sé un nome che significasse forza, intelligenza, abilità o in rarissimi casi, il proprio pensiero.

Il bambino cresceva seguito da balie e insegnanti tra i più dotti conoscitori dell’epoca, mentre il padre portava avanti il ruolo di Primo Governatore a capo della Federazione.

Il Primo Governatore conosceva profondamente la cultura di tutti i popoli e i loro idiomi, ma la lingua comune era la stessa che il Primo Figlio adoperò e tutti la parlavano fluentemente. C’erano state guerre, diverse fazioni in lotta per il potere all’interno della Federazione, ma il Primo Governatore era sopra le parti, sempre e comunque, suo era il compito di mantenere la pace e la Memoria dei popoli.

Così era stato dai Tempi della Prima Alba fino alla nascita del Promesso.

Viaggi astrali


Un cerchio d’acqua e poi un altro e un altro ancora, in sequenza spingendosi in onde e la goccia che cade, precisa, nel centro, rompe e propaga, energia in orizzonti uguali a se stessi.

Io non so bene se sono la goccia o la distesa d’acqua.

Sono l’acqua bucata in pensieri concentrici.

Mi penso alata, piumata e libera, una nave nell’aria che fende le correnti. Un’immagine antica, un ricordo di ansia, quando in classe le emozioni si facevano vive come braccia strangolanti e guardavo la finestra immaginando di lanciarmi fuori rompendola in mille frammenti e poi via, volando espansa nell’aria, in ogni sua molecola. L’avrei spacciato comodamente per un attacco di panico, ma non lo era, mi viene facile provare la stessa sensazione anche adesso, se solo ci penso. Volevo essere altrove, fuori dal corpo, volevo estraniarmi per essere libera, libera da questo civico coesistere, dalla costrizione del corpo stesso.

Vorrei sapere cose che non so, cose che sfioro con la mente, come una parola sulla punta della lingua che inevitabilmente finisce deglutita. La sensazione di percepire senza capire e poi la pigrizia.. Non ho quella costanza di applicarmi per approfondire, se arrivo ad annoiarmi è dura, eppure al contempo a volte passo ore a cercare un riferimento su un altro riferimento e inevitabilmente studio, ma sono troppo volubile, mi devo appassionare altrimenti… una linea piatta, mi sfugge il pensiero.

Fondamentalmente, c’è un barlume di intelligenza che a metterlo in pratica ci vuole un esercito di neuroni indolenti. Me li immagino lì, al centro connessioni cerebrali, seduti su seggiole troppo piccole per i loro corpi obesi.  Immagino i miei neuroni che si mangiano un trancio di pizza e mandano un film, illudendomi di aver avuto un’idea, mentre loro si fanno un meritato pisolino, tra una scoreggiata e un rutto libero.

Tutto il mio desiderio di viaggi astrali in fondo parte da lì, da un salotto di neuroni indolenti che sparano i loro film.

E tanti saluti alla poesia!