Guardando oltre e ritorno amaro


 

 ilmiokiver musica

E guardo il mare
Lisciando lo sguardo
Slitto in fondo all’orizzonte
In cerca d’un altro, d’un oltre
Un altrove calmo.

Il mare sussurra
Sciabordano l’onde
Distrattamente si torna’
L’occhi cullati, stanchi
si posa’ rapiti.

Dolce del tempo la ninna
Scompiglia il core confonde
Recando seco tenerezze gentili
Che ratto torcono in spire
Lo spirito infelice.

Amore rosso sangue in un sogno di brace


I morti giacciono nei loro sepolcri e non si curano più degli affanni degli altri, dei peccati e di ciò che sfugge.

I giorni vuoti sono la bestemmia gridata che squarcia il cielo e fa cadere gli angeli, come grappoli d’uva raccolti nei tini.

Camminando a piedi scalzi, una dolce agonia, tra le punte al primo passo che trafiggono la carne vulnerabile, lasciando poi il piacere della terra soffice e calda.

I pensieri che rincorrono se stessi tra le risa acute, mentre lo sguardo si perde all’orizzonte, sempre nostalgico delle terre mai conosciute.

Percorreva così il sentiero che portava alla piccola baia nascosta tra le rocce e lasciando l’erba sicura per le pietre aguzze sospirava per darsi la tempra.

<< A camminar scalzi ci si fa la suola!>> gli avevano detto.

“A che pro le scarpe allora?” si chiese per l’ennesima volta imbronciato.

Scese con attenzione l’ultima parte del sentiero, ripido e sdrucciolevole, ma un paio di salti agili velocizzarono l’impresa.

L’acqua era limpida, così chiara che era certo fosse gelida.

Pigre onde sonnacchiose si infrangevano a riva, con una danza sensuale, seguendo l’antica melodia dai lombi della Terra.

Si mise seduto tra i ciottoli, prendendosi le ginocchia tra le mani in attesa.

La brezza mattutina gli scompigliava i capelli maliziosa e lui quasi si mise a ridere per quello scherzo insolente.

La camicia aperta sul petto veleggiava sulla schiena e un brivido frizzante lo percorse tutto.

“paradiso, felicità, bellezza..”

Chiuse gli occhi sorridendo, lasciandosi fare dalla natura di quel posto mistico.

“mistico? è tutto così concreto..”

Alzò un sopracciglio senza aprire gli occhi, colto dal proprio pensiero, ma fu un istante appena e tornò a rilassarsi.

Un dormiveglia di carezze e melodie di giochi d’acqua e refoli d’aria fresca lo cullava nella sua beatitudine.

La pelle rabbrividiva sotto il tocco di palmi di seta che ne seguivano ogni ansa, ogni contrazione del muscolo.

Sospirava felice, mentre dita sottili gli spettinavano le ciocche, tirandole piano, massaggiandogli la cute con unghie leggere.

Ad occhi chiusi si stese sui sassi lisciati dal mare e dal vento, aprendo le braccia arrendevole, i piedi scalzi rilassati.

Carezze sul volto, sul petto, baci delicati sulle piante dei piedi.

Le mani si chiusero istintive, per l’agonia di stringere, di afferrare.

Gli occhi si schiusero cercando di focalizzare nella luce nuova del giorno.

Giochi di colori danzanti, poi più nitidi via via fino a tracciare un percorso chiaro, ma inconcepibile.

Sbatté le palpebre tre volte e si tirò su sui gomiti, ma una mano pronta lo spinse sul petto lieve e lui inconsapevole la prese stringendola forte.

Lo guardava sorridendo con gli occhi grandi, pozze di mare profonde, sorrideva solare, con i denti perlacei, candidi e lucenti.

Si avvicinò piano al suo viso, le ciocche brune carezzandogli il petto che sussultava a ritmo spedito.

Lei ridacchiò con sguardo birichino.

<< A che pro le scarpe?>>

Per poco non svenne, allungò l’altra mano per sfiorarle il viso, non si aspettava che fosse reale, ma la pelle liscia e calda lo convinsero, lasciandolo ancor più sbalordito.

<< Lo penso anch’io..>> fu tutto ciò che riuscì a proferire.

Lei sorrise più forte con gli occhi che si illuminarono, fiammelle calde nelle pupille.

<< Andiamo?>>

Lui annuì alzandosi.

Accettando la sua mano capì.

<< Ti stavo aspettando.>>

Certezze spezzate


Ci sono certezze che destabilizzano e per trovare quiete vano spezzate.

Tra i frammenti sparsi troverai nuove forme e a tagliarsi le dita, non è grande danno.

Una goccia scarlatta sul polpastrello è una dolce ferita, se a contributo di una battaglia vinta.

Tra quiete e tempesta c’è una cascata scrosciante, di emozioni, tormenti e pensieri ribelli.

Io rincorro la vita e rifuggo tempesta, cantando nella pioggia con la gola aperta,

rotolare nella neve è il più dolce tormento, ‘ché il freddo risveglia e addormenta al contempo.

Mi ritrovo ad annusare aromi antichi, tra ricordi e memorie che appartengono ai tempi.

Ho bisogno di salpare con tre gatti e due balocchi, per mari nuovi e per ignoti posti.

Canto e ricanto a squarciagola nelle vene, i nervi s’infiammano e le corde si tendono.

Venite, venite, le campane annunziano: le virtù sono andate e i colpevoli fuggono!

Aprite, aprite, le porte del mare: che i flutti aspergano le menti malate!

Io remo di lena nella tazza preziosa, con un mestolo a vogare ci vuole forza buona.

Ti lascio due spille e una pentola vuota, rammenta le risa e dell’errore non far parola.

Due cocci tra le dita e una goccia rossa per un viaggio nuovo sulla nuova rotta .

 

Perché amo questa canzone ancor prima di capirla..

Giacomino scopre il giardino.


Il piccolo raccolse i libri dalla cucina e li trasportò lungo il corridoio, annaspando e caraccollando.

Mantenne la meta ferma come la mira di un arciere e si impose di resistere al peso di quei tomi ribelli.

Una fatica pazzesca!

Il suo timore più grande era che gli sfuggisse uno di quelli grossi, magari quello con tutte le ricette della madre, raccolte negli anni, da ogni dove, e senza un perché , ricette segrete e dimenticate.

I suoi piedini scalzi avrebbero mal sopportato un libro così voluminoso, avevano ragione a dire di non andare scalzi, ma che noia..

Ancora tre passi e la finestra era lì.

Li gettò con un sospiro profondo sul pavimento di moquette, di un marroncino orrendo che ricordava lo sporco, di qualsiasi tipo.

Poi, si mise all’opera e di buona lena li aggiustò per forma e dimensione, creando una pedana sicura.

Giacomino si sentì le dita dei piedi sfrigolare e le arricciò ricordandosi di quei maialini che sua madre canticchiava acchiappandogli le dita.

Voleva vedere a tutti i costi.

Controllò che la finestra fosse ben chiusa e si arrischiò nell’arrampicata.

Fu così che Giacomino si ritrovò incollato al vetro, somigliava tanto a quel geco che aveva visto al mare una mattina: sua madre l’aveva svegliato strillando e lui si era precipitato, o meglio si era avvicinato di soppiatto alla cucina, munito di paletta arancione, per scoprire che una creaturina buffissima aveva scatenato quell’isteria! Un geco bellissimo, ciccio e contento.

Adesso Giacomino pareva un suo fratello, ma gigante, tipo un gormita parlante, quello della foresta magari.

Si accertò di essere stabile sulle gambe e ben incollato al vetro con le mani e poi con un fremito, guardò giù e poté vedere finalmente il giardino dei Verriale.

Lo sapeva, lo sapeva che sarebbe stato splendido!

Una foresta, un intrico di piante giganti, alberi maestosi, arrampicanti fioriti, quella era la selva?

Cosa avrebbe dato per vivere lì, anche se i Verriale non erano simpatici, non salutavano né lui, né sua madre, che diceva avessero la puzza sotto il naso, perciò Giacomino aveva capito subito che a quelli là puzzasse l’alito in modo davvero fetente. Perciò non parlavano!

Ad ogni modo, che importava stare a chiacchierare quando si poteva correre tutto il giorno in un giardino grande come un bosco?

Non gli sarebbe importato nient’altro che correre e inseguir scoiattoli e arrampicarsi sugli alberi, non sui libri di cucina della mamma!

Giacomino pareva perso in un mondo di fiaba, scoprì la nostalgia acuta di qualcosa che non si era mai posseduto, il babbo la chiamava gelosia.

Allora sì, era gelosissimo: voleva anche lui un giardino così.

Mentre cercava animaletti muoversi in quel verde brulicante, Giacomino provò di colpo un forte disagio.

Gli si accapponò la pelle e un brivido gelato gli corse lungo la spina dorsale.

D’un tratto ebbe paura, una paura molto più grande di quella della madre per il geco, si sentì in pericolo.

Un’ombra passò tra gli alberi, un fulmine nero.

Giacomino si immobilizzò.

L’ombra si fermò.

Un lupo enorme stava sotto la finestra, nel giardino dei vicini, col capo chino.

Giacomino smise di respirare.

Il testone peloso si mosse e il lupo sollevò il capo verso il bambino.

Due occhi gialli come oro fuso lo fissarono con uno sguardo intelligente. Giacomino era certo che quegli occhi capissero.

Il lupo sguainò le zanne e gli ringhiò contro minaccioso.

Lo fissò un attimo ancora e poi scomparve, come era venuto.

Giacomino recuperò aria nei polmoni e si calmò.

Un rivolo caldo scese sulle gambe, finendo sui libri di cucina.

Sapeva che quello era un bel guaio, si sarebbe inventato qualcosa, ma non avrebbe mai più invidiato il giardino dei vicini. Ne sarebbe stato lontano!

 

Viaggio in barchetta


Sulla barchetta di carta affronto il mare,

l’onda che avanza inzuppa la nave,

le parole con l’inchiostro scivolano,

tra gli abissali flutti si perdono.

Sento il freddo azzannare la caviglia,

ha passato il livello della chiglia

l’acqua sale e s’affloscia la barchetta,

mi appresto ad abbandonare in fretta.

La barchetta di carta è un brutt’affare,

non è adatta a circumnavigare

nemmeno un granello di sabbia

che nel mezzo del mare s’incaglia.