La certezza di morire


L’unica certezza, una scossa, una porta chiusa e più non c’è risposta.

Le ossa rotte, aride, polvere.

I sogni di ali spezzate, trascinati da onde infrante, voci lontane.

Fermo il cuore si tace, giace.

Ogni carezza, sospiro, l’odore erotico tra memorie riposte aleggia.

Il cranio solo testardo resiste.

La bocca carnosa rattrapisce, rigida e severa non svela e non tradisce.

Dell’unica certezza che tutti ghermisce, l’umanità intera perisce.

Condannato


Non ci sei.
Cosa ho fatto? Lo sapevo, ma non potevo, lo capirai che non volevo questo?
Solo un altro bacio. Il tuo odore mio Dio, fammi sentire la sua pelle, un’ultima volta abbi compassione!
Sarò forte, mentre il terrore mi assale, non ho più saliva, non riesco a chiudere le palpebre, ho già indosso l’ultima espressione che resterà sul mio volto cereo?
Perdonami mamma, ti prego, perdonami per questo, non volevo.
Fai che siano forti ti prego, mi vergogno per il dolore che arreco.
Ho le mie vite da scontare, quelle che ho tolto.
Punisci me, eppure sono loro a pagare, le persone che ho amato, pagheranno per le mie colpe.
Ho paura, una paura che mi toglie ogni controllo, le mie viscere mi abbandoneranno.
Non hanno nulla, il loro sguardo è completamente privo di ogni umana comprensione.
Dove Sei?
Ho bisogno di Te.
Non abbandonarmi, anche se ho sbagliato, Ti prego non lasciarmi.
Sarà atroce e non posso illudermi del contrario, sarà peggio di come posso immaginarlo.
Anche loro ti sono figli?
Anche loro e io: cosa sono?
Non importa, basta che Tu stia con me fino all’ultimo mio respiro e ti prego portami al sicuro, lontano.
Con Te.

Icaro e Sangue


Ghermiscimi
Finiscimi adesso
Graffi la pelle
Lecchi sangue
Che scorre
E scorre
Desolazione
Tu sei morte.

Allora, prendi
Possiedimi
Restano promesse
Volano i sogni
Ombre sinuose
Dalla mia mente
Si inerpicano
Fumose.

Denti aguzzi
Mordi la carne
Senti il sapore
La mia essenza
Nutre il flusso
Del tempo
È l’umana
Condizione .

Voliamo adesso
Sopra i tetti
Le case abitate
Corri con me
Verso il Sole
Ci scioglie
Eterno sei
L’Amore.

Pensieri sulla carne, sulle ossa e sull’Aldilà


 

E così siamo fatti di carne e di ossa.

Io non l’accetto fino in fondo, non mi va la fragilità di questo mucchio di cellule, non mi va di pensare a quanto lavoro si compie in ogni istante solo per concedermi di stare qui, seduta, a blaterare al pc e il mio corpo si strugge per questo!

Fluidi che scorrono in ogni dove, muscoli che si flettono anche solo per sbadigliare, ossa che sostengono tutto, un’impalcatura sempre resistente.

Io che vivo di parole, ma ho una mente concreta, mi sento sopraffatta da tanto, è troppo rischioso.

Altro che paura dell’aereo, ho paura di essere in un corpo!

Chiamate pure la neuro, ma a rifletterci bene..

Molti hanno paura di salire su di un aereo: e se poi si fermano i motori, e se c’è una perturbazione forte, e se il pilota è ubriaco, e se il pilota non c’è, e se la hostess è una del terrore…?

Sì, vabbè..

E se il mio cuore si ferma, e se le mie cellule si ammalano e se il mio cervello non connette..?

Non è come piace a me, non è come i personaggi che amo, letti e inventati, io ho la scadenza e quando ,per vari motivi, devo leggere quest’etichetta, beh, non mi piace!

Non leggerò mai tutto ciò che vorrei, non scriverò mai il libro che sogno, non vedrò mai il mondo che mi incuriosisce..

Mi basterebbe sapere: che c’è, chiedo troppo?

Sì, la fede, io sono cattolica, io credo, ma vorrei i particolari, che vita è dopo?

Me lo chiedo davvero: qui la disperazione condita di passioni umane e là?

Perfezione? Caduta di ogni desiderio? Felicità totalizzante?

Allora, perché mi dispero al solo pensiero di non avere più storie da immaginare, o gli abbracci, gli abbracci!

Forse che più passa il tempo e più vedo le cose belle di questo nostro umano tribolare?

Non so, ma la parte delle tenerezze, del calore, della fantasia, io non so perderla.

E che qualcuno mi spieghi, che parli: come si vive dopo?

Morte di uno che morì


Il vecchio stava immobile, steso sopra il copriletto antico. L’odore di naftalina incombente.

Sembrava dormire, ma non era vero, come si faceva a dire che sembrava stesse dormendo, beato poi? Se dormiva, dormiva un sonno dannato, almeno questo cazzo potevano concederglielo! Le aveva sentite, tutte affrante, a correre di qua e di là, subito in azione. Ora erano libere e potevano dire che lui fosse stato tutto ciò che desideravano.

Stavano già cancellando e riscrivendo la sua vita intera, tra una telefonata e l’altra. Gli faceva quasi pena, quasi, perchè uno stronzo così non è mai compatito.

Finalmente la stanza si era svuotata e poteva osservarlo meglio. Le guance risucchiate , la bocca floscia, per quanto si sforzasse non riusciva a vedere il sorriso di pace che quelle stavano descrivendo dall’altro capo della casa, un po’ starnazzando un po’ frignando. Quello era un ghigno mortale, un fottuto ghigno che sarebbe rimasto impresso a tutti come ultima immagine della sua esistenza.

Ma chi se l’era inventata sto rituale di stare tutti intorno a un morto a chiacchierare a parlare di lui senza che questo possa replicare! Ma chi vuole essere davanti a tutti ‘sti stronzi, proprio nell’umiliazione finale, senza potersi sistemare la piega di un pantalone, un ciuffo spettinato, quella cazzo di espressione grottesca!

Bello mio, è proprio finita, finita dico io. Quando le donne possono ridere e piangere di te in questo modo è finita. Quando puoi gonfiarti come un pallone mentre i tuoi gas mortali cercano l’uscita e tutti fanno finta sia normale, mentre ti sbirciano inorriditi e goduriosi dello spettacolo macabro, è finita. Per fortuna domani stai sotto.

Che ingiustizia, lì immobile con le mani aggrappate al copriletto, le unghie lunghe di marmo, non c’era stato modo di tagliarle, come un demonio. Eppure un demonio lo era stato, un imbroglione, un infame. Il più scaltro dei ladri e il più infedele dei traditori! E la vita lo aveva punito, eccome! Ora, stava lì, di cera, un’immagine mesta, raccapricciante, ma loro lo amavano, o così raccontavano a tutti quelli che venivano in visita.

Tutti quelli che aveva imbrogliato volevano togliersi lo sfizio di sputargli addosso in un momento di distrazione generale, mentre quelle facevano le addolorate e lei, proprio lei, sveniva dalla disperazione.

La vita l’aveva fatto campare ai cent’anni, per umiliarlo, lui che voleva andarsene nel fiore della giovinezza, per fare loro uno smacco, col dito medio all’insù. Invece, loro lo compativano, raccontavano com’era stato fragile, com’era stato faticoso accudirlo coi suoi attacchi folli, ma era partito, non era colpa sua, poverino, altrimenti era così caro.

Caro, un corno! Era lucidissimo e le aveva chiamate baldracche, la moglie e la sorella che se la facevano col sagrestano, una in cucina, l’altra in cantina. Con quel baccano di urla e poi il rosario per penitenza. Ma quelle pensavano fosse la pazzia.

Gli diede un ultimo sguardo disgustato. Che schifo di invenzione morire, quella cosa lì non era riuscito a vincerla. Il baro era stato battuto.

Vamos al caldo, quel vestito l’ho sempre odiato. Che importa infondo ormai. E’ finita.”

Signora delle Messi


Signora mia, con la falce imbracciata, in sfida con Dylan alla scacchiera?

La mano ossuta col dito puntato, il capo nascosto dal manto fosco, occhi ardenti d’inferno, furenti o forse infocati di  segreta passione, un amore inconfessato per l’umano trapassato?

Ad un genere appartieni o femmina ti fanno per atavico retaggio? Sorridi mai delle miserie mortali o ti soffermi a rimirar lo slancio, la passione, il fallace affanno?

Noi fummo da cenere materia di qualche alito vivente infuso, creazione bizzarra e incompresa, ma di dove sorgesti tu, di quale parte arrivi mesta?

Non ti fo la colpa di far la messe allo scoccar de l’ora, a ognuno il suo mestiere, mi chiedo a volte se ti costi l’atto, se t’invogli il rifiuto a procedere al cospetto d’un innocente. O forse tu c’hai vita imperitura, già conosci il suo destino e lo vegli nel cammino dal tribolar allo mirar lo Divino?

Non giungerà mai risposta a questi miei dilemmi, se non al tuo approdare che sarà lo salpar mio, da me non attenderti allora mansueta obbedienza.

Pensavo al sonno, alla morte, cercando le emozioni


Alors, ho capito che non sono l’unica con grave carenza di sonno in questi giorni. Mi metto a leggere, cosa che adoro, perché mi proietta al di fuori di me, delle mie cose, ma al contempo nella mia mente, sfruttando il mio sentire. Quando capisco che sto rileggendo la stessa frase all’infinito, con la vista appannata e il braccio informicolato, mi arrendo, spengo l’abat-jour e mi abbandono, letteralmente, con fiducia, perchè Morfeo lo pretende.

Poi, non ho più coscienza di ciò che accade, cosa che in certi periodi della mia vita mi ha portato a un certo grado d’insonnia, finché mi sveglio, pienamente consapevole di essere a notte fonda e di avere ore di fronte a me, con la paura di essere una carcassa rabbiosa per il resto della giornata. Digrigno un po’ i denti, mi giro e rigiro cercando la posa più comoda; ho caldo, poi ho freddo e il lembo della coperta sembra un frustino in mano al peggior aguzzino…

Tra l’altro, ho scoperto di mordermi la lingua nel sonno: in questo periodo mi capita di svegliarmi e sentire un dolore, quindi, a fatica stacco la morsa dei miei denti e sento la lingua bruciare ai lati. Che io sia nervosa, moi? La psiche più solida, l’ego incrollabile, di virtù paladina, moi?

L’unica cosa da fare è non curarsene troppo e proseguire, perché altrimenti subentra la paranoia e c’è quel piccolo ragionier Filini che parte a conteggiare ogni minuto di sonno perso, facendo il conto alla rovescia con l’ora della sveglia.Tu cerchi ovviamente di non dargli peso, ma lui con la sua vocina sgraziata continua e ti suggerisce in ogni istante di dormire subito, dandoti il tempo esatto di sonno ancora possibile e mentre tu ci provi, la vocina stridula ti comunica, che no, il tempo è diminuito, ma se dormi subito… e così via.

Ah, voce nasale bardata d’occhiale! Taci e molla la favella, ‘ché devo dormire o sarò frittella! Hai presente il rospo della principessa? Io sarò il rospo con le occhiaie!

Ho questa fortuna, di non aver grandi fosse sotto gli occhi se non dormo, no, io sono di quelle cui si gonfiano le palpebre e sembra solo di essere un po’ cinesi, con lo sguardo un po’ tagliato. Anche adesso, mi bruciano e mi lacrimano mentre scrivo, e perché scrivo?

Dormi, povera tonta, dormi! Eppure la sapete la regola, dai! A che serve? In qualsiasi istante io decida di chiudere gli occhi, che non sia notte, qualcuno che mai si presenta a quell’ora, beh, a quell’ora precisa suona il campanello!Non dormo mai, mai di giorno, l’ho sempre detestato, preferisco oziare cercando di dare un senso ai miei pensieri che rifugiarmi nell’onirico mondo. Eppure, se per deficienza di salute o notte insonne, ne abbisognassi, che il Cielo si squarci se non ricevo visite!

Mah! L’universo mi dovrà spiegazioni, non scherzo, ho un mezzo apparente complesso di sfiga, quella lieve, perché quando le cose brutte succedono, non c’è regola, non c’è motivo, come uno sparo in mezzo alla folla becca e se tocca a me, è per caso, come tocca chiunque con danni diversi.

Io parlo di essere consapevoli di tendere più alla non riuscita, nelle aspettative, ma soprattutto nella fortuita realizzazione di qualcosa. Credo ciecamente nel talento, quello non c’è sfiga che lo dimezzi, e nell’impegno, quello concreto, quello pesante, sudato. Se ti impegni con tutto te stesso arrivi, non so dove, ma spingendo e spingendo da qualche parte arrivi.

Io so, non me la racconto, non lo faccio mai, sono onesta con me stessa e conosco i miei limiti: niente talento innato da sventolare, niente fuoco sacro che brucia dentro da sudare fino a raggiungere la meta. Troppo pigra, lo ammetto, troppa fifa, troppo cinismo. Credo con la stessa foga con cui miscredo, non scherzo.Sono dolce quanto sarcastica e nel mio schizofrenico modo di intender la vita sto anche bene, quando non sto stesa più in basso della terra.

Scrivo da sempre, così come leggo, ma solo perché vivo tra le righe, ho bisogno di essere fluida e malleabile, ma se penso che nascendo si va verso la morte, mi spavento, perché non so come sarà poi. Non riesco ad accettare l’idea della fine di emozioni umane, mi viene la pelle d’oca al solo  pensiero. Anche fosse la perfezione poi, con un’infinito senso di pace, quello che ho provato due volte nella vita, le due in cui svenni, mi spaventa.

Sono svenuta due sole volte, tre per l’esattezza, perché stavo male. Nel primo caso la sensazione prima di cedere allo svenimento è stata orrenda, io volevo cedere, ma intorno mi dicevano di resistere, respirare, finché la nausea si fece insopportabile, e io cedetti e poi mi ritrovai su una spiaggia bellissima, con un sole tiepido e confortante, forse un tramonto e la pace, il benessere erano la mia beatitudine, poi quelle matte ( infermiere), mi hanno fatto rinvenire e dalla spiaggia ai loro faccioni chini su di me, fu un bel salto, un momento dopo sono risvenuta e ho avuto poi il mio bel dire che stavo meglio sulla spiaggia! La seconda volta, stavo sempre male, e la paura credo che si sia sommata al calo di pressione al mio battito impazzito, un’insieme, una situazione che non riuscivo a sostenere in quel momento, mi hanno rifatto lo scherzo: orribile, mi obbligavano a star seduta, quando volevo solo stendermi e lasciarmi andare, il mio corpo lo chiedeva! Niente, respira e respira e poi quella nausea, sto svenendo, no, no respira, respira, alla fine, finalmente via… per terra. Quella volta ho sentito una telefonata, non so chi mi chiamava, ma stavo meglio, finché le voci si fecero concitate e di nuovo io, a terra con le facce chine su di me.

Sto bene, sono stati episodi circoscritti, che nessuno si preoccupi. Se penso che da bambina trovavo così romantico lo svenimento e agognavo sapere come fosse… il presvenire è così orrendo che spero di non riprovarlo mai.

Sarà così la morte? Perché io non voglio perdere le emozioni umane, i sogni, i desideri, la donna verso l’uomo e l’uomo verso la donna, o chiunque, ma il sentimento amoroso? Voglio i sogni che la fantasia ci dà nello scrivere storie, leggerle.. Non posso pensare che morrò di certo avendo letto troppo poco rispetto a ciò che è scritto.

Non voglio perdere le emozioni, non mi basta una vita. Voglio sapere, o no? Non rinuncio a queste emozioni umane, come si farà? La perfezione mi spaventa, se fosse ciò che mi aspetta (troppo sicura..), che dilemma..