Giorni nuovi-I racconti di Dan .5-


Dan aprì gli occhi, stupito per il silenzio che l’avvolgeva.
Il giorno stava volgendo alla sera,mentre lui si era appisolato in accappatoio sul letto troppo morbido, troppo vissuto.
Si stropicciò il viso, si passò le mani tra i capelli scompigliati per la piega assunta durante il sonno.
Buttò l’occhio in giro e trovò Furia rannicchiato sul tappeto ai piedi del letto, per lui ogni occasione era utile per una pennichella.
Doveva venire a patti con l’inevitabile imbarazzo di questa convivenza, anche Sarah era una vittima,anzi l’unica vittima: non aveva chiesto di trovarsi nei pensieri di un ragazzo irrisolto, di dover sopportare i suoi sfoghi, i suoi silenzi e imbarazzi. Lui aveva tutto più o meno a posto, ma lei, lei non sapeva nemmeno se fosse viva.
-Scusa.-
“Passiamo il tempo a scusarci Dan.”
-Ma io sono uno stronzo patetico, dovrei scusarmi col mondo!-
“Smettila, lo sai che non è vero. Dovremo trovare un modo per andare avanti…”
C’era esitazione in lei e Dan si chiese cos’a la tormentasse, saperla prigioniera di qualcosa di ignoto era un incubo tangibile.
“Non preoccuparti per me. Ne hai passate troppe a causa mia.”
-Dai, dillo e basta Sarah, non ti fidi di me?-
“Sei l’unico di cui mi fidi, l’unico che mi sia rimasto al mondo ,tra l’altro. A proposito di questo..”
-Non l’ho detto in un impeto di follia, ti aiuterò! Ne verremo fuori.-
“Grazie Dan, solo poterlo credere mi fa stare bene. Mi sopporterai ancora temo!”
-Sarah, il mio scopo non è così onorevole!- Dan si mise improvvisamente a ridere.
Silenzio.
“Cosa intendi dire?”
-Oh, mi ripagherai, ci puoi scommettere!-
“Certamente Dan, la mia famiglia è benestante e sarò felice di ripagarti per tutto ciò che sai facendo per me.”
-Non mi imbrogli Sarah, si capisce che sei delusa.-
“No, è giusto: hai ragione.”
-Non mi importa dei soldi, ci vivo nei soldi, mi disgustano un po’, ma sopporto bene.-
“Non ti seguo, davvero.”
-Sarah, quando ti ho vista in sogno, ricordi?-
“Certo Dan, molto bene.”
-Eri tu? Voglio dire, ti ho vista nel tuo aspetto reale?–
“Certo Dan, sei rimasto deluso?”
A questo punto Dan non ce la fece più, scoppiò a ridere di gusto: “Ma che dici? Sei bellissima!”
Si accorse di aver parlato ad alta voce quando Furia sobbalzò dallo spavento.
“Scusa botolo, ma c’è una tipa che mi fa impazzire.”
Il botolo in questione si accucciò di nuovo sul tappeto, con uno sbadiglio e un paio di colpi di mandibola a vuoto si riappisolò.
“Dan, ma che dici?”
-Sarah, io sono serio adesso. Ti aiuto, ma non sono un OGM, sono un uomo, capisci? Mi ripagherai in natura, questo è un patto.-
Silenzio.
Dan si alzò, si tolse l’accappatoio come niente fosse, a dimostrazione di quel cambio programma che aveva promesso.
Fece un paio di passi verso lo specchio sull’armadio a muro e si osservò con piglio fiero.
Mimò alcune mosse da body builder e rise di se stesso, fece un gesto verso i propri attributi, come un mercante con la propria merce sul bancone.
Si mise a ridere ancora, voltandosi e rimirandosi il posteriore.
Poi, andò con calma a vestirsi, finalmente più sereno.
“Non posso crederci.. sei impazzito davvero.”
-Un patto è un patto, ti stavo dimostrando che non ci rimetti. Tu mi ripagherai, ma se ci pensi bene, vedi da te che ne ricavi il tuo bel guadagno, o non sono di tuo gradimento forse?-
“Ti stai divertendo abbastanza? Me ne accorgo che mi prendi in giro!”
-Può darsi che mi venga da ridere, perché di solito non mi comporto così, ma stringere questo patto con te, senza diritto di recesso… dimmi solo accetto o non accetto.-
“Ma che idea..”
-Accetto o non accetto.-
“Non penserai che ti prenda sul serio?”
-Facciamo così, finché non avrò una risposta, chiudo le comunicazioni.-
“Dan!”
Dan prese il telefono e chiamò la madre, pensò fosse il modo migliore per ignorare Sarah e infatti funzionò.
L’irritazione che gli procurò comunicare con la madre, lo sollevò da altri pensieri.
Conclusa la telefonata a denti stretti, chiamò il botolo peloso e andò a fare una passeggiata nel bosco.
Il solito percorso di sempre.
Si trovò immerso nella frescura degli alberi alti, che come lui cercavano luce, calore.
Passo, passo, si sentì sereno nel riflettere con calma. Sentire il ritmo del cuore e del piede sul selciato era un mantra che lo placava.
Scalciava qualche sasso, come da bambino, sentendo i muscoli risvegliarsi decise di correre per un tratto, bramoso di sudare, di bruciare e liberare le tossine.
Il piacere che provò nel sentire il corpo rispondere allo stimolo lo lasciò libero di correre, attraversando quel corridoio buio che portava a lei.
Correva Dan, Furia teneva il ritmo, ma non era un maratoneta, tutto scorreva, l’aria doleva al respiro, necessaria e crudele passava in gola come carta vetrata .
Furia teneva il ritmo per un po’, poi fingeva un improvvisa scoperta olfattiva e si fermava annusando in circolo, per ripartire scodinzolando dietro al suo amico bipede.
Ormai c’era solo il passo e il palpito, nessun pensiero, la necessità di pompare ossigeno nel sangue era il massimo che potesse tollerare.
Corse fino a dimenticare dove stesse andando e poi crollò, cadde sulle ginocchia, fregandosene dei sassi, sbucciandosi come in terza elementare.
Si stese a faccia in giù, nascondendo il volto tra le braccia e pianse tutto, silenziosamente, stupendosi di quanto gli sembrasse la cosa più sensata che avesse fatto negli ultimi anni.

Decisioni da prendere-I racconti di Dan .4-


Dan stava gettando abiti alla rinfusa nella sacca da viaggio, sua madre lo osservava dallo stipite della porta, mentre sorseggiava un caffè dalla tazzina marchiata dalle sue labbra rosso fuoco.
“Perché adesso? Così, all’improvviso.. chiama Rocco almeno, o qualche altro amico.”
Dan continuava a infilare cose senza darsi tregua, poi prese il borsone per le maniglie e lo gettò a terra, raddrizzò la schiena e sorrise alla madre.
“Adesso, perché ho proprio voglia di evadere un po’ da queste giornate tutte uguali, devo pensare a cosa fare quando sarà finita l’estate. Non voglio disturbare gli amici, magari Rocco mi raggiungerà fra qualche giorno.”
La madre posò la tazzina in terra aggiustandola col piede nudo, le unghie laccate di rosso come il rossetto.
“Non pretendiamo che tu decida subito, grazie al cielo non abbiamo problemi economici, lo sai. Hai avuto un’adolescenza pesante e ora che sei un uomo potresti desiderare di recuperare un po’ di leggerezza prima di tuffarti in nuovi obblighi.”
Dan scosse la testa bionda con rassegnazione: “ Lo so mamma, stai tranquilla. Vi ringrazio per la pazienza che avete con me. Ho bisogno di pace, più che di sbattermi da un locale all’altro. Dopo tutte le pastiglie che ho preso per stare calmo, non mi va di avere gente impasticcata intorno per stare su di giri. Io di stare sull’altalena non ho voglia.”
La madre tradì lo sgomento con il sopracciglio alzato: non parlavano mai apertamente delle pastiglie, della reale gravità di ciò che era successo, a sentire i suoi si poteva pensare che Dan avesse avuto una brutta polmonite.
“Va bene Dan, sei grande abbastanza. Ti devo accompagnare? Chiedo a Lopez?”
Dan strinse i denti, ormai sorridere stava diventando un’impresa piuttosto ardua.
“Prendo la moto, ormai posso guidare, non c’è nulla che lo impedisca, e ti garantisco per l’ennesima volta che sono più prudente della maggior parte dei miei coetanei. Ci sentiamo per telefono.”
Così dicendo prese il borsone se lo gettò in spalla e uscì dalla camera baciando la madre sulla guancia, senza guardarla.
Quando aveva raggiunto l’ingresso sentì ancora la sua voce da sopra: “E il cane?”
Ridacchiò: “Furia lo porto con me!”.
Uscì di casa, sistemò il borsone sulla Ducati multistrada nuova di zecca, prese da uno scaffale del garage il suo vecchio zaino di scuola, dal colore ormai indefinibile, l’Invicta di sempre, tatuato con gli indelebili in ogni spazio disponibile.
Fischiò e attese.
Un botolo tutto pelo corse con le sue zampe corte guardandolo con gli occhi carichi di aspettativa, aveva già capito.
“Dai amico, mi auguro che tu abbia svuotato la vescica, non voglio sorprese. Dentro lo zaino, su!”
Furia non se lo fece ripetere due volte e dieci minuti dopo un centauro in sella a una bellezza rossa con lo zaino da battaglia si immetteva nel traffico cittadino verso l’autostrada che l’avrebbe portato in montagna, nella casa di famiglia.
Dan si godeva la strada che scorreva davanti e sotto di lui, mentre Furia sbucava dall’Invicta per curiosare il paesaggio, ma conosceva bene il percorso.
“Tutto bene Dan?”
Il cuore perse un battito e poi accelerò, senza rendersene conto aveva cambiato marcia, mentre il mondo rimaneva indietro.
Per la prima volta era felice, per la prima volta si sentiva confortato da quella voce, ma più in generale dalla presenza di qualcuno accanto.
Controllò che Furia stesse bene: il botolo felice tirava fuori la lingua e poi la ritraeva asciutta, deglutiva lappando saliva e la tirava fuori ancora.
Dan rise fra sé.
“Sei felice Dan? Dove stiamo andando?”
-Andiamo in montagna, ho una casa lì ,isolata quanto basta per poter stare in pace.-
Sentì la delusione di Sarah colpirlo come una scudisciata, ma non capì come poteva averla ferita.
-Non ti piace la montagna, preferisci il mare- provò a scherzare, non sapeva trattare i sentimenti altrui.
“Mi piace ovunque, purché non sia più sola, in realtà io rimango immersa nel buio, tranne quando posso accedere ai tuoi pensieri.”
Dan capì che lei aveva temuto di venire ancora rifiutata e si sentì insensibile una volta ancora.
-Sarah, tu vieni con me, per stare con me, è assurdo, non so come faremo per aiutarti, ma andiamo via per trovare una soluzione. Ti aiuterò in ogni modo possibile.-
“Grazie.”
Si sentì colmato di gioia e fu certo che quell’immersione fosse dovuta alle sue emozioni sovrapposte o mischiate a quelle di Sarah.
Non sapeva come fare, non sapeva neanche come pensare liberamente senza che lei captasse tutto, non temeva la sua intrusione come prima, piuttosto il poterla ferire involontariamente o il farle sentire la propria incertezza.
Si infilò nel paesino abbarbicato sulle Alpi che guardava da casa, in città.
Un brivido di contentezza gli esplose nella spina dorsale, rallentò tra i vicoli disabitati e raggiunse la villetta isolata a ridosso del bosco che circondava il paese.
Parcheggiò la moto in garage e smontò liberando subito l’amico peloso.
“Bravo Furia, l’hai tenuta, ma non voglio rischiare troppo, vai a svuotarti la vescica.” gli diede una pacca affettuosa sul fianco, mentre quello trotterellava felice verso il cortile.
Dan prese il bagaglio e salì la scala interna che dal garage dava accesso alla casa.
L’odore dei ricordi lo sorprese e immagini dei nonni gli si affollarono tutte insieme con una disperata nostalgia di coccole, serenità e parole che non ricordava più.
“Ti hanno voluto bene. Sei stato fortunato Dan, io non ho avuto molto tempo da passare coi miei nonni.”
-Sono stato molto fortunato con loro. Ogni estate mi portavano qui e io ero il bambino più felice e spensierato che si potesse immaginare. Non pensavo che mi mancassero così tanto.-
Andò alla camera di sempre, quella che era appartenuta a suo padre prima di lui, che trasudava innocenza e sogni infantili. Si chiese se il padre portasse ancora in cuore traccia di quei sogni, se sentisse di averli realizzati.
Aprì il borsone e ne svuotò il contenuto nei cassetti.
“Così stropiccerai tutto!”
-Non ho capito, ma vedi?- chiese un po’ irritato.
“Vedo ciò che la tua mente mi trasmette, se mentre fai una cosa pensi a qualcosa, io vedo quello a cui pensi, ma se sei concentrato su ciò che fai, vedo ciò che stai facendo. Scusa non volevo offenderti, è nella mia natura essere ordinata.”
-Il tipo inamidato, precisino, la prima della classe scommetto!-
“Temo di sì. Ero così.”
Dan si dispiacque per la tristezza che percepì da Sarah, non era facile accettare che fosse un’anima senza corpo o chissà cosa, solo adesso si chiedeva come dovesse essere per lei.
“Non lo so neanch’io. Andavo a scuola, pensavo a raggiungere le mie mete e poi, non lo so, credo un incidente, e mi sono trovata in questo buio a tempo indeterminato. Non puoi capire quanto ho bisogno di sapere!”
-Sei sola? Non c’è qualche altro spirito.. qualche guida, chessò?-
Silenzio.
Attesa.
“Ci sono altri, ma mi fanno paura. Non voglio parlarne. Non mi parlano, mi hanno portato da te credo. Insomma ho saputo delle cose, ma non capisco bene come funzioni.”
Dan pensò che sarebbe stato più semplice se avesse potuto abbracciarla, invece doveva trovare il modo di confortarla, mentre lei restava intrappolata in quel tunnel.
-Non so niente degli altri, mi importa aiutare te e stai certa che ti troverò, cioè scoprirò dov’è il resto di te.-
Gli scappò un sorriso perché l’aveva trovata bellissima e non voleva farglielo sapere.
Senza indugiare oltre in quei pensieri rimise a posto i vestiti nei cassetti e gettò il borsone sotto il letto. -Non una parola, non posso diventare Mister Perfect tutto in un giorno!-
Immaginò che a modo suo Sarah stesse ridendo.
“Il botolo! Hai fatto i tuoi comodi? Vediamo di recuperare un boccone, anche due!”
Dan uscì con Furia alle calcagna.
Nella cucina dei nonni si sentì invaso dai momenti vissuti con loro una volta ancora.
Guardò i pensili antiquati, di un verde che non avrebbe saputo nominare, un po’ bombati, con le maniglie sottili di metallo, bassi, troppo bassi per lui, ma perfetti per la nonna.
Si mise a sedere al tavolo rotondo con la tovaglia plastificata, ora sbiadita, un tempo dai disegni vivaci con frutti estivi colorati.
Quello che lo emozionava profondamente era l’odore di cui la casa era imbevuta, quello che avrebbe sempre associato ai suoi nonni, alla spensieratezza, all’essere voluto.
Il frigo stonava come un pugno in un occhio, nuovissimo.
Dan rimase perplesso, non sapeva che l’avessero cambiato. Non sapeva nemmeno che qualcuno dei suoi fosse stato lì di recente.
Si alzò e si avvicinò con cautela al frigorifero incriminato, quasi potesse esplodere da un momento all’altro.
Era un coso grande metallizzato, lucido, un prodotto degno di un modulo lunare pensò.
Lo aprì e constatò che c’era abbastanza cibo per giorni, accuratamente confezionato, con scritte ordinate in bella grafia che ne indicava la data di cottura, e il genere.
Si sentì consolato e infastidito allo stesso tempo.
Pensò che sua madre avesse telefonato a qualche donna del posto, promettendole un degno compenso in cambio di tanto bene. Si sarebbe potuto illudere che fosse stata lei in persona a preparare amorevolmente il tutto, ma non aveva una fervida immaginazione.
“Sai cucinare? Se non ti va quello che c’è in frigo , puoi cucinare da te ciò che vuoi mangiare.”
-Sì, ho un’idea di come funziona il meccanismo fame cucinare mangiare, mi perdo nella parte centrale però.-
Potrei aiutarti io.
Dan si passò le mani tra i capelli, desiderando di poterseli strappare per la frustrazione.
Voleva guardarla, darle una pacca sulle spalle per scherzare e .. non voleva soffermarsi sui dettagli di ciò che avrebbe voluto.
Non voleva che lei lo sapesse.
Sospirò e tirò fuori un contenitore d’alluminio con scritto “polpette al sugo”.
Accese il forno in attesa.
Spacchettò il pranzo e lo mise in caldo.
Il profumo delle polpette si espanse in breve e il botolo fu subito in cucina.
“Così è la vita! Una pisciata in libertà, un bel pasto caldo, una grattata dietro le orecchie e se ci scappa una bella cagnetta, meglio ancora!”
Furia non confutò e Dan gli mise una bella porzione fumane nella sua ciotola blu.
“Non dovresti mangiare da un piatto?”
-Non ci credo! Ti prego, devo pensare a qualche romanzo o film mentre mangio, così non mi vedi e non mi riprendi!-
“Scusa. Mangerei con te volentieri anche dal pavimento.”
-Lascia perdere. Sono uno stronzo, non lo faccio apposta.-
Dan si mise la porzione in un piatto, corrispondente a tutte le polpette rimaste nel contenitore, la forchetta, un bicchiere sbeccato e si mise a tavola.
“Ti posso chiedere una cosa insolita?”
-Hai paura di sconvolgermi?- sorrise Dan.
“No, effettivamente, hai ragione.”
-Dai Sarah, non farti implorare, ho fame!-
“Sì, scusa.. potresti pensare intensamente al cibo che stai per mangiare mentre lo fai?”
-Intensamente? Vuoi scoprire se puoi provare il gusto attraverso me?-
“Qualcosa del genere.”
Dan sorrise ancora, cosa alla quale non era affatto abituato e prese la prima polpetta, la annusò, la infilò in bocca intera e attese, poi la morse con circospezione, cercando di cogliere il sapore in ogni sfumatura, quasi stesse interpretando un’opera d’arte.
Dovette ammettere che in quel modo il cibo acquistava parecchio.
Di solito ingurgitava come un orso appena uscito dal letargo, a meno che ci fosse un pranzo coi suoi, la qual cosa corrispondeva a un pasto formale, per cui nessun sapore, solo gomiti stretti e troppe posate.
-Che ti pare?-
“Sono sconvolta.”
-Oh, Sarah, senti, mi dispiace, ce l’ho messa tutta, ma forse sono un caprone insensibile!-
“Dan, Dan… fermo, aspetta! Griderei al miracolo se potessi! Ho sentito il sapore della polpetta, non so spiegarti.. non in bocca, ma il senso era lo stesso, era deliziosa! Non ne ho mai mangiate di così buone!”
Dan si scoprì il volto in fiamme. L’entusiasmo di Sarah per qualcosa che aveva fatto per lei, lo imbarazzò e lo inorgoglì a tal punto, da lasciarlo sgomento.
In quel momento fu felice che lei non potesse vederlo e si sentì sufficientemente sicuro che lei fosse troppo presa dalla scoperta per accorgersi del suo turbamento.
Proseguì col pasto prima che i pensieri gli affollassero la mente e lei fosse privata di quella piccola gioia.
Guardò Furia che si leccava i lati della bocca soddisfatto.
-Diventerai una botticella, non un semplice botolo e dovrò appenderti al collo di un San Bernardo!-
Furia scodinzolò appena Dan gli parlò e andò a posizionarsi felice tra i suoi piedi.
-Come faccio adesso a sparecchiare?-
“Ti darei una mano se potessi.”
-Lo so, non chiedermi perché, ma ne sono certo.-
Attese che Furia fosse addormentato, neanche fosse un bambino e con delicatezza si alzò, lasciando nel lavello la forchetta e il bicchiere.
Uscì dalla cucina e prese un cambio d’abiti dirigendosi verso il bagno.
Si bloccò davanti la porta.
-Sarah?-
“Dimmi.”
-Tu sai quando vado in bagno? Quando mi lavo e cose del genere?-
“Beh, fin’ora mi hai tenuta lontana con la tua negazione, ora mi sembra di essere sempre più connessa con te. Non saprei, proviamo e vediamo che succede?”
-Ma sei fuori? Non se ne parla proprio!-
“Che fai, non ti lavi più? Finirai per puzzare come il caprone che dici di essere. Scusa!”
-Scusa, scusa… non mi va questo aspetto della cosa. Mi spoglio io, ti spogli tu. Così non vale.-
“Qualcosa che non devo vedere?”
-Se intendi che abbia problemi, stai tranquilla, tutto a posto, in ogni aspetto del mio corpo. Nessuna lamentela che io sappia.-
“Oh..”
Dan si sarebbe preso a schiaffi per la linguaccia che si ritrovava, ma si sentì inorgoglito dal senso di gelosia che sentì provenire da Sarah.
Entrò in bagno e rifletté sul modo perlavarsi senza compromettersi, se così si poteva dire.
Decise di mettere musica a tutto volume con lo smartphone.
Ogni canzone che aveva messo in playlist era un emozione che lo faceva andare lontano coi pensieri, sperava che funzionasse.
Accese ed attese.
Quando i Radiohead gli pervasero il cervello si concesse di spogliarsi, senza mai guardarsi ovviamente, né allo specchio, né le mani che toglievano gli abiti.
Sembrava uno sbronzo al buio.
Dopo aver più volte inciampato sui propri abiti, poté finalmente buttarsi sotto la doccia.
Il piacere dell’acqua fresca sulla pelle accaldata lo pervase senza rendersene conto.
“Questa sì che è una bella sensazione…”
Per poco non scivolò, ma non poté evitare di andare a cozzare contro il portasapone.
Che dolore!
Si guardò inorridito e ogni proposito di scordare la propria nudità,andò a farsi benedire.
Si ritrovò a considerare il proprio aspetto, come se lei fosse di fronte a lui, invece che nella sua mente.
Andò in panico e si finì di sciacquare velocemente, imbarazzato ogni volta che si passava la mano fra i genitali.
Si lanciò fuori dalla doccia e si infilò l’accappatoio come se ne andasse della propria vita.
Quasi cadde sul tappetino del bagno, accasciato col cuore in tumulto.
“Perdonami, ti prego Dan, perdonami. Non volevo davvero.”
Dan non riuscì a risponderle,non riusciva a pensare.
Si sentiva furioso, non con lei, per la frustrazione della situazione in cui si trovavano.
Avrebbe voluto consolarla, avrebbe voluto corteggiarla, conoscerla e l’imbarazzo che aveva provato all’idea che lei potesse guardarlo in un momento vulnerabile l’aveva sconvolto.
-Risolverò tutto Sarah, ci penso io, lo giuro.-

Conoscenza-I racconti di Dan .3-


Dan aveva passato alcuni giorni evitando tutto e tutti.

I suoi non se la presero, sospettava anzi che non affrontare la pazzia del figlio li facesse respirare meglio.

Gli amici si tenevano lontani, come lui aveva quasi preteso, coi suoi silenzi, le sue risposte mai arrivate ai messaggi sul cellulare, alle e-mail sul PC, alle chiamate lasciate squillare a vuoto.

Ora era solo, finalmente e dolorosamente solo.

Nessuno a chiedere qualcosa che non poteva dare, nessuno che lo guardava giudicandolo o compatendolo, nessuno accanto.

Disteso sul letto con le luci spente stava lasciando scorrere le ore senza riuscire a trovare sonno.

Furia dormiva fuori, nel giardino enorme di quella casa troppo grande per gente che si perdeva sempre.

Sua madre amava il cane a modo suo, come un cane, non era Furia, non era un botolo peloso sgraziato e simpatico, per lei era un cane, da vaccinare, da pulire, di cui ricordarsi per i pasti e per le passeggiate con sacchetto e paletta.

Dan lo avrebbe lasciato dormire in camera, come tante altre volte, se non fosse stato tanto necessario per lui restare solo, voleva stare così solo da stare male, perché per molto tempo non aveva provato il silenzio dei suoi pensieri banali, senza sentire che altri pensieri alieni gli si rimestavano dentro.

Sapeva che lei si era solo ritirata in un angolo del suo cervello, ma anche così andava bene, stava ritrovando lucidità e non doveva fingere, e le pastiglie erano ancora lì, da giorni, inutili come sempre.

Si tirò il lenzuolo sul mento, con la sensazione infantile di corazza di cotone contro gli incubi troppo grandi della notte estiva.

-Buonanotte Sara, domani ti cerco, promesso. Buonanotte.-

Chiuse gli occhi sorridendo mentre una sensazione di calore lo lasciò sereno.

Il sonno lo colse improvviso e Dan si ritrovò in un corridoio nero, scuro, dalle pareti impalpabili, con la netta sensazione di avere compagnia, ma di non avere accesso agli altri, di qualunque entità fossero.

Rimase fermo, in quel tunnel che intravedeva appena e non avrebbe saputo dire se la luce soffusa fosse di fronte, dietro o sopra di lui, c’era e basta.

Fece qualche passo incerto, con la paura che gli attanagliava un cuore che non sentiva battere in petto.

Cercava qualcosa o qualcuno, perché tutto ha un senso e lui era impaziente di capire quale fosse il motivo che lo aveva portato lì.

“Dan?”

Lui si girò, ma non vide nulla, solo quella tenebra illuminata da una nebbia di luce.

“Dan, sono Sarah.”

“Sara? Dove sei?”

Si sentì sfiorare da un tocco lieve e istintivamente si prese il braccio per stringere la mano che percepiva su di sé.

“Perché non ti vedo? Ti ho sentita.”
Una risata argentina si espanse tutt’intorno.

“Non mi vedi, perché io mi vergogno, sono abituata a presentarmi a te senza le mie sembianze e ora mi sembra strano mostrarmi…!

Dan voleva gridare dalla frustrazione, “Ti rendi conto che mi hai abitato il cervello, vedendo tutto ciò che lo attraversava, non dovrei essere io in imbarazzo?”

“Hai ragione, scusa.”

Una ragazza della sua età gli stava di fronte.

Era eterea, incorporea, eppure la vedeva: i capelli neri come la notte le fluttuavano attorno, gli occhi ansiosi erano un cielo limpido, pelle chiara, nasino e bocca disegnati, era bella nella semplice divisa scolastica.

Non sapeva che dire e gli uscì la prima frase che gli venne in mente: “Perché sei in divisa?”

La ragazza rise sorpresa: “Non lo so, ero vestita così l’ultima volta che ricordo, ero uscita da scuola.”

“Ma tu non sei italiana. Sara è Sarah, ecco perché mi sembrava che lo pronunciassi con la lingua arrotata! Sei inglese?”

“Sì, lo sono Dan. Non so come sia finita qui e non conosco l’italiano, ma a quanto pare ci capiamo, o io lo sto parlando grazie a qualche capacità acquisita.”

Dan sorrise: “Io me la cavo un po’ con l’inglese, ma andiamo avanti così, non vorrei dovermi ricredere sulle mie capacità. Sto sognando, sei nella mia testa?”

Sarah gli si avvicinò: ”Mi avevano detto che in sogno ci saremmo potuti vedere, ma solo se tu mi avessi accettata. Immagino quindi che ora mi tu mi creda..”

Dan alzò le mani, o un ricordo di esse, o una proiezione mentale corporea: “Ok, ti ho già detto che voglio dare una chance a questa storia, ma andiamoci piano, va contro tutto ciò che conosco. Sei viva o sei..” non riuscì a terminare, non voleva ferirla, era difficile.

Sarah si limitò ad alzare le spalle con aria afflitta.

Dan allungò una mano e le toccò un braccio in segno di conforto. Rimase incredulo per la sensazione realistica che provo al tatto.

Sarah stava trattenendo le lacrime, con lo sguardo che correva intorno per non incrociare quello di Dan, poi crollò, fiondandosi tra le sue braccia.

Dan rimase incerto, incapace di muoversi, non era bravo in queste cose. La cinse con un abbraccio goffo e la lasciò sfogare.

“Pensi che mi si bagnerà la maglietta anche in sogno?”

Sarah lo guardò da sotto, sorrise con le labbra un po’ incerte e lo strinse forte, evidentemente confortata dal suo calore.

Dan si sentì svanire, risucchiare.

“Che mi succede, non voglio lasciarti sola!”

Sarah lo guardò mesta allontanandosi: “Non preoccuparti, ti stai svegliando. Torna, ok? Non voglio più stare sola qui.”

Dan non riuscì a rispondere, fu tutto troppo rapido.

Sapeva di essere sveglio, ma voleva tornare a sognare, stringeva le palpebre cocciutamente, ma niente.

Si prese le ciocche tra le mani e tirò sospirando frustrato.

Non voleva pensare e avere la voce nella testa, non voleva sentirla prigioniera dentro di sé, temeva che si sarebbe aperto il cranio con un apriscatole in un impeto di pazzia lucida. Proprio adesso che sapeva di non essere pazzo.

“E adesso?”

Negazione-I racconti di Dan .2-


“Sei una testa di cazzo Dan!” Rocco non scherzava, “E non pensare di chiudermi la telefonata in faccia! Ti aspettavo sai! Stavolta non ho trovato storie da raccontare, perché indovina? Non mi vanno più le tue pallonate!”

“Ehi, calmati. Ok? Non ti ho promesso niente e poi, non obbligarmi a tirare fuori giustificazioni, non sono un bambino idiota! Non sono uscito, non sono venuto al pub. Mi dispiace. Ti faccio le mie più fottute scuse. Ora, se vuoi chiudermi la telefonata in faccia fai pure così torno a dormire e magari mi dimentico di questa telefonata..”
Ci fu un ronzio di fondo e poi Tut. Chiuso.
Dan si passò la mano tra i capelli, si massaggiò la faccia , stropicciandosi come fosse un cuscino da sprimacciare. Sospirò stanco e si lasciò cadere sul materasso.
Guardava il soffitto sentendosi sbagliato, terribilmente sbagliato.
Ci sarebbe stato mai un giorno buono? Un giorno in cui si sarebbe sentito un po’ meglio di uno schifo?
Gli uccellini cip cip cip, ma non faceva più effetto.
Nel petto la primavera bussava con tocco delicato e poi più forte, fino a percuoterlo, ma niente, la porta restava chiusa e lui dietro.
Andava tutto bene, tutto uguale a sempre, la solita menata, il solito tran tran di ogni giorno.
Avrebbe potuto mascherare il suo essere asociale scrivendo libri su qualcosa, oppure i fumetti, era bravo, lo sapeva,le sue tavole erano nascoste bene, non si sa mai.
Qualche volta il battito accelerava alla fantasia di diventare avventuroso, perdersi nel mondo, esplorare, fare qualche ricerca assurda, sarebbe stato il massimo!
Doveva recuperare la voglia.
Il diploma l’aveva scucito con la pietà, qualche soldo nelle tasche giuste e il desiderio del suo istituto di liberarsi di lui una volta e per sempre. La gente che parla da sola, o peggio che crede di avere un interlocutore inesistente, non è gradita.
I suoi non avevano insistito troppo perché si iscrivesse a una qualche facoltà.
Far finta di niente è un conto, vivere nell’utopia, non era proprio nel loro stile.
In estate si poteva fingere una pigrizia da recupero, come se avesse studiato per la matura.
Si grattò indolente, schioccando la lingua. Aveva l’alito fetente di chi si è appena svegliato con il bacio dell’ultima sigaretta del giorno prima.
“Mi romperanno la testa. Si può accettare i deliri, le pillole come fossero mentine, ma le sigarette per carità, non vorrai avvelenarti?”rise da solo scuotendo la testa.
Si alzò, camminando come un papero stordito si avvicinò alla finestra. Scostò le tende color panna, a gusto della madre, la signora del buongusto prediligeva i toni tenui.
Fuori la luce era già alta, buttò l’occhio sul comodino: le dieci.
Mi dispiace.
Si picchiò le tempie coi palmi delle mani, strizzando gli occhi per fare uscire qualcosa da sé che non voleva andarsene.
Buttò fuori i fiato e aprì la finestra: “Furia!” Poi un fischio lungo.
Nel giardino sbucò correndo un botolo di pelo fulvo e si posizionò scodinzolando sotto la finestra aperta.
“Bravo! Aspetta che mi do una sistemata e scendo, non ti muovere!”
Quello rimase lì, lingua fuori ansimante, mentre la coda batteva il terreno.
Dan prese jeans e camicia e si fiondò in bagno.
Il volto che si rifletteva nello specchio ovale non gli piaceva per niente.
Un ragazzo pallido, dagli occhi grigi e i capelli biondi, troppo lunghi. Era bello, lo sapeva, ma di una bellezza che non sentiva, non si accordava col suo interno. Sarebbe stato perfetto per un pianista, uno studioso, forse un ballerino o un cantante, ma non per un dannato come lui.
Si guardò imbronciato, ostile. Gettò la testa sotto il rubinetto aperto, l’acqua fredda gli dette la giusta sferzata. Molto meglio.
Svuotò la vescica aspettando che l’ultima goccia stillasse come l’essenza di Grenouille, ma l’essenza che sarebbe uscita dal suo alambicco non era cosa da catalogare, anche se Grenouille non avrebbe giudicato male in ogni caso.
Scese le scale di corsa, per non incrociare volti umani e perché fosse chiaro che non era in vena di scambi verbali.
Furia era lì, come da copione: fedele, felice solo per il fatto che Dan esistesse.
Furia!
Il cane scodinzolò con foga, sentendo il richiamo che Dan cercava disperatamente di ignorare nella sua mente.
“Amico no! Non puoi farlo, finirai impasticcato come me, te ne rendi conto?”
Furia gli leccò il polpaccio, ignorando il jeans che lo ricopriva.
“Non so ancora decidermi se sei un genio o uno stolto completo, ma non farmi più questo scherzo, intesi?”
Gli diede una pacca affettuosa sul fianco e si incamminò col botolo al seguito.
Si immerse nella musica che gli bombardava il cervello tramite gli auricolari dello smartphone.
Janie’s got a gun… gli Aerosmith erano sempre grandi, sempre giusti, perfetti per estraniarsi.
Dan sentiva in qualche modo di aver subito una violenza, era stato preso, sbattuto in quella clinica, impasticcato, analizzato corpo e cervello e si era dovuto difendere da sé con la menzogna, con la nebbia che gli offuscava la capacità di pensare.
Voleva solo correre lontano dal dolore, più lontano, ma stare in casa coi suoi, che con tutto l’amore del mondo avevano permesso quel dolore, non era esattamente il senso di libertà che aveva agognato.
Sua madre tollerava il suo risentimento come un inevitabile effetto collaterale della cura, il padre invece aveva la colpa dipinta in faccia, faccia che infatti teneva costantemente rivolta altrove, incapace di sostenere la delusione del figlio.
Quindi la voce che gli si era insediata tra i pensieri aveva ottenuto il suo isolamento, ed era ancora lì, lo sapeva.
Mi dispiace.
-Mi dispiace? Dispiace a me sentire ancora la follia che mi controlla!-
Non sei matto, e io non sono te. Tu mi senti, ti prego, ascoltami. Non è facile comunicare.
Dan si fermò, sul marciapiede con Furia che lo osservava seduto.
Mise in pausa la musica, staccò con stizza gli auricolari e li mise in tasca. Si guardò attorno, nulla. Solo le case residenziali di sempre, i muri di cinta alti, con le fronde verdi che sbucavano dal giardino.
Nessuno aveva assistito, nessuno poteva capire che lui sentiva una voce nel cervello.
Si prese la testa con le mani, in una morsa stretta. Voleva piangere, gettarsi in terra, senza più lottare, ma piangere senza ritegno.
Dan? Dan, ti prego, io esisto e non faccio parte di te. Tu non sei pazzo.
-Freud la penserebbe diversamente! Forse mia madre non mi ha allattato, non so, forse ho subito qualche trauma che non ricordo..-
Dan, smettila di compatirti. Tu mi senti, perché non lo so, ma sei la mia ancora di salvezza. Non negarmi, o non esisterò più.
-Ma che cavolo! Chi sei? Come faccio a sentire una voce femminile nella mia testa? Sei un tumore, una maledizione?-
Dan si incamminò verso una panchina nel parco oltre la strada.
Si sedette nella speranza di riuscire meglio a controllare il proprio gesticolare.
Furia cercò di saltare per stargli accanto, ma le sue zampette corte non glielo consentivano, così dopo un paio di tentativi sgraziati Dan lo prese e lo lasciò acciambellarsi col muso appoggiato sulla coscia.
“Sei il solito sportivo Furia! Non resisti al richiamo della natura tu, come farò a recuperarti per tornare a casa?” scherzò affettuosamente col cane, grattandolo in quel punto dietro l’orecchio che sapeva farlo sorridere come un bambino.
Dan? Mi dispiace per quello che ti hanno fatto, io non sono frutto della tua fantasia. Sono una persona, lo ero comunque.
-Come ti chiami, chi sei e perché mi dai il tormento?-
Mi chiamo Sarah, sono una ragazza e non so cosa sia successo, ma sono in qualche modo collegata a te. Non voglio tormentarti, ma non voglio scomparire in quel buio senza fine.
-Sara. Sei una sorta di fantasma? Devo credere alle fantasie popolari? Io non ho subito alcun trapianto, non ho fatto sedute spiritiche, non capisco come mai sento i fantasmi in testa!-
Non sono un fantasma! Non lo so perché mi senti, ma io ti sento sempre, so cosa fai, riesco a vedere coi tuoi occhi, no, in realtà vedo quello che pensi.
-Da quanto? Da quanto tempo va avanti tu e io, insomma.. tu nella mia testa.-
Non lo so, non ho più il senso del tempo, mi sono persa e non so che ne è di me. Mi rimani solo tu.
-Io ti ho sentita tre anni fa, me lo ricordo. Sono finito tra i pazzi e ancora non mi hai convinto che io non lo sia.-
Dan, sono felice che finalmente tu mi risponda, ho così tanta paura.
-Facciamo così, io provo ad assecondarti, ma se ricomincio a sentirmi pazzo, sarà meglio che tu sparisca, perché io non sono in grado di sopportarlo ancora.-
Furia aprì gli occhi e Dan pensò che avesse capito tutto, ma non poteva lasciare ogni razionalità alla deriva, si limitò a dargli una carezza.
Mi ricordo che andavo a scuola, studiavo molto perché sono ambiziosa. I miei genitori sono lprofessionisti, mia madre è un chimico e mio padre uno psichiatra.
-Ah, perfetto! Mi mancava lo psichiatra!-
Smettila! Io penso di avere avuto un incidente, non ricordo bene, mia madre piangeva, mio padre gridava, non era mai successo, mai e io avevo paura, poi il buio. E tu, solo tu.
Dan si passò le mani tra i capelli, mentre Furia si lanciò dalla panchina per atterrare con un colpo di voce sfiatato per l’impatto.
Si guardarono e lui sentì che quel botolo era quanto di più vicino a un migliore amico potesse desiderare.
-Sara, ma io non rimango mai solo? Tu sei sempre con me?-
Dan attese, ma non ci fu risposta. Pensò che se ne fosse andata, che fosse stata davvero un’allucinazione.
Non sono un’allucinazione, Dan. Devi credermi.
-Ok, ok, time out. Dammi tregua adesso, ci penso, tanto lo saprai.-
Dan si alzò, seguito da Furia che ombra felice zampettava con la lingua di fuori.
Dan pensava, pensava, senza cogliere concretamente il peso dei propri pensieri.
Sarebbe stato facile, sarebbe stato semplice accettare che uno spirito smarrito comunicasse con lui, piuttosto che venire a patti con la propria follia.
Temeva anche che ad ogni riflessione la voce lo interrompesse, ma in qualche modo la sua richiesta veniva rispettata.
Camminava e osservava e osservando pensava.

La voce ancora-I racconti di Dan .1-


“Non posso, non posso.. basta!”
Una mano sulla spalla lo fece sussultare.
“Ehi, avevi detto che era finita questa storia. Con me puoi parlare, lo sai.”
Rocco lo guardava con apprensione malcelata e lui si sentì cadere giù, in un pozzo nero.
Sfoderò il suo migliore sorriso e lo spinse via: “Smettila! Di che parli? Storia antica, va tutto bene. Non ti capita di caricarti un po’ prima di affrontare qualcosa che non ti va?”.
L’amico pareva scettico, ma decise di non insistere, se Dan non voleva parlarne, non avrebbe insistito.
“Comunque passavo per chiederti se ci raggiungevi al pub stasera, è da un po’ che manchi e non è lo stesso, lo sai!”
Dan si guardò le scarpe slacciate impolverate come sempre.
“Non lo so, vedremo, magari ti chiamo, po forse ci vediamo direttamente là. “
Rocco si alzò: “Suona impegnativo Dan! Fa’ un po’ come ti pare, ma non credere che ti permetterò di fare l’eremita ancora per molto. Ciao!”
“Ma va a farti fottere!” rise amaramente , mentre l’altro era già lontano,”Non puoi capire…”
Nessuno poteva, non ci capiva nulla nemmeno lui.
Erano stati anni duri, le voci, la negazione, lo sguardo degli altri la cosa peggiore e poi, le magiche pillole che lo sollevavano da ogni emozione. Avevano funzionato. Per il tempo di un’illusione.
Tutti ad armarsi per combattere il mostro che si dibatteva nel suo cervello.
Tutti a dir la loro, parole, sproni, pianti e urla.
Non poteva più sopportarlo, sapeva che le pillole erano una scemenza, non aveva nulla da curare, da estirpare forse.
Gli apparve una volta ancora l’espressione di sua madre quando l’aveva beccato col cacciavite premuto contro la tempia forte, il rivolo di sangue che gli sporcava la maglietta, mentre lei strillava, folle,più folle di lui.
L’ambulanza, cercare di spiegare, ma nessuno l’ascoltava, avevano già deciso. O accettava quella versione o sarebbero stati sorci verdi di quelli grossi.
A un certo punto aveva smesso di parlare, in quel posto asettico di sentimenti, ma carico di pensieri, pensieri che correvano come blatte sul pavimento.
Evitava di incrociare lo sguardo degli altri “ospiti”, da sempre la pazzia lo metteva in soggezione, se per quelli era lo stesso, meglio.
Non capiva perché doveva mandare giù le pillole, perché si sentivano tranquilli solo se la sua mente era sopita? E poi pretendevano di sondargli il cervello addormentato.
Non drogarti figliolo, ma se fai le bizze ti conviene imbottirti bene!
La seconda fase, quando aveva capito di essere solo, maledettamente solo, aveva deciso di uscire da lì, e come tutti, aveva recitato la sua bella panzana: stress, tanto stress, la scuola, i voti alti, competizione serata e la ragazza, ah sì, la ragazza che gli aveva spezzato il cuore! Il nome? Il nome… si chiamava, ma sì, certo che è vero, si chiamava Susi, era che non gli andava di ricordarla e anche loro recitarono la loro parte bene, se era credibile potevano fingere di credergli e spedirlo a casa: un altro ragazzo rimesso in sesto.

I minatori di Haper-I racconti di Lara e Ruben.10-


” Beh, se il bell’addormentato ce lo concede, direi che è ora di muoverci!”

“Gorgo, attento che il bell’addormentato non ti tiri un calcione sulle caviglie!”

“Oh Lara, ti ci metti pure tu? Non sono io che sono basso, è lui che si è dimenticato di fermarsi in crescita..”

Ruben le cinse la vita e lei, per la prima volta, non lo cacciò via in malo modo.

Ruben era felice di questo progresso e non pensava ad altro, mentre Lara si disperava in cuor proprio per il tempo che scorreva inesorabile, consapevole di non poter fallire la propria missione.

“Capo?”

“Sì Gorgo, procediamo, abbiamo preso tutto, il tempo regge, farà freddo e dovremo prendere animali di grossa taglia la prossima volta.”

“Sì capo, Brocco mi basta giusto per farmi un paio di calze.” Il gigante rise sguaiatamente, mentre la trecciolina di capelli scuri sferzava l’aria.

Ruben scosse il capo offeso: ” Brocco non si tocca, piuttosto con quel fiocchetto rosa potremmo farci un bell’abito per la mia signora:”

“Giù le mani ragazzo! Il fiocco non si tocca e la signora non è tua. Suo padre non approverebbe. Scusa capo.”

Lara si immobilizzò e istintivamente allontanò le mani di Ruben che la cingevano.

“No, non preoccuparti Gorgo. Io non sono una signora, sono un guerriero, porto avanti la missione che mio padre mi ha assegnato, altro non conta per me.”

Gorgo la guardò tristemente, facendole capire che sapeva, facendole ricordare che era altro e molto di più, ma lei gli lanciò uno sguardo di avvertimento.

“Che succede? Sei troppo nervosa quando si parla della missione Lara.”

“Oh, solo perché potremmo perdere la libertà, perché il nostro popolo continuerebbe a morire se noi fallissimo?”

Ruben si fermò, con la posa arrogante che assumeva quando faceva il bullo al villaggio: piedi ben piantati e braccia conserte, sorriso obliquo e risatina di scherno.

“Lara, pensi che sia completamente stupido? Ti sto dicendo che ho capito che c’è altro che ti preoccupa e non c’entra col popolo.”

“Non puoi capire e poi non ha importanza, non più. Andiamo.” E così dicendo si avviò.

Gorgo e Ruben la seguirono in silenzio con Brocco a chiudere la fila.

Il clima si stava facendo più rigido, avevano calcolato di raggiungere entro sera un piccolo villaggio di minatori, così da pernottare al caldo e sondare gli umori della gente.

Camminavano di buona lena e parlarono poco, sentivano all’improvviso tutto il peso della missione, e ognuno rifletteva sul proprio ruolo cercando di affrontare le paure che covava.

Giunsero al villaggio all’imbrunire. Un cartello sulla via principale recava la scritta incerta Haper.

“Non mi pare sia cambiato questo posto.”

“Tu sei già stata qui?”

“Molto tempo fa, da bambina.”

Ruben ridacchiò: “Oh, il luogo ideale per una fanciulla!”

“Meglio qui che Città Sacra.” e Ruben si ammutolì.

Il villaggio era composto da casupole di legno imbiancate che si affacciavano sulla strada principale di terra battuta, la quale proseguiva tuffandosi nel bosco.

Gorgo si sfregò le mani, “Io qui ci voglio stare il meno possibile, forza, affrontiamo questi fanatici.”

“Che intende?”

“Vedrai Ruben, andiamo.”

Raggiunsero un catapecchia da cui fuoriuscivano voci sguaiate. “Sicuramente è il pub del paese e la gente a quest’ora ha già bevuto a sufficienza.” Lara era nervosa. Entrò con passo lungo nel locale seguita da Ruben, mentre Gorgo attendeva fuori, Brocco accanto a lui, immobile.

I minatori si voltarono squadrando i due ragazzi e un silenzio opprimente prese il posto dell’aria nel locale.

Lara proseguì e raggiunse il bancone, si appoggiò  e ordinò due birre.

“Niente birra.” Rispose con disprezzo il barista.

“Niente scherzi.” Lara allungò il braccio e gli prese la gola con forza, lui fece per colpirla, ma Ruben scavalcò con un balzo il bancone e gli fu alle spalle trattenendolo.

“Cosa volete?”

Gli uomini si erano alzati tutti, ognuno impugnando la propria arma, lame affilate che potevano sbudellare una persona con un colpo deciso.

“Alloggio, un pasto e informazioni.”

“Io dico che farete meglio a tornare da dove venite bambocci!” gridò un uomo dai capelli lunghi e dal volto coperto dalla barba incolta, nera come la pece. Gli occhi scuri come il caffè scrutarono Lara e lei sussultò.

“Noi abbiamo bisogno di alloggio, la gente sta morendo al sud, la situazione è grave. Domani proseguiremo il nostro viaggio.”

Ci fu silenzio, i minatori si guardavano l’un l’altro, poi il barista parlò con tono accomodante:”Dai ragazzo, lasciami.”

Ruben attese il permesso di Lara che acconsentì con un cenno.

“Dovete capire che qui non amiamo gli stranieri, verso nord vanno un sacco di disperati, a volte assassini assoldati contro il Primo Governatore, ci sono intrighi da cui vogliamo stare fuori.”

Un vecchio dalla barba ingiallita, simile a vello di pecora assentì: “Noi non amiamo visite, ma accettiamo chiunque voglia lavorare sodo. Qui si suda, ma il passato viene cancellato ad ogni colpo di piccone, ci facciamo gli affari nostri, capite.”

Ruben si rilassò e Lara ringraziò. “Chiunque ci conceda un pasto e un giaciglio avrà la mia gratitudine e la nostra protezione.”

L’uomo dalla barba nera si schiarì la voce: “Noi ci proteggiamo bene da soli, ma vi ospiterò per questa notte, accontentandomi di un po’ di gratitudine senza bisogno di aggiungere altro. Seguitemi.”

Salutarono gli altri minatori e uscirono nel freddo della sera.

“Ciao Gorgo.” L’uomo salutò il gigante che strinse gli occhi e poi sorrise.

Ruben alzò le spalle sempre più confuso, ma Lara rimaneva in silenzio.

L’abitazione del minatore consisteva in una casetta di assi di legno, tinta di bianco, modesta, ma pulita.

Entrarono, tutti, nonostante la difficoltà di Gorgo.

Il minatore distribuì pane e formaggio, fissando Lara con insistenza. Ruben si sentiva sempre più nervoso.

Lara teneva gli occhi bassi.

“Allora Safira, quanto tempo è passato?”

Lara alzò lo sguardo, il volto rigato di lacrime.

“Una vita fa Rock.”

 

 

 

Ruben e Dan


Ho passato i miei momenti dietro a Ruben e non vedo l’ora di tornarci, ma devo attendere la fine dell’estate, perché troppa gente, troppi intrecci e non posso ingarbugliarmi da sola, braccia e gambe!

Ora Dan sta uscendo fuori e da scontroso se la ride pure! Un tantino irriverente, gli si sveglia l’ormone al ragazzo e pure la moto! Lasciamo perdere..

Sono innamorata del suo botolo, e che!  non ridere.. il suo cane intendo! Un bellissimo barilotto dal pelo fulvo e come si chiama? Furia!

Insomma c’è Sarah ed è complicato, non si capisce bene.. un’illusione, una follia, una malattia o davvero un’entità esterna in grado di comunicare con Dan?

C’è stato un incidente.. i ricordi sfumano e poi la casa in montagna, qualcuno ci ha messo piede, ma loro non ci stanno pensando per niente.

Vedrò, prevedo tanti altri giorni di tap tap tap sulla tastiera e poi Lara e Ruben qui, mica me li scordo, perché ho già detto, anzi scritto che mi basta che una persona abbia desiderio di leggerne e io ne scriverò.

Torno da Dan, musica relax e se non mi interrompono ogni tre secondi, cerchiamo di concludere la giornata, di questo passo mica ci credo!

Ciao