Ricominciare


Dalle tue parole asciutte ho capito: una folata di vento e si sono serrate finestre e porte, per poi sbattere ad ogni insulto, ancora e ancora. Sbam, Sbam, Sbam!
Ti ho guardato dormire , il tuo volto sul cuscino, mai sereno, neanche nel momento del riposo.
Guardandoti ti ho odiato e dopo anni di immobilismo, come un prurito impossibile da lenire, ho sentito il bisogno imperioso di alzarmi subito e gettare le mie cose in due valigie. Ho pensato di lasciarti così, senza parole, ormai sono state spese tutte, ma per avere la certezza che tu capissi subito, ti ho scritto due righe.
Vado per non tornare, perché qui non c’è nulla per me, nessuno. Fai ciò che ti pare.

Col cuore in gola ho cercato il primo treno che mi portasse a casa, la prima che ho chiamato tale. Per niente al mondo sarei tornata lì, ma avevo bisogno di una base da cui ripartire.
Seduta tra quei volti stranieri, ho sentito un’emozione intensa, un solletico intimo, la paura e la gioia di nuove opportunità.
Non mi importava nemmeno ciò che mi avrebbe detto mia madre. Sono adulta, posso decidere e ho il diritto di cadere. L’hanno fatto tutti nella mia famiglia, è un tratto distintivo. Ora, è il loro turno di aiutarmi.

Con questa convinzione mi ritrovo sull’uscio di casa, tremante e indecisa. Sto solo rimandando un confronto che mi disturba.
“Pensi di restare lì per molto o hai intenzione di farmi compagnia per un bel coffee come piace a noi?” Esordisce mia madre aprendo la porta senza battere ciglio, né prendere respiro. Mi commuovo un momento, per la traccia di tenerezza che c’è sempre per me, nonostante il tono burbero.
Provo a parlare, mi rassegno invece al mio essere fragile e mi tuffo tra le sue braccia, in cerca del suo odore e della forza che ricordo da sempre. L’invecchiare l’ha resa ancora più stoica nel contrasto tra il corpo più gracile e un’aura di sicurezza che appartiene solo a chi ha superato le sue battaglie. Vinte e perse.

La cucina odora di caffè come sempre. Sto per rimproverarla, perché ne beve troppo davvero, mi limito a rilassarmi e recuperare finalmente quel respiro che credo di aver trattenuto per una decina d’anni.
Mi guarda, lasciandomi il tempo di ritrovarmi e intanto sento tutte le sue domande, come se avessero preso voce. Continuo a respirare caffè in attesa che la moka  produca nuovo nettare nero.
“Non torno indietro mamma.” Sento il bisogno di chiarire subito.
“Lo so. Speravo non fosse così grave. Sai che è un brav’uomo. C’è sempre stato per te, ha lavorato per te.”
Sto per saltare sulla sedia e urlare, soprattutto perché è vero, detesto di essermi ridotta a lavorare in casa per anni, senza aver costruito nulla. Per una vita di coppia in cui il mio valore si è svalutato ad ogni minuto.
“Questa è una scelta che abbiamo fatto in due e che ha funzionato per anni. Ovviamente, il problema adesso è mio. Chi mi assumerebbe? Per fare cosa?”
Mi prende un senso di disperazione. Ho il terrore di non potermela cavare.
Mi madre si schiarisce la gola, seccata. “Intendo dire che è un brav’uomo, ma non è l’uomo per te. Se mi concedi, troppo arrogante, seppur generoso. Non sono convinta che ti abbia apprezzata davvero, al di là dell’attrazione fisica. Questo mi è sempre sembrato evidente.”
Ha ragione. Lo volevo perché gli piacevo, ma del mio carattere sopportava poco o niente. Delle mie idee era contento solo se avvaloravano un suo pensiero. Il suo ego o meglio, le sue insicurezze erano troppo per lasciarmi posto. C’è sempre stato il mio bagaglio ingombrante, il mio dolore, la mia storia. Un ingombro di cui non tener conto.
“Il problema è che quando faceva lo stronzo io perdevo ogni interesse per lui. Poi, un gesto carino, un po’ di attenzioni e mi sentivo di nuovo presa da lui. Un’altalena che ci ho messo troppi anni a detestare. Non provo più rispetto, non mi fido di lui. Non è limpido e per fare come crede meglio, omette molte cose. Insignificanti, ma per me fondamentali. Lo trovo manipolatore. Forse solo troppo presuntuoso.”
Restiamo in silenzio per il tempo di sorseggiare il caffè.

So di aver preso la decisione giusta. Guardo fuori dalla finestra. Molte cose sono cambiate da quando mi affacciavo bambina, con la mente carica di sogni e aspettative e un bisogno disperato di appartenere.
Ho deciso di appartenere a me stessa, come mai prima.

Il gallo inglese.


La giornata prometteva pioggia.
La sentiva nelle ossa, prima ancora di aprire gli occhi, nello squallido stanzino umido dell’ostello inglese.
Il bisogno di alleggerire la vescica era opprimente, ma avrebbe significato alzarsi, vestirsi e percorrere il corridoio fino alla stanza da bagno, in fondo.
Certo, un bagno in comune con gli altri ospiti…
Fucking awesome!
Si rotolò nelle lenzuola appiccicaticce , puntò coraggiosamente il naso fuori dal calore scarso delle coperte e l’odore di muffa lo sconfortò.
“Tanto vale alzarsi una volta per tutte.”
Con velocità e precisione eccellenti si lanciò sul maglione e sui jeans lasciati sulla sedia la sera prima. Se li infilò sul pigiama. Già, qui doveva indossare un bloody pigiama, perché la pensione in cui pernottava era l’unico posto in tutta Inghilterra senza riscaldamento! C’era il caminetto, mister, se gradisce!
Comunque, quando scarseggia il contante c’è poco da lamentare.
L’avrebbe trovata, l’avrebbe cercata fino a farsi sanguinare i piedi, ma avrebbe recuperato i suoi soldi!
Infilati i piedi nelle luride scarpe sportive, prese l’occorrente per la doccia e si affrettò, nella speranza di arrivare prima di quello studente con la stazza di un gigante troppo nutrito.
Avevano quasi gli stessi orari e la gentilezza del ragazzone lo metteva a disagio, perché avrebbe preferito fosse un rozzo semi-analfabeta, così avrebbe potuto sfogarsi, rivalersi in arroganza e arguzia.
Sì, lo sapeva di avere le sue cose irrisolte, chi non le ha?
Invece, quell’orso biondo gli sorrideva sempre, si scusava sempre, perché poi?  Insisteva che usasse prima lui, mister please, il bagno. Tanto all’Università sarebbe arrivato in tempo.
Il mister quindi accettava e non osava confessare di non avere fretta, se non quella di braccare la bastarda e recuperare il maltolto.
“Non c’è.”
Bene, vero?
Visto? Non c’era bisogno di agitarsi tanto, mica il loro incrociarsi ogni mattina era scritto su contratto e siglato col sangue!
Avrebbe dovuto sbrigarsi in ogni caso, non fosse mai che il gran palestrato si svegliasse tardi e avesse bisogno con urgenza del bagno!
Entrò risoluto nella stanza e richiuse la porta, ovviamente senza chiave, perché la signora vedova della pensione aveva il terrore che gli ospiti avessero un malore in bagno. In effetti il marito era morto così, la buonanima, e Mrs. Johnes aveva dovuto far buttare giù la porta per soccorrerlo!
Preso dall’immagine della povera signora in preda all’isteria, si spogliò con la destrezza dell’abitudine dei gesti quotidiani e si rallegrò che la stanza fosse calda. Finalmente, la stufa era stata accesa di buon’ora!
Si voltò e aprì l’anta scorrevole della doccia.
“Fuckin’ Hell!”
L’orso palestrato…
Biondo, grande e soprattutto grosso!
Quanto…? No way!
“I’m sorry, so sorry!”
Lo diceva e ripeteva, ma la mano sembrava morta lì, inchiodata all’uscio della doccia e i suoi occhi incollati alle fattezze dell’imbarazzatissimo studente nerboruto.
“Hey, mate?”
Finalmente si decise a sollevare lo sguardo e con un sorriso sghembo si scusò. Ancora.
In quel momento, solo in quel momento si rese conto d’esser nudo e non volle fare connessioni bibliche. Gosh!
Se ne accorse infatti dallo sguardo della’altro che nel suo sconfortante disagio occhieggiava le sue pendule e più intime fattezze. Insomma, semi-pendule, perché era appena sveglio, ancora non aveva alleggerito la vescica, insomma… Si sa!
Finirono per ridacchiare, entrambi, un po’ isterici.
Finalmente, con l’ultimo giro di scuse, si accinse a chiudere la doccia.
“Non serve che tu esca, ho finito, devo solo sciacquarmi.”
“Non so, ti ho già disturbato abbastanza.”
“Insisto, fa un cavolo di freddo assurdo lì fuori. Ormai non c’è molto da nascondere, no?”
“Eh già, hai ragione pure tu. Ti spiace se faccio pipì? Non ce la faccio più.”
“No, tranquillo. Non ho questi pudori. Ho tre fratelli.”
Niente pudori, eh? Ve bene, ci credette, quasi.
“Io ho solo una sorella. Stronza, per cui non sono cresciuto con altri maschi in giro per casa. Mio padre era riservato e pudico. Però, non so perché, io non lo sono affatto.”
Il ragazzone rise mentre usciva dalla doccia nella sua glorio.. nella sua imponente nudità.
Ci mise il suo tempo ad afferrare l’asciugamano appeso dietro la porta e non se lo avvolse subito attorno, ma si limitò ad asciugarsi con movimenti energici e ciondolamenti pesanti.
Beh, l’imbarazzo evidentemente era colato giù, con l’acqua della doccia!
Perciò anche lui si prese il suo tempo per alzarsi, stiracchiarsi e con un occhiolino infilarsi nella doccia.
Sentì la risata calda del ragazzone prima di aprire lo spruzzo d’acqua.
Forse quell’ostello non era poi così freddo.

 

 

pulviscoli


E’ nel ventre che vive e si espande la tenerezza.
La furia nella testa, nel petto l’incertezza.
Sulla pelle scrivi e riscrivi la mia storia.
Ti piaccio silenziosa, fuori dal mondo, sospesa.
Un bacio posato sulla spalla mi consola, mi appassiona,
ogni certezza è una bandiera esposta?
Meglio il nulla della marea impietosa,
meglio sola che in balia della corrente.
Eppur non so isolarmi, non so guardarmi
in assenza di te.
La vita altrui racconta: c’era una volta…
e parla di me.

Il primo incontro


Nel locale in cui spesso faccio colazione, c’è un’atmosfera intrigante. Mi cattura la luce calda che inonda la stanza senza violarla. Tutto è accogliente. Dal mobilio semplice, in legno color pastello, alle lavagnette con le scritte colorate dai gessetti.
Mi rintano qui, trovo un sorriso e un angolo di pace.
Da un po’ mi chiedo chi sia quel sorriso. Non me lo tolgo dalla testa.
Cerco il coraggio di chiedere ai proprietari, ma non lo trovo da nessuna parte.
Il coraggio è una caratteristica che non mi appartiene.
Quindi, mi risolvo di accontentarmi rubando qualche sguardo a quel volto particolare.
Una foto appesa insieme ad altre. Sono evidentemente parte della memoria e della vita della coppia che possiede il locale.
Mi sento così stupida!
Come si può invaghirsi di una persona che si è vista solo in foto?
Nulla di strano per me.
Passo le giornate scrivendo storie che funzionano abbastanza bene, sulle pagine.
Ho avuto una giusta intuizione e ora ho dato via, mio malgrado a una serie infinita di racconti che sono piuttosto apprezzati.
Non me lo spiego, non ci provo neanche.
Immagino che i miei sogni e la mia fantasia incontrino i desideri di altre persone diverse da me.
Tutti sono diversi da me, non in senso filosofico, ma realistico.
Oggi, devo essere rimasta più del solito a fissare quel volto nella cornice, perché il titolare mi ha sorriso con condiscendenza, quando sono andata a pagare la consumazione.
L’ho fissato col mio migliore sguardo da ebete, senza capire il suo sorrisino arguto, finché è scoppiato a ridere. Dritto in faccia a me, fragorosamente. La mia mortificazione non si può quantificare.
Ho incassato la testa nelle spalle e l’ho guardato di sottecchi.
“Non mancare sabato. Torna a casa. Lo vedrai di sicuro, se passi il pomeriggio qui.”
“Chi, io,ma poi, perché?”
Lui mi fa l’occhiolino.
“Perché dici? Vedrai. Fidati di me. Tutti hanno da giocare la loro carta una volta nella vita.”
Mi scappa un sorriso, perché è il gesto più gentile e affettuoso che ricevo da troppo tempo.
Annuisco commossa.
“Ci sarò.”

***

Entro di soppiatto, mi sento in imbarazzo, ma il titolare e la moglie mi salutano concitati e perciò non mi resta che arrendermi e andare loro incontro.
Mi sorridono come sempre e mi abbracciano anche.
Non sono abituata e sento la pelle troppo aderente, se avesse una zip, ne uscirei.
“Non essere nervosa, dai. Vai al tuo solito posto e scegli cosa vuoi bere e mangiare e rilassati.”
“Va bene, grazie. Vorrei un Earl Grey e una fetta di quella bellissima crostata.”
“Lo sapevo, mio marito pensava avresti optato per la torta di mele, ma io conosco la mia ragazza.”
Mi pizzicano gli occhi.
Sono così sfigata che con poche parole questa donna meravigliosa si porta via un pezzo del mio cuore. Lei mi sorride comprensiva e mi spinge dolcemente verso il mio posto.
Il tempo scorre lentamente e piano piano la mia agitazione cede il passo al conforto che trovo sempre in questo posto.
Mi godo il momento, mentre batto i tasti ispirata sul mio portatile.
Un fremito mi scorre lungo la schiena.
Mi sconvolge, un’emozione così intensa e inattesa.
Mi blocco di colpo e sollevo lo sguardo sul sorriso più bello che abbia mai visto dal vivo, ma che ormai conosco così bene.
Il sorriso si distende.
“Finalmente ci conosciamo.”
Vorrei dire che mi sono alzata con fare elegante, sorridendogli a mia volta e presentandomi con voce carezzevole.
Vorrei tanto.
Sono invece rimasta ghiacciata sul posto, con la bocca spalancata in una O oscena e battendo le palpebre, come in attesa di una qualche sorta di miracolo.
Il suo sorriso vacilla, mi guarda incerto in attesa.
Potrebbe attendere per sempre, io sono una causa persa.
Mi guarda e io mi sento avvolgere dalle fiamme, so di essere paonazza dall’imbarazzo.
Mi osserva ancora e poi scoppia a ridere, forte, ma così forte, che tutti si voltano e ogni volta che cerca di calmarsi, mi guarda e torna a ridere.
“Oh… io, ecco, io. Sì, ciao.”
Faccio per alzarmi e incrocio la caviglia con la gamba della sedia, mi prende il panico e prego di non cadere, ma non ho pregato nel modo giusto perché cado rovinosamente e fragorosamente a terra, sul sedere.
Lo guardo e sento con mio orrore che non sono in grado di frenare le lacrime.
Sono totalmente sopraffatta dalla vergogna.
Proprio quando penso che ora lui abbia ragione di ridere di me, lui si lancia verso di me e si accovaccia prendendomi le mani.
Il suo sguardo è preoccupato.
“Non è nulla, perdonami ti prego. Sono stato uno stupido, ma quando sono nervoso, non do il meglio di me. Che dici, riproviamo?” Mi sorride e mi aiuta a sollevarmi.
Mi sento un calore dentro, meno violento di prima e più avvolgente.
“Sì, scusa. Anch’io ero nervosa.”
Restiamo per ore a chiacchierare, mentre quelli che scopro essere i suoi zii ci ruotano in torno convinti di essere discreti.
Ma non cambierei nulla.
Il nostro primo incontro è stato perfetto.

Come fosse già sera.


Il vento abbatte le difese degli irriducibili.
Trapassa le barriere e s’infiltra nelle ossa, scuotendoti dalle fondamenta.
Così fischiava tra le colline, mentre i ragazzi rincorrevano il pallone rapido.
Le finestre si chiusero una dopo l’altra, per forza di mano o perché obbligate dall’irruenza della folata rabbiosa.
Un colpo di porta, qualcosa che crolla e rotola.
Il cielo si fece scuro, cupo, mentre le ragazze strillavano rientrando di corsa nelle case illuminate, come fosse già sera.
I vecchi se la prendevano comoda, il vento non li spaventava mai, li annoiava tutt’al più .
Grida di madri affannate e il pallone rotolò giù, finalmente libero, mentre i ragazzi si affrettavano per evitare una sberla.
Chi di fretta, chi con rassegnazione, ogni abitante si ritirò nel calore della propria abitazione.
Tutti.
Il vento si indispettì e gridò più forte.
Nessuno rispose, nemmeno quel capo chino avvolto dalle ombre; seguitò a camminare tra i vicoli del paese, fischiettando indifferente.
Cadevano i vasi dai balconi, le porte tremavano, i cani guaivano spaventati e quella figura scura passeggiava placidamente.
Il cielo si tinse d’inchiostro e un boato esplose oltre l’orizzonte.
Il vento si gonfiò, si contorse e si lanciò con forza feroce sollevando l’uomo come fosse una silhouette di carta velina.
Grida disperate eruppero da ogni cortile e su per le colline, dentro le crepe nei muri, si immersero in ogni fessura.
La popolazione immobile in un solo palpitante cuore, tratteneva il fiato.
Terrore.
Il terrore gettò il capo indietro e rise, rise così forte, trasportato dal vento che coprì quasi le urla atterrite.
Quasi.
Che ne fu di quel paese, non so.
Tra le colline c’è solo un pallone che corre, su e giù, dal tempo che fu.

Creatura


E perciò ho saltato.
Lo so, sarei potuto uscire dalla porta, ma dovevo rovinare sul cespuglio di rose maledetto.
Non ce la facevo più, c’è poco da spiegare. Ho perso la testa, mi sono infilato le scarpe e la giacca e … ho saltato.
Mi sento stupido, mentre perdo la forza della disperazione e i muscoli iniziano a rallentare.
Sono contratto, dentro e fuori.
Conficcare le unghie nel tronco dell’albero su cui mi appoggio, mi fa sentire più saldo.
Che poi si stiano spezzando, mi dà più sollievo.
Sollevo la mano e incantato osservo il sangue che scorre.
Non resisto e scorro con la lingua il contorno delle mie dita, raccogliendo il nettare prezioso.
Rosso.
Vedo rosso e il sangue pulsa potente nelle vene.
Ho un solo richiamo e lo seguo.
Corro, senza tempo, senza meta, corro e non sento le suole aprirsi sotto le piante dei miei piedi scorticati.
Corro tra i crampi, sobbalzo, cado e riparto, in realtà non mi fermo, neanche inciampando, mi spingo sulle mani e riprendo velocità.
Sento il sudore asciugarsi sulla pelle, lo sento freddo, rabbrividisco, dal contrasto col calore che mi brucia dentro.
Sono imbrattato di fango e corro, sento le spine conficcarsi nei piedi, sento la pelle lacerarsi e corro.
Di colpo, senza preavviso, il fuoco che mi divora si spegne e io semplicemente crollo, sul posto.
Per la prima volta, da quando sono impazzito, mi guardo intorno.
E’ buio, un buio livido, un grumo di sangue rappreso, nero.
A proposito di sangue, sollevo le mani e rabbrividisco: molte delle mie unghie sono saltate, strappate, altre spezzate e sollevate. Non scorre più sangue, è rappreso, come un guanto a coprire le mie mani.
Come le vedo, mi chiedo?
So che è buio, eppure vedo il mio stato di disgrazia.
Fa freddo?
Non lo so nemmeno.
Mi raccolgo, chiudendo le braccia intorno alle ginocchia intorpidite.
Sollevo lo sguardo al cielo.
Ho bisogno di risposte.
Cerco un senso, mentre anticipo il panico che sta montando in fondo al petto.
Non mi chiedo più chi sono, mentre passo la lingua sulle punte delle mie… zanne.
Cosa sono?

 

Il villaggio. Le scoperte di Borg


“Eccomi padre.”
L’uomo cui somigliava così tanto, lo osservava dal lato opposto della stanza. L’espressione imperscrutabile, il volto drappeggiato dal bagliore delle lingue di fuoco che danzavano vivaci nel focolare.
Per la prima volta Borg non si sentì piccolo. Era abbastanza intelligente da non sottovalutare il padre, l’uomo era così rigido nell’applicazione delle regole da essere crudele; eppure non c’era altro, il padre era rivestito di una minacciosa intolleranza, ma sotto, tolta la corazza, non c’era altro. Niente.
Brad, al suo fianco era nervoso, lo sentiva nel suo respiro, nel suo cercare il contatto.
Il ragazzo si raddrizzò nella sua imponente figura, finalmente sicuro di sé, delle sue scelte, delle sue capacità.
“Avvicinati.”
Si mosse con misurata lentezza, intenzionato a farne una questione di scelta, piuttosto che di ubbidienza.
“Tu no, tu vai in camera ragazzo. Studia.”
Brad sussultò e con un cenno si allontanò.
Incredibile che pensasse che la sua presenza fosse in qualche modo d’aiuto al fratello maggiore, ma questo sciolse un po’ la tensione interiore di Borg. Tanto tempo perso a cercare di piacere a quest’uomo disprezzando chi invece per lui c’era sempre stato.
Lo stupì scoprire di superare in altezza il padre imponente.
“Sei cresciuto ancora. Sei forte. Non vorrai buttarti via dietro a quella ragazzina?”
Brad per poco non soffocò con la propria saliva. Ragazzina?
“Oh, intendi Brenda?”
“Mi sbaglio forse?”
“Non è che un’amica innocua padre. Il figlio del pescatore mi sta aiutando con lo studio ed è una sua cara amica. Perciò può capitare che si stia insieme.”
“Kajey. Quel ragazzo è molto intelligente, un vero peccato. La sua famiglia è troppo umile, non ha speranze. Non è una cattiva idea la tua però. Solo un uomo che aspira a grandi cose capisce di avere bisogno di altre persone. Tu sei destinato per nascita a onorevoli incarichi, ma l’intelligenza del tuo amico va sfruttata per il bene della comunità.”
Borg si sentì nauseato. L’approvazione del padre per l’utilità di una sua amicizia con Kajey era deprimente.
“Borg, ragazzo, dobbiamo risolvere il problema del fratello. Non va bene. Non va affatto bene. Ho una certa influenza coi Savi. Posso consigliare una buona posizione per te e l’altro ragazzo come tuo consulente, ma quell’altro è così femmineo che io credo getterà una grande macchia sull’intera famiglia.”
Borg si sentì morire. Aveva un desiderio insano di prendere a pugni quel volto così simile al suo.
L’avrebbe trasformato in una maschera di sangue fino a non poterlo riconoscere più.
Si vergognò della violenza di quei pensieri e riprese il controllo delle proprie emozioni.
“Padre, ti assicuro che è un bravissimo ragazzo.”
“Lo so figliolo, lo so benissimo. Si è decisamente comportato egregiamente. I suoi voti sono eccellenti. Il fatto è che la sua devianza è immorale, inaccettabile. Non è nulla di cui dobbiamo preoccuparci. Dovrò però faticare di più per lasciare Kajey come tuo consulente.”
Borg sospirò impercettibilmente.
“Padre, sei certo che mi daranno l’incarico che speri?”
Il padre lo scrutò per un attimo in silenzio e poi quasi sorrise, quasi.
“Certo, lo so da sempre. Non avere dubbi, soprattutto ora che il tuo comportamento è tornato sulla retta via.
Devo ammettere che le tue nuove amicizie ti giovano. Bada bene però a non fidarti di quella ragazzina. Il suo sangue è maledetto. Inevitabilmente troverà il modo di esprimersi. Mi spiace per il tuo amico, se questo è il suo destino.”
“Sì, padre.”
Il padre sembrava soddisfatto.
“Vai a cenare, tua madre, quella povera testa sciocca, si è molto preoccupata per te. Le basterà un po’ della tua compagnia per tornare felice. E’ solo una donna, non pretendere che capisca di altre cose che non siano la famiglia e la casa. In questo però è la migliore.”
Poteva essere così ottuso? Eppure doveva pensarlo veramente.
“Certo, padre. Vado.”
“Bene.” con una paterna pacca sulla spalla, il padre lo congedò.
Borg entrò in cucina riluttante, questo era peggio del confronto col padre.
La donna gli si gettò addosso con un gridolino di gioia.
“Borg, mi ero tanto preoccupata!”
Istintivamente la voleva allontanare, ma si trattenne, ripensandoci e la strinse a sé.
Capì che gli sarebbe mancata, fu come una rivelazione.
Sentì una stretta al petto e la strinse di più. Conservò il suo odore, quello che da piccolo sempre l’aveva confortato.
Si pentì di non averle dato quel po’ di attenzioni che sarebbero bastate a renderla felice.
Sarebbe stato un uomo migliore.
Uno degno di un eroe.