Il ritorno.Tra le braccia della vita


 

Seguendo il naso trovò la scia. Aveva vagato per giorni, dimentico della fame, se non per i morsi, dimentico delle ferite, se non per le fitte, dimentico di sé e dei posti, se non per un’acuta nostalgia.

Gli scarponi rotti, il volto scavato bruciato dal sole, vent’anni e non sentirli, sentirne cento e tutti caduti dal cielo! Ognuno per la sua strada, come nulla fosse, come una gita finita per il maltempo, invece di una guerra cessata nella distruzione. E ora? Sapeva di dover morire, ormai l’aveva messo in conto, da prima ne era stato terrorizzato, tra fame, fughe, volti e corpi familiari travolti dai colpi di fucili indistinti, ma da un sicuro furore e poi, l’abbandono di tutto, di una vita certa nell’incertezza che si prepara alla guerra, ma era l’unica vita che aveva mai conosciuto e le armi fra le mani, così fredde e pesanti. Aveva appena avuto il tempo di sfiorar un morbido seno e poi lì, a sparare e sperare di restare vivo.

All’inizio si era tutti ben rasati, come soldatini al gioco, tutto chiaro e ordinato, poi.. la guerra, certo Grande lo era, spaventosa, impietosa, solo raffiche di mitra nelle orecchie, per giorni, portandolo alla follia, molti erano usciti pazzi e rispediti al fronte a farsi finire. Bambole di pezza, pensava. Lui era troppo sano e solido per cedere, una ribellione interiore lo sosteneva, era colui che ubbidiva meglio, combatteva meglio e meglio si muoveva in ricognizione. Uno solo era il segreto, una sola motivazione: la ribellione. Non gliene fregava niente della Patria, e nemmeno dello squadrone, al massimo aiutava chi gli stava simpatico. Nessun onore lo muoveva, solo una rabbia profonda, un senso di ingiustizia immane. Portava a segno ogni missione per avere salva la pelle e scoprire un giorno il significato di vivere. Voleva vivere disperatamente e aveva deciso così che non gli sarebbe più importato di morire. O vivere libero o morire combattendo, non c’era alternativa nella sua mente, aveva già vissuto il terrore della rappresaglia, ora voleva essere libero, a costo di esserlo da sepolto.

I suoi passi zoppicanti segnavano il sentiero di terra battuta, col fucile a mo’ di gruccia, un cappotto liso e logoro, inadatto alla stagione ormai calda, ma lui era tutt’ossa e il freddo dentro lo stringeva battendolo forte. Il naso lo trainava sulla scia di quell’odore, di cibo, di casa, di qualcosa che lo chiamava.

La giovane, sfornato il pane, si apprestava a cuocere il dolce, era una rarità, ma con la liberazione era riuscita a rimediare dello zucchero, e tra un baratto e l’altro, si era concessa questo lusso. Nessuno più per festeggiare. I fratelli erano al fronte e il cuore non le dava speranza, mentre la madre con l’ultimo parto era salpata, senza più ritorno. Da sole non ce l’avevano fatta e il dottore era deportato col padre oppositore. Sola, in attesa.

La vita era stata ruvida, di carta vetrata le sue carezze, eppure l’aveva amata, per gli occhi della mamma, le risa dei fratelli a rincorrersi e le storie di guerra del padre. L’altra guerra, quella che aveva portato a casa la medaglia e poi questa, che aveva portato via la famiglia.

L’odore del pane e il profumo intenso del dolce le portarono un ricordo d’allegria, come accade a chi ha imparato ad andare in bicicletta, ma per anni la smette, poi un giorno lontano rimonta in sella, e senza capire come, sta già andando.

Mise la tortiera sul davanzale, accanto al pane e inalando piano chiuse gli occhi un istante e poi riaprendoli.. Ah! Che colpo, uno spettro! Che occhi tristi, affamati le si presentarono alla finestra aperta, uno sguardo così intenso da strapparle il fiato. Allungò una mano, gli passò lieve le dita sul volto, toccandolo tutto: il naso, gli zigomi sporgenti, le guance scavate, la barba ispida, la bocca secca e le palpebre che si schiusero piano, godendo la carezza. Si allontanò lentamente, senza staccare lo sguardo da lui, nemmeno per un istante. Poi, di corsa aprì la porta e lo raggiunse, bloccandosi d’un tratto a un soffio dal soldato. Lui rimase fermo, immobile, respirando appena, con occhi enormi, liquidi e azzurri in quel volto provato. Lacrime calde scesero sui loro volti, allora lui le toccò il viso, raccogliendo la stilla preziosa. La ragazza commossa gli prese la mano e la tenne ferma in una calda carezza. Si avvicinò e sorridendo gli baciò il collo e poi le guance e le palpebre socchiuse e infine la bocca arsa dal sole. Si strinsero l’un l’altra riconoscendosi bambini, senza voce si amarono teneramente, e poi con impeto di passione.

Ripensarono spesso a quel giorno e alla tenacia che li aveva sostenuti, convinti di aver sentito in qualche modo nell’asprezza dei momenti più cupi, un impulso a resistere, per ciò che li aspettava nel dopo. Il profumo di quel dolce lo commosse sempre, il modo in cui lo riportò dritto tra le braccia della vita.

Il vecchio calzolaio e il ragazzo


In una bottega nascosta, tra i vicoli cittadini, stava un vecchio calzolaio che pigramente svolgeva il suo lavoro.

Un monello passava ogni giorno di fronte, nel percorso per la scuola. Il calzolaio lo guardava passare e il ragazzo faceva un cenno, chinando il capo e toccando il berretto sghembo. Ogni giorno, stesso percorso, stesso saluto alla stessa ora.

Il calzolaio sapeva che il ragazzo era un po’ scapestrato, vivace e attaccabrighe, figlio di ragazza madre, un vero scandalo. Uno scandalo però che viaggiava sulle parole, perché il ragazzo era figlio del Conte e non c’erano santi che smentissero una tale palese verità: stesso naso importante, stessi occhi azzurro mare, ma il capello rosso era il marchio infamante. Rosso era il ragazzo, d’un rosso cupo, una tinta rara, affascinante, nobile. Chiaramente la madre del ragazzo la trovò attraente. Il Conte però era promesso e la ragazza non poté protestare, non ne aveva diritto alcuno, di certo una gravidanza inattesa non la alzava nella scala sociale! Il Conte l’amava teneramente e nessuno si stupì nel trasloco della ragazza, con la famiglia appresso, in un quartiere migliore, borghese, con tanto di approvvigionamento settimanale. Ma il Conte era un uomo onesto e si sposò con la cugina di primo grado, non rivide più l’ umile ragazza , né si rivelò al figlio. Il ragazzo però era chiamato da tutti il Conticino rosso, perciò il segreto era svelato di fatto, nonostante questo fingevano in famiglia che il padre fosse morto onorevolmente servendo la Patria. Lui accondiscendeva, ma facendo qualche marachella, aveva messo in condizione la madre coi suoi parenti, di sudarsi quella sicurezza economica.

Il ragazzo sapeva che il calzolaio era un pittore nato, un artista meritevole molto amato in gioventù, non solo per la sua pittorica capacità. Il calzolaio, ormai anziano, un tempo era arrivato in città a seguito d’un drappello di artisti amati dalla nobiltà locale.  La figlia del Barone si era incapricciata del pittore e aveva mosso ogni astuzia che la sua arguta mente femminile potesse ingegnare per averlo con sé. Bisogna tenere presente che il calzolaio a quel tempo amava spostarsi di corte in corte, tra una sottana e un’altra, e trovando la nobile di suo gradimento, non fece troppa fatica nel trovare intima amicizia da intrattenere. Come spesso accade nell’unione carnale, l’atto diede il suo frutto, ma la donzella era scaltra e avendo già intrattenuto un piacevole scambio ludico, nello stesso periodo, col promesso sposo, un conte francese, fece buon viso a cattivo gioco. Tutti felici alla fine, tranne il calzolaio, allora pittore, che al momento della nascita del piccolo Conte, finì la carriera, essendo il piccolo la copia sputata del povero artista. Nessun padre avrebbe osato ospitarlo in casa sua. Fu così che il pittore dalle belle speranza fece il calzolaio di carriera e vide crescere il figlio da lontano, senza osare di avvicinarlo.

Ogni giorno il ragazzo passava salutando il vecchio, con quel semplice gesto e un sorriso sincero e il povero calzolaio aveva ragione di esserne contento, perché non s’era atteso più nulla dalla vita, si era preso i suo piaceri, ma  alla fine era rimasto solo. Ora poteva osservare fieramente il proprio sangue scorrere nella vita del paese, attraverso gli occhi vivaci di quel ragazzo rosso di capelli, come il pittore d’un tempo chiamato Mogano . Passando le dita tra i capelli canuti, si ritenne soddisfatto e pronto per un cammino nuovo.