Rivelazioni-I racconti di Lara e Ruben.13-


Sarebbero mai arrivati?
Il freddo era intenso e per quanto fosse abituata a sopportarne la morsa, sembrava troppo, troppo da sopportare.
L’addestramento l’aveva temprata, ma non sapeva quanto il freddo potesse essere aggressivo quando le emozioni ti attaccavano dall’interno.

“Come sei arrivato qui? Voglio dire.. da quanto sei qui?”
Rock continuava a muoversi a passo marziale, le ampie spalle fendevano la notte, la sua sagoma imponente le ricordava quegli eroi che tanto amavano da bambini.
“Rock?”
“Eccoci.”

Lara si guardò intorno spaesata, troppo assorta nel tumulto delle proprie emozioni, non si era accorta di ciò che la circondava. Evidentemente si era sbagliata: si fidava ancora di Rock.
“Non c’è traccia di lavoro qui. Non avrei mai pensato che ritiraste tutto ogni sera. Sembra abbandonato.”

Rock proseguì fino all’imboccatura della miniera. Sospirò e voltandosi la inchiodò con lo sguardo preoccupato.
“A volte quel che sembra è. Dicono sempre il contrario e io me ne intendo di intrighi, ma ciò a lungo termine comporta l’incapacità di vedere semplicemente le cose per come sono.”
Lara sgranò gli occhi e inconsapevole mise i pugni sui fianchi, accorgendosi della posa si raddrizzò.
“Cosa intendi dire? Senti, mi sto stancando. Anzi, ne ho le palle piene! Non ho voglia di fare balletti di corte, andiamo al sodo una volta tanto!”

Rock emise un fischio, tra l’ammirazione e lo scherno. “Vedo che sta uscendo la tigre. Dimmi la verità: sei tornata te stessa, appena hai lasciato Città Sacra? La ragazzina che mordeva e scalciava allora non è stata soffocata dal bel musino che mi confondeva con tutte quelle moine…”
In un balzo Lara gli fu addosso. Si lanciò in un calcio rotante che lo sfiorò al mento, ma Rock era agile e scattante e le prese la caviglia cercando di farle perdere l’equilibrio. Lara fece perno sulla gamba immobilizzata e con l’altra gli colpì il braccio che la imprigionava, tornando libera con una capriola all’indietro.
Si squadrarono ansimando.
“Sei brava.”
“Lo so.”
“Riesci a tenerti allenata? Lo sai che ti danno la caccia.”
“Sono ancora la migliore. In assoluto. ”
“Meglio di me?”
“Meglio di te.” Pausa. “Te la cavi, per essere un minatore..”
Il ragazzo assentì con un sorriso a fior di labbra.
“A proposito di minatori, Safira. Lara! Come ti dicevo, qui è come sembra.”
“Vuoi dire che non state lavorando? Avete abbandonato tutto? Rock, perché?”
Lui sbuffò e si sedette sul terreno gelido appoggiando la schiena sulla parete della miniera.
“Non c’è più niente da estrarre. Tutto esaurito. Quelli che hanno provato a scavare più a fondo sono morti, laggiù crolla tutto, non facciamo in tempo a rinforzare le pareti. Sembra una montagna di sabbia ormai.”
Lara scivolò al suo fianco, era spaventata, spaventata sul serio.

“Come faremo adesso? Questo non ci voleva, non pensavo fosse possibile, non adesso!”
Rock le sfiorò la spalla con la propria in un gesto di incoraggiamento che la confuse ancora di più. Non pensava di provare quelle emozioni, in quel momento poi: era sbagliata.
“Da quanto?”
“Da troppo.”
“Mio padre l’ha taciuto, è strano. Impensabile. Mi ha mandata in Missione sapendo che non c’era più járn galdur. ”
“Non lo sapeva.”
“Impossibile! Non è mai successo niente del genere dal Figlio Primo! La Federazione è rimasta stabile grazie al Primo Governatore. L’unica cosa che ha mai contato per ognuno di loro è stata la Federazione. Da millenni Rock.”
Lui le prese il mento per cercare i suoi occhi, sembrava distrutto. “Non era mai successo che un Predestinato fuggisse. Non era mai successo che il Primo Governatore avesse una figlia. Conosci il Mito.”
“Come potrei non conoscerlo?” fece un verso sprezzante “Mi ci hanno cresciuta, mi hanno disprezzata e temuta e l’unico che mi abbia amata, mi ha mandata a combattere contro l’Ombra, in un’azione eroica e suicida..”
“Non è l’unico che ti abbia amata” Lara sussultò. “E non permetterò che ti accada niente.”

Rock si rialzò e l’aiutò a sua volta, poi si incamminarono in silenzio.

Fiato di drago-I racconti di Lara e Ruben.12-


“Dobbiamo parlare.”

Lara sgranò gli occhi per lo stupore, era già in piedi, abituata a reagire subito.

“Vedo che sei stata addestrata bene, ma non devi temermi, lo sai vero?” Rock la guardava serio, con lo sguardo ferito.
Lara si rilassò e poi guardandosi intorno scorse Ruben acciambellato all’acciambellato a sua volta Brocco. Avrebbe mai imparato? Come poteva dormire così beatamente quando vivevano in costante pericolo?
“Di cosa vuoi parlare?”
“Non qui.” Rock fece un cenno allusivo nella direzione di Ruben.
Lara sospirò, consapevole che qualunque cosa da quel momento sarebbe stata terribilmente difficile da gestire.
“Dove vorresti parlare, Rock?”
Lui le prese il braccio e lo strinse più del dovuto, ma Lara non diede segno di fastidio.
“Dobbiamo andare alla miniera, devo mostrarti qualcosa. Lo farei comunque, perché sei a capo della Missione. Lo farei perché mi fido comunque di te sola.”
Lara non avrebbe saputo spiegare perché si sentì un gomitolo andarle di traverso. Probabilmente il senso di colpa. Un tempo avrebbe riposto la sua intera esistenza nelle mani di Rock e l’aveva fatto. Non era colpa sua se erano stati divisi, ma da allora lei era diventata più forte, sapeva contare sulle proprie capacità e aveva imparato a fidarsi solo di una persona: un ragazzo incapace di difendersi e troppo sguaiato. Assurdo il destino!
“Me lo devi, lo devi a Safira, fosse anche morta, glielo devi!”
“Andiamo, avviso Gorgo.”
Rock assentì e i due uscirono silenziosamente nel gelo della notte nordica.

“Capo, vengo con te.” Lo disse poco convinto in partenza, ma il suo istinto di guerriero fremeva.
“No, Gorgo. Rimani qui. Torno presto.”
Entrambi sapevano che l’unico motivo per quella decisione era là dentro addormentato, ma Lara non l’avrebbe mai ammesso e il gigante la rispettava troppo per metterla in imbarazzo.
“Rock, ricordo un tempo in cui eri un uomo d’onore. Non mi piacevi troppo allora, spero di avere un motivo per rispettarti al tuo ritorno.”
Rock sembrò quasi divertito. “Io devo il mio cuore a questa donna, del resto non m’importa, non gioco pulito. Sappi che con me Lara è al sicuro, lascio in cambio la mia vita.”
“La barba lunga non t’impedisce di cantare come lo strimpellatore di Grouse. Allora ci sto: mi prenderò la tua vita in cambio di un solo capello fuori posto del capo.”
Lara sbuffò e salutò Gorgo con un secco cenno della mano.
“Ecco perché gli uomini non hanno fatto un buon lavoro in politica.”

S’incamminarono avvolti da pesanti mantelli che i minatori confezionavano per i tempi rigidi.
Lara non riusciva a mettere insieme le parole, in più il freddo le affettava il respiro, condensandolo in fiati di drago.
“…così lo chiamavamo allora.”
Lara guardò Rock senza capire, non si era accorta che stesse parlando. “Cosa?”
“Sono così noioso? Tanto tempo e non ti manca la mia voce…” scrollò le spalle “ti ricordi da ragazzi? Tu eri una bimbetta fastidiosa e io mi divertivo a riempirti la testa di storie.”
“Certo che mi ricordo, non vivevo che per farti da ombra.”
“Già. Quando faceva freddo e tu osservavi il fiato che usciva dalla tua bocca eri così sorpresa e io mi divertivo a guardarti.”
“Non lo sapevo.”
“Allora ti raccontavo che il freddo addormentava i draghi nelle loro grotte sepolte e il loro fiato fuggiva per trovare cuori coraggiosi. Se alitando fosse uscita una nuvola di drago significava che eri un guerriero nato.”
“Fiato di drago e io alitavo convinta di essere un guerriero destinato a grandi imprese.”
Rock si ammutolì e aumentò il passo. Si fermò voltandosi e Lara si bloccò a sua volta.
“Non sapevo che fosse vero. Non avevo idea che la mia storiella fosse così vera.” Poi si voltò senza più parlare.
“Rock..” , ma il vento gelido disperse il suo fiato nella notte.

I minatori di Haper-I racconti di Lara e Ruben.10-


” Beh, se il bell’addormentato ce lo concede, direi che è ora di muoverci!”

“Gorgo, attento che il bell’addormentato non ti tiri un calcione sulle caviglie!”

“Oh Lara, ti ci metti pure tu? Non sono io che sono basso, è lui che si è dimenticato di fermarsi in crescita..”

Ruben le cinse la vita e lei, per la prima volta, non lo cacciò via in malo modo.

Ruben era felice di questo progresso e non pensava ad altro, mentre Lara si disperava in cuor proprio per il tempo che scorreva inesorabile, consapevole di non poter fallire la propria missione.

“Capo?”

“Sì Gorgo, procediamo, abbiamo preso tutto, il tempo regge, farà freddo e dovremo prendere animali di grossa taglia la prossima volta.”

“Sì capo, Brocco mi basta giusto per farmi un paio di calze.” Il gigante rise sguaiatamente, mentre la trecciolina di capelli scuri sferzava l’aria.

Ruben scosse il capo offeso: ” Brocco non si tocca, piuttosto con quel fiocchetto rosa potremmo farci un bell’abito per la mia signora:”

“Giù le mani ragazzo! Il fiocco non si tocca e la signora non è tua. Suo padre non approverebbe. Scusa capo.”

Lara si immobilizzò e istintivamente allontanò le mani di Ruben che la cingevano.

“No, non preoccuparti Gorgo. Io non sono una signora, sono un guerriero, porto avanti la missione che mio padre mi ha assegnato, altro non conta per me.”

Gorgo la guardò tristemente, facendole capire che sapeva, facendole ricordare che era altro e molto di più, ma lei gli lanciò uno sguardo di avvertimento.

“Che succede? Sei troppo nervosa quando si parla della missione Lara.”

“Oh, solo perché potremmo perdere la libertà, perché il nostro popolo continuerebbe a morire se noi fallissimo?”

Ruben si fermò, con la posa arrogante che assumeva quando faceva il bullo al villaggio: piedi ben piantati e braccia conserte, sorriso obliquo e risatina di scherno.

“Lara, pensi che sia completamente stupido? Ti sto dicendo che ho capito che c’è altro che ti preoccupa e non c’entra col popolo.”

“Non puoi capire e poi non ha importanza, non più. Andiamo.” E così dicendo si avviò.

Gorgo e Ruben la seguirono in silenzio con Brocco a chiudere la fila.

Il clima si stava facendo più rigido, avevano calcolato di raggiungere entro sera un piccolo villaggio di minatori, così da pernottare al caldo e sondare gli umori della gente.

Camminavano di buona lena e parlarono poco, sentivano all’improvviso tutto il peso della missione, e ognuno rifletteva sul proprio ruolo cercando di affrontare le paure che covava.

Giunsero al villaggio all’imbrunire. Un cartello sulla via principale recava la scritta incerta Haper.

“Non mi pare sia cambiato questo posto.”

“Tu sei già stata qui?”

“Molto tempo fa, da bambina.”

Ruben ridacchiò: “Oh, il luogo ideale per una fanciulla!”

“Meglio qui che Città Sacra.” e Ruben si ammutolì.

Il villaggio era composto da casupole di legno imbiancate che si affacciavano sulla strada principale di terra battuta, la quale proseguiva tuffandosi nel bosco.

Gorgo si sfregò le mani, “Io qui ci voglio stare il meno possibile, forza, affrontiamo questi fanatici.”

“Che intende?”

“Vedrai Ruben, andiamo.”

Raggiunsero un catapecchia da cui fuoriuscivano voci sguaiate. “Sicuramente è il pub del paese e la gente a quest’ora ha già bevuto a sufficienza.” Lara era nervosa. Entrò con passo lungo nel locale seguita da Ruben, mentre Gorgo attendeva fuori, Brocco accanto a lui, immobile.

I minatori si voltarono squadrando i due ragazzi e un silenzio opprimente prese il posto dell’aria nel locale.

Lara proseguì e raggiunse il bancone, si appoggiò  e ordinò due birre.

“Niente birra.” Rispose con disprezzo il barista.

“Niente scherzi.” Lara allungò il braccio e gli prese la gola con forza, lui fece per colpirla, ma Ruben scavalcò con un balzo il bancone e gli fu alle spalle trattenendolo.

“Cosa volete?”

Gli uomini si erano alzati tutti, ognuno impugnando la propria arma, lame affilate che potevano sbudellare una persona con un colpo deciso.

“Alloggio, un pasto e informazioni.”

“Io dico che farete meglio a tornare da dove venite bambocci!” gridò un uomo dai capelli lunghi e dal volto coperto dalla barba incolta, nera come la pece. Gli occhi scuri come il caffè scrutarono Lara e lei sussultò.

“Noi abbiamo bisogno di alloggio, la gente sta morendo al sud, la situazione è grave. Domani proseguiremo il nostro viaggio.”

Ci fu silenzio, i minatori si guardavano l’un l’altro, poi il barista parlò con tono accomodante:”Dai ragazzo, lasciami.”

Ruben attese il permesso di Lara che acconsentì con un cenno.

“Dovete capire che qui non amiamo gli stranieri, verso nord vanno un sacco di disperati, a volte assassini assoldati contro il Primo Governatore, ci sono intrighi da cui vogliamo stare fuori.”

Un vecchio dalla barba ingiallita, simile a vello di pecora assentì: “Noi non amiamo visite, ma accettiamo chiunque voglia lavorare sodo. Qui si suda, ma il passato viene cancellato ad ogni colpo di piccone, ci facciamo gli affari nostri, capite.”

Ruben si rilassò e Lara ringraziò. “Chiunque ci conceda un pasto e un giaciglio avrà la mia gratitudine e la nostra protezione.”

L’uomo dalla barba nera si schiarì la voce: “Noi ci proteggiamo bene da soli, ma vi ospiterò per questa notte, accontentandomi di un po’ di gratitudine senza bisogno di aggiungere altro. Seguitemi.”

Salutarono gli altri minatori e uscirono nel freddo della sera.

“Ciao Gorgo.” L’uomo salutò il gigante che strinse gli occhi e poi sorrise.

Ruben alzò le spalle sempre più confuso, ma Lara rimaneva in silenzio.

L’abitazione del minatore consisteva in una casetta di assi di legno, tinta di bianco, modesta, ma pulita.

Entrarono, tutti, nonostante la difficoltà di Gorgo.

Il minatore distribuì pane e formaggio, fissando Lara con insistenza. Ruben si sentiva sempre più nervoso.

Lara teneva gli occhi bassi.

“Allora Safira, quanto tempo è passato?”

Lara alzò lo sguardo, il volto rigato di lacrime.

“Una vita fa Rock.”

 

 

 

Come Safira divenne Lara-I racconti di Lara e Ruben.5-


Il vento soffiando forte spazzava via le sue certezze e passo dopo passo risaliva il declivio, coi capelli neri sbattuti qua e là con violenza dalla corrente.

Teneva stretta al petto la lettera preziosa, mentre lacrime torride scavavano nuovi canali tra le sue gote pallide.

Gli occhi immensi più verdi del bosco, cercavano con foga folle tra gli alberi un segno.

Incespicando si fermò ad un tratto, confusa, incerta, colma di cupo terrore.

Tra gli alberi fitti c’era un tappeto di foglie che attutivano il passo, senza celarlo, rendendo impossibile il rumore, ma certo il proprio passaggio.

Si voltò verso un rimestar di fogliame secco e marcescente.

Non vide anima, ma fu certa di essere osservata.

“Ti prego, non farmi del male..” sussurrò quasi atona.

Nessuno rispose e non ci fu alcun suono di rimando.

Lentamente riprese il cammino, ma un tronco le bloccò il fiato. Eppure, non c’era.

Guardando avanti, si rese conto che non di legno era fatto quel tronco, che palpitava di un ritmo forte.

Sollevò le sguardo per incontrare occhi allegri e divertiti, scuri come caffè caldo, e altrettanto liquidi e intensi.

L’albero umano, che di vegetale aveva in realtà meno di niente, sollevò un sopracciglio folto e ben disegnato.

“Non trovi le parole di fronte a tanto maschio?” , la irrise beffardo.

La voce però, la voce era profonda, nuova eppure la stessa.. gli diede un colpo e lo abbracciò, quasi soffocandolo.

“Sapevo che ci saresti stato, sapevo che non avresti dimenticato!”

Allora lui tenendola saldamente la sollevò facendola roteare, come fosse ancora la bambina di allora, quella scalza monella che lo tempestava di domande impossibili.

“Potevi dubitare mai di me? Chi ti ha insegnato i nomi delle stelle, il ciclo delle stagioni, come cavalcare a pelo o sputare più lontano del garzone di tuo padre?” ,disse tra le risa il ragazzo.

“Tu, tu e sempre tu!! Mi sei mancato o non sai quanto! Non ti posso perdonare la partenza, ma ora siamo ancora insieme.”

Lui la mise giù e la guardò serio: “Non sono partito per mio desiderio, tuo padre mi ha allontanato, così da non starti più accanto e non posso rimanere.”

Safira si sentì soffocare, un gomitolo nel petto, le tempie tempestate da tamburi invisibili.

“Come, ma tu.. tu sei qui, sei tornato, l’avevi promesso. Ora io sono grande, non ti starò più tra i piedi e sarò una buona moglie, imparerò, te lo prometto!”

Il ragazzo guardò in basso, le spalle curve, indeciso sulle parole da usare: ” Safira, io sono tornato, perché dovevo, non potevo rinunciare a questo, non potevo non vederti ancora, ma questo è un addio.”

Safira si abbandono sul suo petto, si era fatto uomo, era forte, era alto, ma ritrovava in lui il ragazzino che aveva tanto amato e ora si sentiva privata di tutto.

“Rock, io ho vissuto questi anni sapendo di riunirci un giorno. Verrò ovunque andrai, non preoccuparti, l’avevo preventivato.”

Lui le carezzò i capelli corvini, più morbidi e lucenti di quanto ricordasse, e sospirò con disperazione.

“Quando tuo padre mi ha mandato a stare da quel suo amico al Nord, c’era un patto tra loro: Io sarei stato istruito come un Signore, ma la mia vita sarebbe appartenuta a lui, in cambio. Io sono un bastardo, non decido della mia vita, tuo padre era il mio tutore e mi ha ceduto. Ora, io devo sposare la figlia di Lord Crow o ne va della mia vita.”

Safira pianse con singhiozzi che la squassarono e Rock la strinse forte, incurante della veste bagnata.

Le baciò il capo implorandola di calmarsi. Poi, le catturò la bocca, famelico e disperato e Safira ritrovò ogni cosa, la strada di casa, l’emozione nuova, ma attesa, un fuoco di viscere e brividi ardenti. Non si sarebbero lasciati così, non potevano.

In quel bosco intricato, due cuori infranti cercarono di unirsi.

Fuggirono insieme, provando ad avere un futuro al di là dei doveri decisi da altri, ma il destino era in disaccordo.

Il padre di Safira mandò una legione di uomini a scovare in ogni anfratto per ritrovare quella figlia preziosa.

Safira riprese il suo ruolo accanto al padre, ma soprattutto l’addestramento e Rock fu cacciato dallo Stato e non ne seppe più niente.

Quando Safira fece il Giuramento, molto in anticipo rispetto alla norma, prese come nome di battaglia Lara, come il nome che Rock sognava per una figlia che non avrebbero mai avuto.