Ipocri(gelo)sia


Voglio essere l’unica e la sola,
nel cuore e nella mente,
voglio credere a ogni parola,
che hai detto,
che non ho chiesto.

Il mio odore il tuo diletto,
la mia pelle la tua coltre,
ci credo, ci credo,
dopo tanto,
lungo tempo.

La mia bocca chiusa,
le parole non getto,
se ti tengo stretto
l’ho detto
gridato forte.

L’ipocrita che ringhia,
che graffia e soffia,
lo sguardo non concedo
la brama che non sia
per me sola.

Non condivido e
non concedo perché
nel mio animo nero
io valgo di più
anche di te.

Cuore di… Chi?


Mi hai rotta
Come vetro
A terra
Si scaglia.

Hai guardato
Gocce cadere
Il mio sangue
Stillare .

Hai gioito
Nella perdita
Di me
Smarrita.

Canto al vento
Echi stonati
Spezzoni
Passati.

Scricchiola già
Fiducia vacilla
Dondolo
Nel nulla.

Ridi e sospira
Nel cerchio
Osservo sola
Distanzio.

Avermi ti
Consola
Esserci nonti
Sfiora.

Eppure si
Dice scelta
Non mia fu
Nascere.

Mi manchi. L’hai ricevuta la rosa?


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Ti ho mandato una rosa, l’ hai ricevuta?
Pensavo a quei giorni, in montagna, eravamo felici allora?
Non lo so. A volte mi chiedo se davvero sia da celebrare quell’ardore del primo momento, piuttosto che il sentimento che ci ha legato stretto. Anno dopo anno.
Rivedo il tuo sguardo fra gli altri volti sudati. Eri così bello, così pieno di energia, pulsavi di vita!
Io non ci credevo mica, così insulsa, ma cosa ci potevi trovare in me?
Eppure mi cercavi sempre, mi spingevi mentre ti passavo accanto, così da sorreggermi per evitarmi la caduta e io arrossivo sempre… Oppure, mentre mi attardavo a raggiungere gli altri, ti trovavo nell’ombra del corridoio, in silenzio, mi guardavi e io perdevo un battito.
Ti amavo già, solo per il fatto che tu amassi me. La gratitudine è un valore? Eppure ti amavo intensamente di più per te stesso. Tu rifulgevi. Stavi al centro di tutto, senza mai sovrastare. Ti osservavi e ti accontentavi di pochi amici cari.
Quando mi sedevi accanto sulle gradinate, ricordo che mi lacrimavano gli occhi dall’emozione, il cuore in tumulto, la tua spalla così rovente sulla mia.
Ho tanti ricordi preziosi del nostro sentimento, dei nostri figli, di tutto ciò che di bello abbiamo condiviso… eppure, ecco che mi torni nel cuore ragazzo dal sorriso sghembo.
Dimmi, l’ hai ricevuta la rosa?
Mi sfiori ancora mentre cammino sola?
Mi osservi mentre cerco il riposo, nel mio tormento?
Lo so che presto ci ritroveremo.
Ti ringrazio della vita insieme, di ogni sguardo, del tuo vivo amore.

Impegno mantenuto, sentimento perduto


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Né fulmine né saetta, affezione.
Una pulce da scacciare, da disprezzare e non c’è comprensione.
Nel tuo sguardo il mio sconcerto.
Un unico sentimento universale. Il rancore globale.
Parole soppesate, trattenute e poi lanciate, con la potenza del baseball player seriale.
E io ti osservo senza sperare, mentre l’anziana sorte penzolandoti sul capo festeggia..
Forse torna, adesso, il prodigo figliuolo da bacchettare.
Poi mi volto e quegli occhi mi tengono, perle d’amore a cui dare il mio sostegno.
Resto fedele al focolare, per amore materno, mentre scolo bottiglie immaginarie e brucio i polmoni di fittizie sigarette.
Dondolando con piede malfermo la sedia che oscilla di fronte al rogo spettacolare di un perduto sentimento.

Amarsi


E con la bocca catturò le sue labbra assaporando con fame disperata il suo sapore.

Il fiato caldo nella bocca, la saliva come nettare, la lingua ad abbracciar la lingua.

Le mani stringevano le sue chiome, setose e piene.

Il battito sul battito palpitava in sincronia, mentre il respiro avvicinava il suo seno al petto.

Le mani presero a correre lungo i declivi più dolci, stringendo colline e lisciando pianure, nel viaggio frenetico di un assetato che cerchi la sorgente.

Gli ansiti febbrili in ascesa armoniosa, mentre gli occhi sondavano i giardini del cuore e si pascevano sazi.

E stringere più forte per superare le carni, per fondersi e unirsi una volta per tutte, mentre l’anima errante torna al suo tenero nido, gridando il suo ritorno alla culla gloriosa.

Cresce, cresce la tensione amorosa, mentre prende e lascia e tiene e abbandona.

Non ci sono muri, né pavimenti per chi si ama, solo cieli infocati di aurore infinite e manti setati su cui giacere ebbri.

Stringendola forte, la possedeva ancora, ancora una volta perso tra i flutti di pura estatica gioia.

E lei pianse lo stupore di tanta passione, la bellezza di quell’amore che carne e sangue nuovamente chiedeva, nel darne per sempre ancora vita.

Posò il capo sul suo solido petto lasciandosi cullare dai suoi fianchi in movimento e mentre la vertigine saliva un’altra volta, un lieve morso a riprova del possesso, ancora adesso e domani ancora.

Gli occhi negli occhi tremanti le membra, un altro bacio, più lungo, più tenero e una promessa silente di infinito cuore, al di là del tempo fugace, della mortale essenza.

Un gemito e un lampo, e la rincorsa s’arresta e si trascina piano, la salita è al culmine e per mano tenendola forte la portò su, più su e poi, si lanciarono in caduta libera, entrambi gridando, di gioia.. di gioia.