Progetto di scrittura in corso, la mia dipendenza.


Velocemente voglio scambiare due parole con chi mi legge, che so già essere una cricca che adoro, per fortuna a misura mia, che mi è concesso seguire, amare, ci si scambia pensieri e sensazioni, a volte leggendo a mozziconi, pur di non perdere tutto.

Non sparisco, non dimentico, ho appena dato una scorsa veloce a tanti titoli che non ho letto in questi giorni e sappiate che me ne frego più che spesso di andare tra i blog consigliati o in evidenza, troppe volte  non capisco la logica..

Amo scegliere e scelgo nella mia lista d’onore o tra gli argomenti che prediligo.

Comunque.. un po’ sono stata impegnata, un po’ mi è uscita ‘sta follia che appena riesco a rubare un momento mi butto in un certo mio progetto partito a rilento, ma ora non so, sono curiosa di mio e ormai amo i personaggi che ho in testa e ho bisogno di farli vivere, a frasi, a paragrafi a pagine, che ogni tanto si riempiono.

Ogni tanto metto qualcosa di Lara e Ruben in blog e non ho ancora capito quanto possano interessare, ma da buona dittatrice del mio spazio, io ne parlo, quando mi viene la curiosità di sapere che succede poi.

E’ un’altra la storia in corso però, non è un tradimento, è una storia che sto costruendo tra una rottura reale, un’incombenza, un impegno e la mia vita che voglio vivere ogni tanto.

Questa storia la sto creando e non so che valore possa avere, ma è ciò che mi piace fare e non fa danno a nessuno, non mi costa nulla economicamente, perciò vado avanti.

Perdonatemi, se potete, se sono mancata dalle vostre “case”  in questi giorni.

Sto accumulando come uno scoiattolo le sue ghiande, i vostri articoli.. mi sfrego le zampette!

Probabilmente non vale niente tutto questo, ma non riesco ad evitare di scrivere..

Della rabbia verso la generazione dei vecchi, verso il governo, l’abbattimento di ogni spazio per noi, trentenni di troppo!


Questo tempo, mi schiaccia, mi fa sentire di troppo: io per me stessa.

Mi manca, non so bene cosa, mi manca.

Il massimo, l’allegria, il divertirsi di niente, la spensieratezza.

Quando è venuta a mancare?

Chi lo sa..

Tra un fendente e una pedata nel culo forse.

Tra uno stringere i denti e far finta di niente.

Quel fondo di bottiglia sulla spiaggia non è più un gioiello, è un fondo di bottiglia, di qualche stronzo che si è ubriacato così tanto da lanciarla lì, tra i cocci e fa’n’culo al mondo e a chi cammina scalzo!

Non mi va niente, troppo lo stesso, mi piace solo la novità, forse sono sempre stata così impaziente, dentro.

Andiamo là, al solito posto, tra la solita gente, a non fare nulla, tra le stesse facce, in mezzo a poco più di nulla e non mi va e poi mi la mento se non esco.

Non mi giustifico neanche, insomma, sono bleah! che ne so, smonata, va’!

E preferisco la noia al male, non sono così cretina da non capirlo e ‘sta vita che ce la gestiamo per fare i muli e indietro non si torna.

Mi pare che ogni cosa fatta sia per darla indietro, a quegli squali che per offrirmi ciò che non chiedo e che non offrono davvero, tipo servizi pubblici, mi tolgono la voglia di illudermi di avere mai qualcosa in più e per il concetto che mi ha cresciuto, di valere mai qualcosa in più.

In questo giorno caldo, appiccicoso, che non rimargina le ferite più, io sono ignorante, indolente, pesante, immobile, schifata, spremuta, inutile, scontenta.

E’ così e poi, che c’entra.. si fa finta di niente e ci facciamo  piacere tutto, anche noi stessi, si può, si deve.

E non mi va di pensare alle  tragedie, non è questo il modo di dare valore alla propria vita!

Non è dicendo “per fortuna non è successo questo o quello”, non vale più di una fistola nel culo.

Il discorso è banale, ma l’unico modo è gioire di ciò che si ha, di volere bene, e aver voglia di fare, finché la fortuna ci assiste.

Oggi però no, e va così, oggi mi sento anche brutta, tanto mi sto sulle palle, che mi strapperei la pelle!

Non importa, non fa niente, non cambio le sorti del mondo col mio umore.

Non cambio niente, di niente.

E’ stata tanta di quella merda a palate che ho pregato di annoiarmi e non avere più sorprese, per cui va bene.

Ogni tanto, ma che cazzo.. dove sta scritto che dobbiamo passare sotto le forche caudine?

Dov’è scritto che dobbiamo vivere con la spada di Damocle sulla testa?

Ma che cavolo, mi posso ribellare?

E siamo sempre alla prova, e beato chi soffre tanto che è più caro a Dio.. io mi ribello, ci ho provato, ci ho provato a fondo, ma qualche serpente mi si attorcigliava sempre in ventre..le mie budella!

La vita è una, io voglio viverla bene! Tutti felici, basta incazzature, e le ingiustizie che spargono cinismo come gramigna, io le seppellirei con gli invidiosi, i boriosi, i supponenti e menagramo!

Allora, io a subire sfighe dalla vita non mi sento beata e hai voglia a dirmi sempre che c’è di peggio, ma lo so, e non lo voglio, sono stufa che ci sia tutto questo dolore e non ce l’ho con Dio, mi incazzo e basta!

Gente splendida che combatte senza armi, giganti mostruosi e scusate, ora sarò lapidata, ma mi sento un verme quando trovo innaturale tanta vecchiaia ovunque!

Siamo un mondo alla fine, ecco e non perché io abbia le conoscenze di sapere alcunché, ma quando ovunque io vada, soprattutto se sto male e sono tutti di fretta, devo sgomitare con la vecchiaia, e mica è colpa loro, poracci, ma penso che loro erano la gioventù forte degli anni ’50, quelli che hanno goduto tutto il nuovo e ancora ce li ho sempre davanti, con lo sguardo torvo, le unghie sfoderate.

Sono loro, una generazione egoista, e lapidatemi, ma è la verità, che non lascia nulla, che ha tutti i  vizi e poca generosità.

So, so ci sono le eccezioni, il mio è uno sfogo, ci sono nonni meravigliosi e lo so che tanti sono abbandonati, ma sono sconvolta dalle famiglie abbandonate, senza lavoro, che fanno prima a togliergli i figli che non a dar loro un aiuto.

Ma cosa costa di più? Mi chiedo se non sia prioritario mantenere tutte queste figure specifiche pubbliche e i progetti ad hoc, che non tenere le famiglie unite.

Non badatemi, ho le palle girate, perché non abbiamo niente davanti e vorrei fregarmene, ma non si può fare nulla, non puoi andare a vivere in un bosco con la tenda, devi risponderne, chiedere il permesso, pagare per farlo.. non importa se tutto ciò che paghiamo non andrà mai nelle nostre pensioni, non importa se i nostri figli avranno meno di zero da noi, perché noi stiamo sotto ghiaccio.

Parlano solo di boiate, mi spiace , ma solo cazzate uscite dalla bocca di gente che non molla l’osso, mai, che sta in ballo da sempre. Sempre la stessa generazione, che ha seppellito i genitori poveri, seppellirà i figli e litigherà coi nipoti per l’osso più succulento.

Non badatemi, straparlo, ma io a farmi medicare non ci vado più, che mi sono rotta le palle una volta di troppo, per fortuna non è niente che ci metterà una vita..

Dovremmo lasciarli tutti in mutande, smettere di produrre in massa e vediamo che succede.

Dovremmo essere più in forze a decidere del nostro futuro, non chi ci svuota le tasche e non ci lascerà niente!

Non ce l’ho con questo governo, non fatemi così tanto ignorante, che volete fare se sono decine di anni che si inventano soldi che non ci sono e se ne intascano di veri, ma veri veri?

Che volete farci se il nostro vero governo è stato il potere criminale, che ha deciso di tutto il sociale e il pubblico e si ricrea il buco nero al CERN, sì, intanto la gente crepa ancora, perché non ce la fa più, per solitudine, per fame, per desolazione, e per aver perso tutto, sopra ogni cosa la speranza.

E lasciamoci allora cullare nell’utopia dei pensieri, dei sogni, intanto che la vita prosegue tra richieste di pagamenti, ogni mese. L’acqua la paghiamo, anche l’acqua, ma ci pensate mai? Non ci lasciano nessun bene di prima necessità senza pagare, manco l’acqua, sapete che è cosa recente, vero?

Non importa, l’acqua si può bere, e insistono sempre.. allora, prendete un contenitore di vetro limpido, perfettamente pulito, riempitelo d’acqua e lasciate lì, almeno un giorno.

Niente frigo, così, fuori. Poi, bevete, se ritenete il caso.

Tanto vale bersi cloro direttamente e la terra, magari la rimetto in qualche vaso.

Ok, ho finito, ne ho mille, ma ho finito, se no mi odierete pensando che ce l’ho coi vecchi, eppure sapete l’amore viscerale per mia nonna, che era unica però.

Buona serata e non badate a ciò che ho scritto, frutto di una mente bacata.

di getto


rubiconda la mia stella

si consuma nella valle

prende fuoco mane e sera

e m’avvolge come scialle

mi sovrasta in un accordo

di stonate litanie

mi contorco e mi rivolto

sono andate le malìe.

Il tempo derubato


Old Woman at the Mirror by Bernardo Strozzi

Sottraendo dal tempo la sabbia del suo scorrere,

ho accelerato la fine del suo percorso imperituro,

ho rubato attimi alla mia vita mortale,

ho tenuto in pugno questo nuovo potere!

E poi l’orrore,

un singhiozzo di sgomento,

il terrore mentre il capo

di neve candida pare vestuto

e la pelle ricade senza polpa

e le ossa si incurvano stanche…

Perché?

Quel volto riflesso chi è?

Mi terrorizzava la sua pena,

gli occhi azzurri così piccoli,

così stanchi,

e quel pugno chiuso ,

quell’ossuto pugno stretto…

abbassando lo sguardo inorridisco

contemplando il mio pugno leggero,

mentre gli ultimi granelli di sabbia

sfuggivano disperdendosi tra le dita.

 

Carol è tornata


Quando Carol è scappata, mamma non la prese bene. Le venne una furia tremenda, ma silenziosa.La tensione si tagliava a fette e ce la serviva puntualmente a pranzo cena e colazione.

La cosa che più la offendeva era che l’avesse lasciata lì a gestire le domande, le chiacchiere, da sola. Papà e io andavamo avanti con le nostre cose, a noi degli altri non importava.

Papà diceva che quelle grasse galline potevano continuare a chiocciare, tanto l’uovo non lo facevano mai!

Così, un giorno, mentre facevamo colazione in silenzio, con la mamma che sembrava Jack Nicholson in gonnella, arrivò la delegazione delle sante martiri dalle manine laboriose (oh, se erano laboriose, soprattutto quelle di mrs. Michaels, a detta del droghiere).

Mamma per poco non soffocava col panino imburrato, e una goccia di marmellata.

Si alzò, puntò il mento in alto con fare bellicoso e si lisciò la gonna, perfettamente sagomata sui suoi fianchi snelli, per non dire aguzzi.

“Oh, signore, che sorpresa gradita!” trillò mamma,”sono così sbadata, ho completamente dimenticato il nostro appuntamento, perdonatemi.” e così segnò il primo punto, facendo loro cenno di entrare nell’andito lussuoso della nostra dimora sempre pretenziosa.

Le dame rampanti si guardarono di sottecchi e come ogni pollaio che si rispetti, fu un’entrata di penne arruffate e beccate impietose. Sembrava avessero deciso di invaderci tutte al medesimo istante, incastrandosi nel portone, a dir poco imponente, tra una gomitata e uno strattone ruzzolarono ai piedi di mamma.

“Oh, miss Jones, lasci che l’aiuti, Josephine ha usato troppo lucidante sul marmo!”, io e papà ci guardammo e mentre lui ripiegava il quotidiano, io mi approntavo alla fuga, perché era evidente che mamma intendesse spargere sangue quel giorno.

Mentre le signore, con mamma in capo, si avvicinavano, io e papà eravamo quasi riusciti a farcela, ma lei ci inchiodò col suo sguardo ferino e fummo rovinati.

“Miss Jones, prego, si accomodi vicino alla nostra Rebecca, farò servire la colazione in cinque minuti” e così dicendo mamma sparì, e noi e loro ci guardavamo ammutoliti.

Presero tutte posto scompostamente e io ebbi la netta sensazione di essere circondata dagli squali.

“Come sei cresciuta Rebecca, la mia Hilary mi racconta dei tuoi sforzi musicali; dimmi cara, hai altri hobbies?” e così Mrs Michaels scoccò la prima freccia e io la presi in pieno petto.

“Veramente io studio il piano da undici anni ormai e quest’estate vado in Giappone per un master a numero chiuso. Non ho tempo per gli hobby, a parte le unghie, mi piace come me le fa Hilary.” e io l’avevo affondata! La sua figliola adorata non era dotata d’intelletto eccelso, ma era inarrivabile in quantitativo di alcolici assunto in una serata, in rimorchio senza contegno e faceva una french manicure stupenda.

Mrs. Michaels non ebbe modo di rispondermi, c’era un’invisibile macchia ostinata sulla gonna che richiedeva tutta la sua attenzione.

Miss. Jones mi guardò teneramente, era l’unica che ricordavo con affetto, sin dall’infanzia, sempre dolce, gentile, non capivo che ci facesse in quel gruppo di megere, ma mia madre aveva fatto carte false per entrarci, perciò non potevo commentare.

Miss Jones, l’altra, che per distinguerla dalla sorella veniva chiamata per nome, facendola inacidire di frustrazione, non mi preoccupava, finché seguitava a ingozzarsi come un’oca in procinto di cedere il fegato.

Eppure trovò un momento per prendere fiato: ” Cara Rebecca, ci chiedevamo Mrs. Michaels, la mia cara sorella Gertrude ed io, dove fosse la povera Carol. Siamo venute per porgere una mano, in qualsiasi guaio sia finita quest’anima in pena, noi dobbiamo aiutarla. Ricordate Susy, la figlia del macellaio? Che triste fine fece la creatura! ”

Ora Papà stava fumando, le offese erano state mitragliate tutte insieme, Miss Margaret Jones parlava esattamente nel modo in cui si cibava, tutto d’un fiato,senza pause e voracemente!

Susy era la figlia del macellaio, mentre papà era della più alta borghesia con ascendenti nobili, ma aveva sposato mamma, figlia di un imbianchino, che aveva fatto ogni sforzo possibile e immaginabile per adattarsi a qual mondo, riducendosi a un’isterica anoressica elegantissima copia di JackieKennedy, piuttosto che Onassis.

Susy era una testa più vuota di Hilary, si era fatta mettere incinta dal garzone del padre e il padre l’aveva ripudiata.  Viveva in un quartiere povero, ma si davano da fare con Rob e tirava su il figlio come meglio poteva.

Da noi preferivano pensare che fosse stata stuprata e che per l’imbarazzo si fosse sbarazzata della vergogna, finendo per vivere sulla strada come una mendicante drogata.

“Carol, Miss Margaret,” e ricordarle che non era lei a portare il cognome la sminuiva in partenza,” è partita per un periodo, ma tornerà presto.” m ritrovai a mentire pietosamente.

Carol era scappata da mia madre e non aveva alcuna intenzione di tornare, era salita su un furgoncino con quel fumato del suo ragazzo ed erano partiti, vaneggiando di India e di apertura della mente, di chakra e cose che non m’importavano: ero io quella che sarebbe rimasta lì, tra mamma e papà a fare da cuscinetto a tutta quella tensione, finchè mi fossi consumata l’anima!

In quella, mamma riapparve trascinando per braccio una riluttante Pamela. La ragazza che aiutava in cucina: era arrivata dal Messico con la famiglia e si era adoperata subito per lavorare, studiando nel tempo libero, molto poco come tempo.

“Ecco Carol! Dicevate?” la mamma la mise forzatamene seduta di fianco a miss Margaret, trattenendole le spalle e artigliandola contemporaneamente, con le unghie perfettamente laccate di rosso inferno.

Calò un silenzio di tomba e mamma annientò ogni mozione, ogni pensiero che ci poteva affiorare, trafiggendoci ad uno ad uno col suo sguardo perforante.

Pamela tremava visibilmente, con lo sguardo bovino cercando aiuto, ma noi chinammo il capo, eravamo impotenti.

Fu così che Pamela divenne Carol e lo fece con profitto. Rimase sempre al fianco di mia madre e fu la migliore delle figlie e la più aggraziate tra le giovani, e poi non più giovani, donne della piccola fetida alta società della città.

Io me ne andai appena fui certa della mia carriera e tornai solo per le feste canoniche, per papà, mi faceva pena.

Carol, quella vera, non tornò più.

La vita ed io


Un giorno, un’ora, cosa vuoi che sia? Tempo perso, tempo fuggito dalle mani chiuse, in un pugno cocciuto mentre sabbia scende.

Tic toc tic toc, la vita scappa, s’arresta, s’ingolfa e sputacchia.

Torna da me, t’appartengo, t’appartengo vita! non voltarmi le spalle… io ti parlo e tu? che fai? mi sorridi divertita, poi ti volti e corri via.

Se ti prendo, se ti prendo, giuro! Non mi credi forse? Questa volta vedi !

Bugiarda, torna indietro, mi hai illusa troppe volte, stai qui fai moine, fai le fusa e appena mi rilasso… zompi via!

Ah, ma vedremo chi l’ha vinta, anch’io ho le mie fonti, non è vero mica sai, tu non m’incanti, il destino che ricami io lo disfo e le storie che racconti le riscrivo.

Ti aspetto qui, come ogni sera, ci faremo compagnia davanti al vecchio film.

Inquietudine


Sogni che mi avvolgono, mi tormentano con spire fumose e rantoli deliranti.E’ troppo tempo che la mia mente non ha pace, nel sonno io cerco ristoro. La morte che mi si presenta come un dilemma: ho visto la vita spegnersi in me e davanti ai miei occhi e non la rispetto più, perché ora mi fa paura.

Mia madre cerca di essere malata, da anni, cerca di avere il male peggiore e non vive e la gente che ha riso e vissuto intorno a lei muore. Mi sembra una bestemmia questo suo modo di vivere e mi soffoca e mi perseguita, perché non c’è mai gioia da lei, solo promesse tacite di dolore. Non la sopporto più, sinceramente. Se cerco di allontanarmi per trovare serenità, arriva un malore, esami nuovi per nuove cose e io mi sento raggirata, perché mi vuole legata a sé per senso di colpa.

Ciò che è ancora beffa per me è che sono fuggita da lei da tempo, per non morire, sono seria. Mi ha dato poco, tante incertezze e incubi per sempre.

Stavo meglio, ho provato a chiamarla per far finta di niente, per ignorare la mia rabbia e lui mi ha fatto sentire un niente, colpevole: sta andando a fare un esame, non si sa cosa ne uscirà fuori, non riesce a mangiare…. e io come sempre: come , perché, che succede (ancora)?

Torna nonna, torna ti prego, anche fosse in sogno, perché ho un disperato bisogno di te, delle tue parole: tua figlia mi fa male e ho bisogno che tu mi capisca.

Se dovessi pensare al mio bene, unicamente, taglierei ogni residuo legame con mio padre, che comunque è già assente da sempre, con mia madre che è Ego allo stato puro e non permette ad altro di esistere.

Non so cos’altro aggiungere… mi è passato il momento duro, ora mi lascio scorrere e aspetto che le emozioni fluiscano via nel ciclo continuo che é la vita tra presente, passato e futuro.