Gli ultimi rintocchi di campana


Un due tre suona la campana,

a chi tocca? Tocca a te!

Io mi volto e tu scompari,

faccio la conta

poi riappari.

Un due tre la campana suona,

dove sei? sono sola..

Io ti cerco, non ti trovo,

la veste di stracci,

il cappotto logoro.

S’alza il vento sospirando,

le chiome di corvo alate,

le labbra di rosso scarlatto.

Tornano a cantare

le voci chiare,

le cantilene erranti

in cerchi danzanti.

I miei piccoli piedi scalzi,

le braccia sottili,

dalla pelle diafana.

Suona la campana,

gli ultimi rintocchi,

torno alla dimora

degli eterni balocchi.

 

Verso la libertà


 

 

La portava sempre più lontano, mentre loro fingevano di non vedere, ma osservavano di sottecchi, continuando il lento incedere in confabulazioni sussurrate.

Lui si dirigeva con passo sicuro, tra i corridoi del vecchio collegio, tra quelle mura imponenti, di pietra fredda, di storia antica, di giovani incerti arrivati e partiti. Non potevano, non dovevano, ma quegli sguardi erano arrivati al culmine innescando un incendio senza possibilità di essere estinto.

Quel giorno, ognuno andava e veniva, tra i piani e lungo i corridoi, per sistemare i propri bagagli, fare i vari colloqui e prendere nota delle disposizioni del corpo docente. Si erano visti subito, ma come al solito,uno sguardo, tra la gente e via, continuavano il proprio percorso. Varie volte si erano sfiorati sfilando tra gli altri e un brivido intenso l’aveva percorsa da cima a fondo. Aveva continuato a parlare con varie persone, a fingere di capire cosa le stessero dicendo, col suo volto davanti, indelebile. A ogni porta che apriva, lo cercava con lo sguardo e le ore trascorrevano così, tra alti e bassi. Una delusione cocente ogni vola che cercandolo non lo trovava, mentre un tuffo al cuore, braci nel petto, ogni volta che inaspettatamente le sfiorava il braccio, mentre camminando passava oltre.

Giunta la sera i suoi sensi erano ormai in subbuglio, era diventata una tortura tremenda restare concentrata, mentre ormai il pensiero di lui era una vera ossessione.

Vagava come un fantasma, mentre tutti si dirigevano verso il refettorio, una disperazione cocente le aveva invaso il cuore, non si dava pace, lui appariva e spariva e il suo desiderio cresceva fino a raggiungere vette inesplorate, togliendole il respiro, chiedendole soddisfazione. Stava pensando di andarsene, non ce l’avrebbe mai fatta ad affrontare un anno così, mascherando ogni giorno le proprie emozioni, con lui sempre presente.

E poi, eccolo lì, ancora una volta, ma non se ne andò, rimase immobile in fondo al corridoio, fissandola con sguardo ardente. Si sentiva sciogliersi le gambe, mentre passo dopo passo si avvicinava a lui che restava immobile con gli occhi nei suoi. Il respiro le si fece corto, il ventre languido, con i pensieri che si rincorrevano nella mente, prendendosi per i capelli, gridandole la sua rovina, ma lei non poteva più frenarsi, si sarebbe immolata a quel sentimento, fosse la fine di tutto, avrebbe prima vissuto.

Si trovò di fronte a lui, si fissavano, immobili, respirandosi, dilatandosi, mentre il fuoco divampava sempre più impetuoso. Si guardavano e il mondo scomparve, si dileguò in quell’inutile ciarpame di salti con gli ostacoli che era sempre stato.

Le fece un cenno impercettibile, allungando la mano e lei assentì con il capo. Le afferrò la mano e un sorrise gli illuminò il volto, altrimenti sempre serio, mandandole il cuore in un cielo troppo alto da raggiungere. Le strinse la mano per fare capire e lei rispose. Si incamminarono verso il piccolo atrio posteriore, mentre gli sguardi si facevano indagatori, mentre i sussurri aumentavano il loro fiato. A loro non importava, non vivevano più in quella dimensione, non si proiettavano nel futuro, correvano a piedi nudi nel presente, immensamente felici.

La tirava con sé mentre i gruppetti di persone sembravano chiudersi via via su di loro, in un tentativo goffo di separarli. La sua presa d’acciaio non l’avrebbe mai lasciata, si voltava spesso per rassicurarla con sorriso sicuro.

Erano fuori e si dirigevano verso le scale di ferro esterne, dove altre persone si attardavano, rinunciando alla cena, e per quanto la luce fosse poca, un pallido chiarore lunare, sentivano gli occhi puntati su di loro e capì, capì che se ne stavano andando. Non sarebbero sopravvissuti allo scandalo e lei era già sommersa dai dubbi, dai rimorsi, ma lui si impiantò. la fissò serio e le accarezzò il volto con tocco lieve, poi spostando lo sguardo sulla sua bocca morbida le posò un bacio rovente sulle labbra. Si scostò riluttante, la guardò in cerca di conferme e lei lasciò tutto in quell’istante, lasciò tutto e lo mise tra le sue braccia.

Prendendosi per mano si allontanarono, verso la libertà.

Il vecchio allo specchio


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Quando il tempo violerà le fermezze,

ogni certezza ferendo,

scoprirai l’ospite amaro,

nel troviere incappando.

Col volto scavato di sole

di cenci confezionato

il piglio di fiero valore

dell’eroico soldato .

Sarà vecchio e canuto

in tua cerca arrivato

con lo sguardo muto

a contar le pelli.

Non tentarti la fuga

poscia egli ritorna

con più foga e più voglia

di serrar le tue briglia.

Nella fuga maldestra

inciampar funesto

nel capestro fato

a restar pigliato.

Con bovino sguardo

nel riflesso specchio

ritrovar te stesso

rimirar lo vecchio.

 

 

 

Io sono.


Ho corso fino a non poterne più. Ho corso fino a non avere più fiato . Dimenticando chi fossi, dove andassi e perché stessi  scappando.

Sentivo solo le tempie pulsare, il cuore che spingeva in petto per uscire, le gambe tremare e il petto dolere ad ogni respiro.

Ho corso fino a cadere, senza possibilità di ripresa, infine inerme.

Ho volto lo sguardo intorno e non ho visto  che neve.

Mi sono girata con il volto al cielo e ho respirato freddo, mentre fiocchi di ghiaccio scandivano il tempo, danzando lievi a carezzarmi il volto.

Un manto candido si è posato su di me, avvolgendomi e freddando ogni brace.

Il sonno mi ha colto e ho trovato te.

Mi guardavi in silenzio dal tuo pulpito incorporeo, dedicandomi amore con ogni silenzio, con ogni gesto mi chiedevi di scegliere, ancora una volta, di essere in me.

Io sono.