Creatura di tenebra


In corpo di serpe che striscia
le viscere tenere morde.
Raccolta in spire sussurra,
la lingua fremente ti sfiora.
Le budella avvinghia,
afferra e attorciglia,
spremendoti vita dagli occhi.
La temi la vecchia baldracca
che zitta nel buio aspetta
balzando ti afferra la gola.
Lattiginosi i suoi occhi
la pavida mente scrutano,
la chiamano tutti Paura.

Ogni notte


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Sono i corridoi in cui mi portasti, le ultime parole prima del mattino a smarrirmi ogni notte.
Immobile rivedo i giorni del sole caldo sulla pelle, tra le nostre risa e i tuoi occhi felici.
Ho amato tutto di te, sopra ogni cosa i difetti, così tanti, così imbarazzanti da renderti unico e inarrivabile.
Mi hai trascinato, preso di peso e iniziato a piaceri inconfessabili, ho perso il senno.
Il mondo ormai ridotto al tuo volto, al peso della tua voce, al colore del tuo sguardo.
Ho provato a sfuggirti, correndo in senso opposto al tuo arrivo, ma a nulla è valso il mio impegno, il mio struggimento per negarti.
Ho intrapreso un viaggio verso il più buio inferno, per mia volontà e pensavo solo a te.
Cercavo il tuo volto tra quei ghigni infami, sapendoti altrove; ti incolpavo di mancarmi, eppure mia era la colpa.
Sudavo nelle notti insonni di un ghiaccio terrore, agognavo la mia pena eterna, il mio unico amore.
Ho provato a cancellarti, annullarti e ho stretto l’aria nei pugni serrati.
Il resto della vita se n’è andato tra i rimpianti e la fatica di ritrovarti ed ora che non ho più il respiro, tu mi piangi.
Non aver pena, mio amore incompreso, starò in attesa vegliandoti, certo di meritarti.

L’atteso


Nel cuore della terra un seme.
La mano stretta in attesa.
Il suo bagliore acceca,
la mano è protesa.
Sono strati di storia,
tempi senza gloria.
Terra, su terra
il seme riposa.
Ascolta il custode,
vite prese, interrotte.
Sentinella fedele,
attende la notte.
Saranno stelle nel mare,
meduse sospese,
l’assalto del tempo ,
nel cielo catene.
Il ventre di doglie
sarà scosso, teso;
un enorme squarcio
un ramo che sporge.
Raccoglierai domani,
ciò che dorme indifeso.

Come fosse già sera.


Il vento abbatte le difese degli irriducibili.
Trapassa le barriere e s’infiltra nelle ossa, scuotendoti dalle fondamenta.
Così fischiava tra le colline, mentre i ragazzi rincorrevano il pallone rapido.
Le finestre si chiusero una dopo l’altra, per forza di mano o perché obbligate dall’irruenza della folata rabbiosa.
Un colpo di porta, qualcosa che crolla e rotola.
Il cielo si fece scuro, cupo, mentre le ragazze strillavano rientrando di corsa nelle case illuminate, come fosse già sera.
I vecchi se la prendevano comoda, il vento non li spaventava mai, li annoiava tutt’al più .
Grida di madri affannate e il pallone rotolò giù, finalmente libero, mentre i ragazzi si affrettavano per evitare una sberla.
Chi di fretta, chi con rassegnazione, ogni abitante si ritirò nel calore della propria abitazione.
Tutti.
Il vento si indispettì e gridò più forte.
Nessuno rispose, nemmeno quel capo chino avvolto dalle ombre; seguitò a camminare tra i vicoli del paese, fischiettando indifferente.
Cadevano i vasi dai balconi, le porte tremavano, i cani guaivano spaventati e quella figura scura passeggiava placidamente.
Il cielo si tinse d’inchiostro e un boato esplose oltre l’orizzonte.
Il vento si gonfiò, si contorse e si lanciò con forza feroce sollevando l’uomo come fosse una silhouette di carta velina.
Grida disperate eruppero da ogni cortile e su per le colline, dentro le crepe nei muri, si immersero in ogni fessura.
La popolazione immobile in un solo palpitante cuore, tratteneva il fiato.
Terrore.
Il terrore gettò il capo indietro e rise, rise così forte, trasportato dal vento che coprì quasi le urla atterrite.
Quasi.
Che ne fu di quel paese, non so.
Tra le colline c’è solo un pallone che corre, su e giù, dal tempo che fu.

Creatura


E perciò ho saltato.
Lo so, sarei potuto uscire dalla porta, ma dovevo rovinare sul cespuglio di rose maledetto.
Non ce la facevo più, c’è poco da spiegare. Ho perso la testa, mi sono infilato le scarpe e la giacca e … ho saltato.
Mi sento stupido, mentre perdo la forza della disperazione e i muscoli iniziano a rallentare.
Sono contratto, dentro e fuori.
Conficcare le unghie nel tronco dell’albero su cui mi appoggio, mi fa sentire più saldo.
Che poi si stiano spezzando, mi dà più sollievo.
Sollevo la mano e incantato osservo il sangue che scorre.
Non resisto e scorro con la lingua il contorno delle mie dita, raccogliendo il nettare prezioso.
Rosso.
Vedo rosso e il sangue pulsa potente nelle vene.
Ho un solo richiamo e lo seguo.
Corro, senza tempo, senza meta, corro e non sento le suole aprirsi sotto le piante dei miei piedi scorticati.
Corro tra i crampi, sobbalzo, cado e riparto, in realtà non mi fermo, neanche inciampando, mi spingo sulle mani e riprendo velocità.
Sento il sudore asciugarsi sulla pelle, lo sento freddo, rabbrividisco, dal contrasto col calore che mi brucia dentro.
Sono imbrattato di fango e corro, sento le spine conficcarsi nei piedi, sento la pelle lacerarsi e corro.
Di colpo, senza preavviso, il fuoco che mi divora si spegne e io semplicemente crollo, sul posto.
Per la prima volta, da quando sono impazzito, mi guardo intorno.
E’ buio, un buio livido, un grumo di sangue rappreso, nero.
A proposito di sangue, sollevo le mani e rabbrividisco: molte delle mie unghie sono saltate, strappate, altre spezzate e sollevate. Non scorre più sangue, è rappreso, come un guanto a coprire le mie mani.
Come le vedo, mi chiedo?
So che è buio, eppure vedo il mio stato di disgrazia.
Fa freddo?
Non lo so nemmeno.
Mi raccolgo, chiudendo le braccia intorno alle ginocchia intorpidite.
Sollevo lo sguardo al cielo.
Ho bisogno di risposte.
Cerco un senso, mentre anticipo il panico che sta montando in fondo al petto.
Non mi chiedo più chi sono, mentre passo la lingua sulle punte delle mie… zanne.
Cosa sono?

 

Il villaggio. Le scoperte di Borg


“Eccomi padre.”
L’uomo cui somigliava così tanto, lo osservava dal lato opposto della stanza. L’espressione imperscrutabile, il volto drappeggiato dal bagliore delle lingue di fuoco che danzavano vivaci nel focolare.
Per la prima volta Borg non si sentì piccolo. Era abbastanza intelligente da non sottovalutare il padre, l’uomo era così rigido nell’applicazione delle regole da essere crudele; eppure non c’era altro, il padre era rivestito di una minacciosa intolleranza, ma sotto, tolta la corazza, non c’era altro. Niente.
Brad, al suo fianco era nervoso, lo sentiva nel suo respiro, nel suo cercare il contatto.
Il ragazzo si raddrizzò nella sua imponente figura, finalmente sicuro di sé, delle sue scelte, delle sue capacità.
“Avvicinati.”
Si mosse con misurata lentezza, intenzionato a farne una questione di scelta, piuttosto che di ubbidienza.
“Tu no, tu vai in camera ragazzo. Studia.”
Brad sussultò e con un cenno si allontanò.
Incredibile che pensasse che la sua presenza fosse in qualche modo d’aiuto al fratello maggiore, ma questo sciolse un po’ la tensione interiore di Borg. Tanto tempo perso a cercare di piacere a quest’uomo disprezzando chi invece per lui c’era sempre stato.
Lo stupì scoprire di superare in altezza il padre imponente.
“Sei cresciuto ancora. Sei forte. Non vorrai buttarti via dietro a quella ragazzina?”
Brad per poco non soffocò con la propria saliva. Ragazzina?
“Oh, intendi Brenda?”
“Mi sbaglio forse?”
“Non è che un’amica innocua padre. Il figlio del pescatore mi sta aiutando con lo studio ed è una sua cara amica. Perciò può capitare che si stia insieme.”
“Kajey. Quel ragazzo è molto intelligente, un vero peccato. La sua famiglia è troppo umile, non ha speranze. Non è una cattiva idea la tua però. Solo un uomo che aspira a grandi cose capisce di avere bisogno di altre persone. Tu sei destinato per nascita a onorevoli incarichi, ma l’intelligenza del tuo amico va sfruttata per il bene della comunità.”
Borg si sentì nauseato. L’approvazione del padre per l’utilità di una sua amicizia con Kajey era deprimente.
“Borg, ragazzo, dobbiamo risolvere il problema del fratello. Non va bene. Non va affatto bene. Ho una certa influenza coi Savi. Posso consigliare una buona posizione per te e l’altro ragazzo come tuo consulente, ma quell’altro è così femmineo che io credo getterà una grande macchia sull’intera famiglia.”
Borg si sentì morire. Aveva un desiderio insano di prendere a pugni quel volto così simile al suo.
L’avrebbe trasformato in una maschera di sangue fino a non poterlo riconoscere più.
Si vergognò della violenza di quei pensieri e riprese il controllo delle proprie emozioni.
“Padre, ti assicuro che è un bravissimo ragazzo.”
“Lo so figliolo, lo so benissimo. Si è decisamente comportato egregiamente. I suoi voti sono eccellenti. Il fatto è che la sua devianza è immorale, inaccettabile. Non è nulla di cui dobbiamo preoccuparci. Dovrò però faticare di più per lasciare Kajey come tuo consulente.”
Borg sospirò impercettibilmente.
“Padre, sei certo che mi daranno l’incarico che speri?”
Il padre lo scrutò per un attimo in silenzio e poi quasi sorrise, quasi.
“Certo, lo so da sempre. Non avere dubbi, soprattutto ora che il tuo comportamento è tornato sulla retta via.
Devo ammettere che le tue nuove amicizie ti giovano. Bada bene però a non fidarti di quella ragazzina. Il suo sangue è maledetto. Inevitabilmente troverà il modo di esprimersi. Mi spiace per il tuo amico, se questo è il suo destino.”
“Sì, padre.”
Il padre sembrava soddisfatto.
“Vai a cenare, tua madre, quella povera testa sciocca, si è molto preoccupata per te. Le basterà un po’ della tua compagnia per tornare felice. E’ solo una donna, non pretendere che capisca di altre cose che non siano la famiglia e la casa. In questo però è la migliore.”
Poteva essere così ottuso? Eppure doveva pensarlo veramente.
“Certo, padre. Vado.”
“Bene.” con una paterna pacca sulla spalla, il padre lo congedò.
Borg entrò in cucina riluttante, questo era peggio del confronto col padre.
La donna gli si gettò addosso con un gridolino di gioia.
“Borg, mi ero tanto preoccupata!”
Istintivamente la voleva allontanare, ma si trattenne, ripensandoci e la strinse a sé.
Capì che gli sarebbe mancata, fu come una rivelazione.
Sentì una stretta al petto e la strinse di più. Conservò il suo odore, quello che da piccolo sempre l’aveva confortato.
Si pentì di non averle dato quel po’ di attenzioni che sarebbero bastate a renderla felice.
Sarebbe stato un uomo migliore.
Uno degno di un eroe.